La Nostalgia del Selvaggio: Antropologia e Idea di Wilderness

“La vita è stato selvaggio. Quel che è più vivo è più selvaggio, e quel che non è ancora soggetto all’uomo lo rinvigorisce. E’ come se colui che si è spinto avanti incessantemente, senza mai cercare riposo dalle proprie fatiche, crescendo saldo e chiedendo molto, si fosse trovato sempre in paesi sconosciuti, in luoghi selvaggi, circondato dal materiale grezzo della vita.”  H.D. Thoreau

Servendomi della citazione di Thoreau posso introdurre l’argomento di questo articolo, ovvero, come riportato nel titolo, il concetto di Wilderness all’interno della riflessione antropologica. Dal ‘900 è avvenuta una rivalutazione intellettuale del paesaggio in quanto oggetto di riflessione di differenti discipline e all’interna dell’epoca postmoderna c’è stato un ritorno del paesaggio nell’interesse di una necessità di ripensamento di questo concetto. Nella condizione postmoderna si presentano, da un lato l’esigenza di ridisegnare un orizzonte epistemologico delle categorie antropologiche legata al concetto di paesaggio, mentre dall’altro l’eclissi della natura sottomessa e sfruttata dalla concezione antropocentrica dell’economia capitalistica contemporanea. Secondo F.Jameson nel postmodernismo abbiamo assistito alla definitiva morte della natura dovuta all’esteso processo di modernizzazione. Questa premessa ci porta ad evidenziare un collegamento tra il collasso economico ed il collasso ambientale-ecologico,causate dall’estensione e dall’imposizione del modello economico capitalistico occidentale che caratterizza appunto la società postmoderna; società nella quale la natura ed il paesaggio vengono visti semplicemente come mezzi da sfruttare per trarne un profitto.

A tutto ciò che ho scritto sopra si contrappone l’idea di Wilderness, ovvero del paesaggio selvaggio, idea che trova un suo spazio prediletto all’interno dell’antropologia, la quale, all’interno del discorso sul paesaggio si è finora limitata al dualismo “natura vs cultura”. Ora invece il concetto di paesaggio deve essere oggetto di studio in quanto campo di interazioni concrete e come categoria antropologica dell’immaginario umano, poichè è nell’immaginario che il paesaggio cessa di essere solamente un prodotto storico di una determinata cultura, assumendo invece un carattere di paradigma universale e transtorico.

All’interno dell’epoca (post)moderna stiamo assistendo ad una dissoluzione ambientale che comporta una distruzione dell’elemento naturale, implicando in questo modo una drastica riduzione degli ambienti primari e selvaggi e perciò una dislocazione dell’alterità, ovvero una distorsione dell’esperienza dell’Altro privato della sua condizione di alterità. E’ in questo contesto che si attua una riscoperta del paesaggio come soggetto culturale e soprattutto antropologico legato al concetto di Wilderness.

L’antropologia del paesaggio deve tendere ad un carattere multidisciplinare perchè bisogna rendere il soggetto (ovvero il paesaggio) qualcosa di inedito e creato nuovamente, non appartenente a nessuna determinata disciplina, divenendo in questo modo una condizione per l’esercizio del pensiero. In questo modo l’antropologia del paesaggio si troverà costantemente a dover definire il proprio oggetto/soggetto di studio poichè pone come suo problema centrale la percezione e la rappresentazione del paesaggio ed il rapporto tra esso e l’uomo. Ponendo al centro della propria riflessione si tende a far emergere il bisogno di praticare la conoscenza dell’Altro, dell’Altrove, di ciò che è a noi sconosciuto, e di conseguenza l’esigenza di confrontarsi con entità cognitive inedite e sconosciute (esigenza che fonda l’antropologia).L’idea di Wilderness quindi come evidenziato funge da vera e propria lezione di alterità.

Antropologicamente parlando il concetto di Wilderness, a causa della sua polisemia, è complesso da definire in quanto designa un’insieme eterogeneo di esperienze e di concettualizzazioni della natura selvaggia, che vanno dall’anarcoprimitivismo all’etnoantropologia, dall’ecologia profonda ai movimenti bioregionalisti. Tutte queste esperienze hanno in comune il ruolo centrale conferito alla riflessione sul rapporto tra l’uomo e la natura.

Il concetto di Wilderness si è generato dall’esposizione al paesaggio materiale e mentale tipico della cultura americana, la quale ha dovuto far esperienza del confronto costantemente con le popolazioni native indigene, ovvero con una alterità che nonostante gli sforzi si è dimostrata impossibile da ridurre dentro categorie culturali di stampo occidentale, rendendole quindi non ammissibili e mantenendo la loro caratteristica di alterità rispetto all’uomo bianco.

R.Nash individua nell’idea di Wilderness l’elemento fondamentale che permette la costruzione dell’identità e dell’immaginario americano, a causa di un paesaggio e di una natura in parte ancora selvaggi ed incontaminati. Inoltre sempre Nash individua due aspetti importanti del concetto di Wilderness: innanzitutto nota come questo concetto abbia a che fare con la percezione dell’alterità dei luoghi nella sua dimensione materiale. In secondo luogo l’idea di Wilderness incarna anche il sentimento di esposizione verso il limite e verso l’ignoto. Questi due aspetti si ricollegano a loro volta a due dimensioni antropologiche, ovvero la dimensione materiale e quella filosofica, che si dispongono sullo stesso piano del significato dato alla percezione e alla rappresentazione di ciò che viene percepito come irriducibilmente Altro.

Etimologicamente il termine Wilderness si riferisce sia alla condizione di selvatichezza tipica degli animali sia al luogo naturale selvaggio, ovvero luogo che sfugge al controllo umano ed è invece dominato da totale autonomia e assoluta indipendenza. J.Hansford Vest collega il tema della Wilderness all’idea di uno spazio fuori dal controllo e caratterizzato dalla “volontà selvatica” che non sottostà a nessuna regola. L’idea di Wilderness si fonda quindi sulla totale assenza dell’uomo, ed è quindi un concetto che rifiuta l’antropocentrismo facendo emerge una volontà selvaggia della terra, volontà che si contrappone all’idea di ambiente umano dominato, sfruttato e ordinato dall’uomo che rappresenta la civiltà, ovvero tutto ciò che non è più selvaggio, ignoto, sconosciuto.

L’idea di Wilderness vista inoltre come paradigma tipico del frontiersman americano, del pioniere attratto dalle terre selvagge inesplorate e da una inclinazione libertaria. Secondo R.Nash per l’uomo della frontiera americana il Wilderness è visto come una continua lotta contro la natura e le sue forze; trovandosi dinanzi ad un mondo ignoto composta da vaste aree di natura selvaggia e primordiale abitate da popoli indigeni e animali ostili, l’uomo della frontiera si trova ad oscillare tra la volontà di conoscere e controllare l’ignoto e la tendenza nostalgica all’assoluta libertà dello stato selvaggio.

L’etnologo americano R.Nelson connette la sua ricerca etnoantropologica alle necessità ecologiche ed ambientali dell’era contemporanea, conferendo all’antropologia un carattere militante rendendo le culture di interesse etnografico materia capace di rispondere efficacemente ai problemi di natura ecologica del presente. Nelson rispecchia la tendenza di una parte dell’antropologia contemporanea di indicare alternative da seguire a partire dal confronto con l’alterità, ridimensionando l’antropocentrismo tipico del modello culturale occidentalecentrico.

Per concludere trovo interessante citare una frase estrapolata dal romanzo di J.Krakuer “Nelle Terre Estreme”: “Per non essere più avvelenato dalla civiltà lui fugge, cammina solo sulla terra per perdersi nella natura selvaggia.”

P.s. Fonte:  Valentina Rametta, Il desiderio del selvatico. La Wilderness come categoria antropologica dell’immaginario

 

Un Esempio di Autonomia e di Autogoverno: la Comune di Oaxaca

Uno dei più importanti e ricordati esperimenti storici di autogoverno e democrazia diretta di matrice socialista e libertaria è sicuramente la Comune di Parigi che organizzò e gestì  la capitale francese dal 18 marzo al 28 maggio del 1871. Pochi però sono a conoscenza che un esperimento simile e liberamente ispirato alla Comune parigina, ma con una durata temporale più estesa, si sia svolto in età contemporanea in Messico, precisamente ad Oaxaca nel 2006. Oaxaca è storicamente uno stato multietnico e multiculturale, con una forte tradizione indigena di autonomia e autogoverno e teatro di importanti lotte sociali e politiche.

Tutto iniziò nel giugno 2006 con l’insurrezione popolare contro il governatore dello stato di Oaxaca Ulises Ruiz, individuo dalle tendenze autoritarie; tendenze che si tramutarono ben presto in ogni  tipo di repressione possibile e che fece cadere Oaxaca in un clima di dilagante dispotismo e violenza quotidiana ai danni della popolazione civile per mano della polizia federale. L’origine dell’insurrezione del giugno 2006 è stato lo sciopero degli insegnanti (in Messico incarnano la figura del lottatore sociale) della Secciòn 22 di Oaxaca dovuto non solo alle rivendicazioni salariali, ma che rientrava nel più ampio contesto della diseguaglianza dilagante che caratterizza le relazioni sociali in messico. Questa insurrezione del sindacato degli insegnanti, che occuparono strade e la piazza centrale, faceva trasparire chiaramente tutto il malcontento provato nei confronti del governatore Ruiz e della violenza gratuita della polizia federale come mezzo per reprimere ogni forma di protesta e di dissenso popolare. Il 14 giugno le tendenze autoritarie e dispotiche del governatore Ruiz si tramutarono nella decisione di reprimere e sgomberare con la violenza l’occupazione delle strade e delle piazze da parte del movimento insurrezionale guidato dal sindacato degli insegnanti. Nonostante la repressione del giorno prima, il 15 di giugno la piazza centrale venne occupata nuovamente portando ad una radicalizzazione del conflitto. A partire da questo momento la gente iniziò a scendere nelle strade e ad occuparle e non solo per sostenere l’insurrezione degli insegnanti, ma soprattutto per sottolineare un elevato dissenso e malcontento politico nei confronti di Ulises Ruiz, autoritario e repressivo, e per questo principale bersaglio e nemico dell’insurrezione popolare. Il 17 giugno nacque, durante l’insurrezione e la repressione di quest’ultima, l’Asemblea Popular de los Pueblos de Oaxaca (APPO), ovvero uno dei più importanti esperimenti di autorganizzazione e autogoverno in Messico che sintetizza la tradizione indigena delle assemblee popolari e comunitarie, il municipalismo libertario e la democrazia diretta tanto cara a Murray Bookchin.

La APPO nacque come conseguenza di un’assemblea convocata dal sindacato degli insegnanti di Oaxaca (Secciòn 22) per decidere in che modo reagire alla costante e crescente repressione da parte della polizia federale e come si sarebbe potuta allargare l’insurrezione. Venne così proposta una assemblea popolare dei popoli di Oaxaca a cui parteciparono tutti coloro che nei giorni precedenti erano scesi nelle strade occupandole, sia la componente degli inseganti sia quella indigena e contadina; in questo modo l’assemblea divenne permanente e si stabilizzò diventando ciò che conosciamo come APPO.

La Comune di Oaxaca emerse come espressione organizzativa autonoma diretta e naturale della APPO, dell’insurrezione e della resistenza popolare – indigena. Attraverso la Comune di Oaxaca si tentò di estendere la tradizione indigena del modello organizzativo politico – sociale basato sull’autogoverno a livello statale. La tradizione indigena ben radicata nella forma assembleare e nella democrazia diretta e comunitaria fecero della componente indigena una elemento fondamentale all’interno della APPO, per opporsi violentemente all’entità ed istituzione statale e alla democrazia rappresentativa. Durante la resistenza della Comune si riorganizzò la città di Oaxaca partendo dalla presa di coscienza dell’elevata eterogeneità del popolo insorto e confluito nelle piazze e nelle strade a sostegno della lotta degli insegnanti. E’ importante sottolineare come durante la Comune di Oaxaca e all’interno della APPO ci fu ben presto una presa di coscienza da parte della componente indigena, componente che fino al momento dell’insurrezione era rimasta esclusa ed emarginata dal governo statale messicano da un lato, e oppressa dalle autorità militari federali e statali dall’altro. Come abbiamo evidenziato prima la componente indigena è stata fondamentale all’interno della APPO soprattutto per esser riuscita ad estendere la propria tradizione di autonomia e autogoverno, rendendoli caratteri imprescindibili su cui si basò la Comune di Oaxaca.

L’autonomia di Oaxaca durò, come detto in apertura, ben più a lungo della Comune di Parigi, ma nonostante questo dopo 6 mesi fu vittima di una violenta repressione che ne sancì la fine. La Comune di Oaxaca attraverso l’autogoverno, l’autonomia e le assemblee comunitarie si presenta quindi come alternativa possibile e percorribile da contrapporre all’autorità statale e alle continue forrme di repressionie di cui essa si fa portatrice.

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Il Lento e Silenzioso Genocidio degli Indigeni Guarani Kaiowa

Il 14 giugno, nella comunità idigena di Tey’i Jusu, situata nel Brasile meridionale, un gruppo di sicari ,probabilmente assoldato dagli allevatori ed agricoltori della zona supportati dal governo centrale brasiliano, ha ucciso un uomo e ne ha feriti cinque, tutti appartenenti alla popolazione Guarani Kaiowa. Questo attaccato alla comunità guarani rientra perfettamente nella tendenza dei tentativi di sfrattare le popolazioni indigene dai loro territori attraverso l’uso diffuso della violenza xenofoba e genocida. Il leader guarani Tobico Benites ha dichiarato più volte che in Brasile è in atto un vero e proprio genocidio nei confronti degli indigeni, condito da costanti atti intimidatori e minacce.

Gli indigeni Guarani Kaiowa vengono continuamente sfrattati dalle loro terre ancestrali, ma nonostante questo stanno resistendo attraverso veri e propri atti di disobbedienza civile tesi a rioccupare le terre ed opporsi alla sottrazione di risorse da parte degli agricoltori e degli allevatori, che attraverso intimidazioni, minacce e reali violenze di matrice razzista stanno cercando di zittire le richieste e le rivendicazioni territoriali degli indigeni.

Nei giorni precedenti i guarani kaiowá avevano rioccupato la Fazenda Yvu, che fa parte delle loro terre ancestrali, ma sono stati circondati da uomini armati arrivati su circa 200 autocarri, motociclette, cavalli e trattori, che poi hanno cominciato a sparare in una vera e propria caccia all’indio.

In una dichiarazione del Conselho Indigenista Missionário l’attacco del 14 giugno viene definito come “azione paramilitare” e inoltre viene evidenziato un dato allarmante: negli ultimi 6 mesi nel Mato Grosso do Sul si sono registrati almeno 25 attacchi simili contro i guarani kaiowa. Sempre il Conselho Indigenista Missionario denuncia questi attacchi sostenendo che “Il massacro dei leader indigeni è un modo criminale e codardo per intimidire le autorità pubbliche e sfrattare i guaraní kaiowá da una terra che appartiene a loro”.

Quello che è avvenuto il 14 giugno è solo l’ultimo di una lunga serie di assassini che stanno colpendo le comunità indigene brasiliane, avviate verso un progressivo genocidio da parte delle autorità statali e dai fazendeiros. Nonostante ciò gli indigeni Guarani Kaiowa non cessano la loro lotta per riappropriarsi delle loro terre ancestrali, occupandole e opponendosi alle intimidazioni e al razzismo che subiscono continuamente.

Osservazione Partecipante o Azione Sovversiva? – Antropologia e No Tav

Roberta Chiroli, un’ex studentessa di Antropologia all’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, è stata condannata a due mesi di reclusione dal tribunale di Torino per “concorso morale alle azioni di disturbo del movimento”. Infatti, l’ex studentessa è stata accusata e condannata per aver partecipato, in veste di ricercatrice laureanda, alle manifestazioni No Tav avvenute il 14 giugno 2013 in Val di Susa e soprattutto per aver usato nella sua tesi di laurea, dal titolo “Ora e sempre No Tav: identità e pratiche del movimento valsusino contro l’alta velocità”, il pronome personale “Noi” per riferirsi ai fatti narrati, dimostrando, secondo il gup di Torino, la sua partecipazione attiva alle azioni sovversive del movimento. Ora subentra però il tema a cui fa riferimento il titolo di questo articolo: si può condannare una ricercatrice di antropologia per concorso morale alle azioni sovversive del movimento No Tav senza tener conto dell’osservazione partecipante?

Iniziamo spiegando cosa si intende per “osservazione partecipante”. L’osservazione partecipante è stata teorizzata dall’antropologo austriaco Bronislaw Malinowski negli anni 20 del’900, ed è un metodo di ricerca etnografica che si basa sulla necessità di trascorrere un lungo periodo di tempo a contatto diretto, costante e quotidiano con la comunità e la cultura soggetto dello studio. Questa costante partecipazione alla vita quotidiana della comunità permette all’antropologo di far suo il punto di vista della cultura studiata , cessando di essere un elemento estraneo per rendersi conto “della loro visione del loro mondo”, parafrasando proprio Malinowski. L’osservazione partecipante permette in questo modo di conoscere e comprendere direttamente la comunità studiata attraverso la prospettiva emica, ovvero il fatto che una cultura sia comprensibile solamente dal suo interno.

Come dice anche l’antropologo italiano Marco Aime nel suo articolo su “Il Fatto Quotidiano” inerente a questo fatto, “se uno studia i No Tav non necessariamente deve esserlo” e soprattutto “è normale che una giovane ricercatrice sia attratta da una comunità che rivendica un diritto di scelta sul proprio territorio”. E’ però importantissimo sottolineare inoltre come la studentessa non abbia mai concretamente partecipato alle azioni sovversive, ma si sia semplicemente limitata a seguire le manifestazioni per raccogliere informazioni sul movimento No Tav, soggetto della sua tesi di laurea.

Risulta quindi fin troppo in linea con il clima repressivo delle istituzioni nei confronti del movimento No Tav la  condanna a 2 mesi di reclusione per Roberta Chiroli, per il semplice fatto di aver partecipato in qualità di osservatrice e ricercatrice, e quindi non di militante, alle manifestazioni in Val di Susa del 2013. Questa condanna, oltre alla totale ignoranza nei confronti di una pratica di ricerca antropologica che sta alla base del metodo etnografico, è un chiaro e diretto attacco al diritto di studio e di ricerca.

Citando sempre direttamente Marco Aime: “Di cosa dovrebbero occuparsi allora i giovani dottorandi  che vogliono fare ricerca per non essere puniti? Cosa dovrebbero fare gli antropologi? Rimanere chiusi in università, ignorare il mondo fuori?”corteo-no-tav-torino-manifestazione-no-tav-corteo-a-torino

Insurrezioni e Rivolte Indigene in America Latina

L’America Latina nel corso della sua Storia è stata il teatro principale in cui sono emersi diversi movimenti rivoluzionari o di resistenza di stampo indigenista, che si sono distaccati dalla visione classica del soggetto indigeno e contadino data dalla dottrina marxista-socialista, rivalutando l’indigeno in quanto soggetto rivoluzionario attivo non più semplice alleato o subordinato alla classe operaia. Due importanti contesti latinoamericani in cui sono emersi movimenti e resistenze indigene sono stati la Colombia con la rivolta di Quintìn Lame e le valli La Convenciòn e Lares (Perù) con l’esperienza di Hugo Blanco.

La ribellione indigena di Quintìn Lame, che prese il nome di Quintiada, emerse agli inizi degli anni 70 nella regione colombiana del Cauca, zona in cui vive la maggior parte della popolazione indigena Paeces. Il Cauca ha una rilevante importanza storica in quanto è stata una delle ultime regioni occupate e conquistate dai conquistadores a causa di una forte resistenza indigena. La Quintiada è stata una rivolta indigena emersa come reazione delle comunità indigene al capitalismo che, in quegli anni, iniziò a farsi sentire pesantemente anche nelle zone più rurali della Colombia imponendo il lavoro forzato ai contadini indigeni. Quintìn Lame, il precursore dell’indigenismo in Colombia che guidava l’insurrezione indigenista, si proponeva di recuperare le terre sottratte alle comunità e soprattutto di riaffermare l’autonomia indigena.

Nel 1971 viene creato il Consejo Regional Indigena del Cauca (CRIC) nel quale confluirono sia la secolare tradizione di resistenze e lotte indigene sia il movimento contadino. Il CRIC nacque con l’intenzione di resistere alle continue persecuzioni, incarceramenti e uccisioni che subivano le comunità indigene e contadine da parte delle autorità statali e militari. Gli obbiettivi che si era prefissato il CRIC sono stati il recupero delle terre e la ridistribuzione di esse ai contadini, il rafforzamento delle comunità indigene e la rivendicazione della dignità della cultura e delle tradizioni indigene, costantemente oppresse e represse dallo Stato colombiano. Inoltre il Consejo Regional Indigena del Cauca si impegno nella riconquista e nel consolidamento dell’autonomia delle comunità indigene e delle forme comunitarie di organizzazione e gestione del potere. Per i Paeces, la componente indigena maggioritaria all’interno del movimento, la terra e la cultura sono due elementi inscindibili e complementari per affermare la propria tradizione indigena.

Gli indigeni all’interno del CRIC hanno una visione della lotta nella quale confluiscono sia le rivendicazioni di natura economica in linea con la dottrina marxista (recupero delle terre), sia rivendicazioni di carattere politico (affermare autonomia indigena) e quelle culturali (rispetto verso la lingua e la tradizione indigena).

Nel 1981 viene formato il Movimento Armado Quintin Lame (MAQL) per assicurare protezione e difesa alle comunità contadine ed indigene colpite duramente dalla repressione e dagli abusi militari. Il MAQL è uno dei primi esempi storici di organizzazione armata autocostruita dalla stessa comunità indigena, senza l’aiuto di esterni e impegnata nella lotta per la riconquista delle terre e dell’identità indigena. Il MAQL, così come per altri movimenti armati o eserciti latinoamericani tra cui l’EZLN, ha auspicato la sua scomparsa una volta raggiunti i propri obiettivi, sottolineando che la decisione di creare una organizzazione armata è dovuta all’esigenza di autodifesa piuttosto che ad un desiderio di lotta armata.

L’esperienza di Quintìn Lame, del CRIC e del MAQL dimostrano la capacità da parte delle comunità indigene sottomesse, emarginate e oppresse di riaffermarsi in quanto società e cultura senza il bisogno di aiuti esterni.

Altra importante esperienza latinoamericana dalla forte componente indigenista è stata, negli anni 70 l’esperienza di Hugo Blanco nelle valli La Convenciòn e Lares. Innanzitutto dobbiamo chiarire chi è stato Hugo Blanco e la sua trasformazione da militante operai di matrice trozkista a guerrigliero contadino che finisce per identificarsi con la comunità indigena Quechas. La militanza politica di Hugo Blanco nasce con il suo attivismo all’interno della Federacion de Trabajadores del Cuzco e nel Partido Obrero Revolucionario. Durante la sua militanza in questi due movimenti Blanco realizza che l’avanguardia più radicale era formata non dalla componente proletaria, bensì dai contadini; in questo modo Blanco inizia a distaccarsi dalle sue convinzioni marxiste-trozkiste radicate nella visione degli operai come unica avanguardia rivoluzionaria possibile, e riconosce l’indigeno come motore attivo della rivoluzione. Blanco infatti si accorse ben presto che in Perùsarebbero stati i contadini, questa classe così affamata e sfruttata, ad iniziare la lotta in maniera decisa”. La transizione di Blanco da militante trozkista a guerrigliero contadino-indigenista avvenne durante la sua esperienza nella valle di La Convenciòn , luogo in cui si trovò a contatto con comunità contadine emarginate e bloccate in una condizione di estrema miseria.

Assieme ad altri militanti e compagni della sinistra più radicale Blanco formò il Frente de Izquierda Revolucionaria (FIR) che, di fronte alla crescente repressione subita dalle comunità indigene, decise attraverso le assemblee contadine di formare delle Brigadas Sindacales de Defensa, ovvero delle milizie di autodifesa. Concretamente la Brigada si impegno nell’attuare una vera e propria “guerriglia sindacale” che andava ad appoggiarsi alle mobilitazioni e agli scioperi dei contadini ed eseguiva le decisioni del sindacato.

La Convenciòn fu la prima esperienza di guerriglia alla quale presero parte attivamente gli indigeni in quanto braccio armato del sindacato per difendersi dalla repressione e dall’oppressione. Questa esperienza fu il primo importante movimento guerrigliero in cui confluirono sia un gruppo politico di matrice operaia sia la comunità indigena, entrambe concentrate su un comune obbiettivo: la Rivoluzione.

Come abbiamo visto, queste due esperienze di lotta e resistenza, hanno radicalmente modificato la concezione dell’indigeno all’interno del processo rivoluzionario, rendendolo soggetto attivo del cambiamento sociale e politico e non più un semplice alleato passivo della classe operaia. E inoltre entrambi i movimenti hanno dimostrato che, pur rimanendo legati alla concezione marxista di una avanguardia rivoluzionaria, essa possa essere incarnata dai contadini e dalle comunità indigene e non solamente dal proletariato, evidenziando in questo modo, il loro carattere di soggetti rivoluzionari e per rivendicare non solo esigenze economiche, bensì anche politiche e culturali proprie delle comunità indigene.4817142418_e0ecde9740_b 06_9_hugo_blanco

Articolo ispirato e scritto con l’aiuto di un testo che ritengo personalmente importantissimo, vale dire “Il Paradosso Zapatista” di Raul Zibechi.