I Pirati: Nemici di ogni Stato e di ogni Autorità

I pirati dell’epoca d’oro possono essere definiti anarchici? 

Innanzitutto è necessario dare indicazioni sul periodo storico che si è soliti intendere e chiamare “epoca d’oro della pirateria”, ovvero un periodo di tempo che si estende dal 1650 e trova il suo culmine nel 1730. Ma chi è il pirata, se non principalmente un nemico della sua civiltà? Infatti il primo carattere che emerge nell’analisi socio-culturale della figura del pirata è la sua profonda e radicata alienazione nei confronti degli aspetti che caratterizzano la società europea della sua epoca. Questo totale rifiuto delle pratiche e dei caratteri della società europea del loro tempo si riflette ed è facilmente individuabile nell’assetto sociale delle navi pirata; un assetto sociale totalmente opposto a quello che caratterizzava la società ed il mondo a cui, i pirati, hanno apertamente dichiarato guerra, staccandosene e scegliendo di vivere lontano da qualsivoglia forma di autoritarismo, gerarchia e controllo nazionale. I pirati sceglievano di vivere in una comunità libera priva di fissa dimora, che trovava nel mare la dimensione perfetta per lo sviluppo dell’autonomia e della libertà, poichè da sempre il mare incarna lo spazio libero per eccellenza, uno spazio sottratto al controllo degli stati-nazione, di cui i pirati si erano dichiarati radicalmente nemici.

Possiamo definire le comunità pirata “società senza Stato”? Certamente e, rifacendoci all’analisi dell’antropologo libertario Pierre Clastres, possiamo sostenere che, come per molte comunità primitive e selvagge, i pirati sceglievano consapevolmente di privarsi dell’entità statale e di evitare che essa potesse emergere creando divisioni e diseguaglianze all’interno del corpo sociale. Perciò, così come le società primitive amerindiane studiate  da Clastres, le comunità pirata erano, non solo, prive di Stato, bensì contro di esso. Infatti i numerosi studi storici ed antropologici sulle comunità pirata hanno evidenziato sempre il loro carattere fortemente democratico e fondato sull’egualitarismo. Possiamo definire, come già fatto in uno scorso articolo, le comunità pirata come uno dei primi contesti storici in cui si è sperimentata una forma di democrazia diretta e libertaria, creando appunto “spazi di improvvisazione democratica”, in cui la libertà, l’uguaglianza e un forte senso comunitario erano la regola e la base dell’organizzazione sociale. Anche per questo allcuni hanno definito la società pirata “l’istituzione più democratica del diciassettesimo secolo”.

Lo storico Marcus Rediker ha individuato tre caratteristiche principali che stavano alla base dell’organizzazione sociale egualitaria e democratica delle comunità pirata. Innanzitutto lui individua come valore fondamentale il collettivismo, ovvero una coesione collettiva emersa in forte opposizione al capitale e creata in aperta opposizione alla logica capitalistica della cooperazione fondata sul raggiungimento del profitto. Inoltre questo collettivismo era un arma di autodifesa nei confronti dell’autorità e dall’oppressione esterna. Il secondo carattere che evidenzia è il profondo antiautoritarismo presente in tutte le comunità pirate del diciassettesimo secolo. Questo forte antiautoritarismo si traduceva nel radicale rifiuto di ogni gerarchia, di ogni autorità e sullo stretto controllo del capitano da parte di tutta la ciurma, poichè, sempre citando Rediker, “il capitano era la creatura del suo equipaggio”, per evidenziare maggiormente la sua natura di chieftainship priva di autorità, il tipico “capo senza potere” delle società primitive amerindiane. Infine come ultimo carattere fondante la comunità pirata Rediker sottolinea il marcato egualitarismo che si traduceva in enfasi per la cooperazione, la reciprocità, per la generosità rispetto all’accumulazione e alla mutualità, tutte pratiche che non solo impedivano l’emergere di gerarchie a bordo della nave, ma servivano a scongiurare la diseguaglianza economica e sociale che sarebbe stata un forza disgregante per il corpo sociale pirata.

Per concludere, riprendiamo la domanda iniziale con cui si è aperta questa analisi delle comunità pirata, e proviamo a darne una risposta: I pirati dell’epoca d’oro erano davvero anarchici? Se per anarchici intendiamo la consapevole ricerca di realizzare degli ideali sociali di eguaglianza e giustizia universali, allora molto probabilmente le comunità pirata non erano anarchiche, poichè non presentavano alcun ideale sociale estensibile all’esterno della propria comunità. Se invece per anarchici intendiamo il rifiuto di ogni forma di autorità, dello Stato-Nazione e la volontà di vivere al di fuori del controllo del Leviatano come forma di opposizione, critica e lotta, allora le società di pirati del XVII secolo incarnano alla perfezione il concetto di Anarchia.

Dopo tutto l’ “utopia” pirata di creare spazi e comunità egualitari, libertari e democratici, privi e contrari ad ogni forma di autoritarismo, cosa sarebbe se non, citando Chris Land, “un esperimento di organizzazione democratica in forme radicali e anarchiche che era esplicitamente contrapposto ai sistemi autoritari convenzionali dell’epoca”?dfcc2235dac5a55ee0802926848711d8

Democrazia Diretta e Assemblee Pubbliche

Oggigiorno i cittadini si vedono progressivamente privati del potere politico e dell’azione diretta, poichè l’Occidente tende a criminalizzare costantemente le varie forme di azione diretta che emergono dal dissenso generalmente diffuso nel corpo sociale, restringendo di fatto la potenzialità politica orizzontale degli individui che cercano di agire al di fuori delle istituzioni politiche dominanti e verticali; in questo modo l’azione diretta dei cittadini viene depotenziata e perseguitata, facendo crescere sentimenti di afasia ed apatia che spesso sfociano in un diffuso immobilismo. Come già visto in alcuni articoli passati, l’entità statale moderna ed occidentale si traduce sempre più spesso in forme di governo che apertamente si dichiarano democratiche, anche quando incarnano solamente la forma politica della diseguaglianza sociale ed economica, ovvero la democrazia rappresentativa. La democrazia occidentale si fa portavoce dell’eguaglianza, un’eguaglianza che però si limita e concretizza semplicemente nel voto e nella delega, non avendo di fatto nulla in comune con la reale forma di democrazia, ovvero quella diretta. Infatti le forme di democrazia diretta sono state mano a mano private di significato e depotenziate, al punto da far scomparire forme concrete di partecipazione orizzontale e collettiva attraverso la forma assembleare. In questo modo, in uno scenario privato di forme alternative di gestione del potere (socio)politico, la democrazia rappresentativa trionfa e si impone, presentandosi come unica realtà possibile e percorribile.

Nonostante questo nel corso degli ultimi decenni sono emersi movimenti dal basso e contesti sociali consapevoli dei limiti e delle incongruenze della democrazia rappresentativa, come ad esempio il Chiapas Zapatista, Occupy Wall Street, le Primavere Arabe, gli Indignados, il Movimento Greco e ultimo in ordine di tempo il movimento Nuit Debout che si oppone all’attuazione della Loi-Travail, la riforma del lavoro francese. Tutti questi movimenti hanno in comune, innanzitutto, una forte disillusione nei confronti delle istituzioni politiche. Questo malcontento fa emergere la consapevolezza che una alternativa percorribile alla democrazia rappresentativa e verticale, non solo esiste ma è attuabile concretamente. Ed è per questo che notiamo come l’organizzazione di questi movimenti sociali sia nata spontaneamente sulla base della democrazia diretta ed egualitaria, attraverso la diffusione di assemblee pubbliche orizzontali e la creazione di spazi autonomi ed autogestiti che, citando Graeber, potremmo definire “spazi di improvvisazione democratica”, se non addirittura “spazi di improvvisazione libertaria”, ovvero spazi in cui il sociopotere è decentrato e diffuso nelle mani di tutti e non concentrato in una singola autorità centralizzata.

La democrazia diretta è l’unica forma deliberativa legittima che trova la sua massima espressione attraverso lo strumento dell’assemblea pubblica, solitamente concentrata nelle piazze occupate ed autogestite, popolate da soggetti eterogenei che si relazionano su un piano di eguaglianza orizzontale, privo di gerarchie e autorità. Le assemblee incarnano la forma autentica della democrazia essendo uno strumento che garantisce e permette un’ampia distribuzione del sociopotere, della parola, della partecipazione collettiva, orientate al raggiungimento del consenso di tutti i partecipanti, non alla delega. Le assemblee pubbliche ed orizzontali sono movimenti decisionali polifonici e partecipati tesi al raggiungimento di una decisione accettata volontariamente e ritenuta razionale in quanto risultato della partecipazioni diretta ed attiva al processo decisionale e risultato del confronto e della mediazione tra le differenti voci partecipanti. Riassumendo, è evidente come la forma decisionale assembleare permetta una diffusione egualitaria non solo del sociopotere, bensì della capacità reciproca di influenza, che non è mai coercitiva. Questa ripartizione egualitaria e diffusa del sociopotere permette un certo grado di autonomia.

La forma decisionale assembleare è anche uno dei temi principali del famoso saggio “Democrazia Diretta” di Murray Bookchin, che pone alla base della sua alternativa concreta all’entità statale moderna (il Municipalismo Libertario) appunto le assemblee cittadine a livello locale. Secondo Bookchin in tutti i periodi storici attraversati da movimenti di sovvertimento sociale, gli individui si sono affidati alla forma assembleare in quanto unica modalità attraverso cui poter prendere decisioni nell’interesse collettivo.

Concludendo, sempre citando Bookchin “Sarebbe inoltre ingenuo credere che forme come le assemblee popolari siano in sè sufficienti a costruire una vita pubblica libertaria, cioè che possano far nascere un corpo politico libertario in assenza di un movimento libertario estremamente cosciente, ben organizzato e con un programma chiaro”. Le assemblee pubbliche sono solo il primo passo in cui sviluppare pratiche di democrazia diretta ed orizzontale, e sono estremamente utili alla creazione di alternative libertarie e spazi di improvvisazione libertaria, sottratti al controllo statale, in cui il potere possa essere largamente diffuso nel corpo sociale, facendo emergere in questo modo una diffusa autonomia.77935-img_7261

Il Potlatch tra i Nativi della Costa Nord-Occidentale dell’America Settentrionale

kwakiutlL’antropologo tedesco-statunitense Franz Boas fu il primo, attraverso il suo saggio “L’organizzazione Sociale e le Società Segrete degli indiani Kwakiutl”, a studiare ed analizzare la cerimonia rituale conosciuta con il nome “Potlatch” tipica delle popolazioni indigene stanziate sulla costa nord-ovest degli Stati Uniti e del Canada. Questa cerimonia si svolgeva presso le tribù Kwakiutl, Haida e Tinglit e popoli affini culturalmente fino al 1884, anno in cui il governo canadese e quello statunitense proibirono la celebrazione del Potlatch, rendendolo illegale poichè ritenuto non solo una abitudine culturale inutile, ma anche contraria ai valori etici della società civili americana e canadese. Questa premessa è stata utile per presentare l’argomento su cui mi concentrerò, ovvero il Potlatch, analizzando i vari significati culturali, economici e politici ad esso connessi.

Innanzitutto descriviamo alcune delle tribù nelle quali il Potlatch era un caratteristica culturale fondamentale per il funzionamento dell’organizzazione sociale. Le tre principali tribù nelle quali si svolgeva il Potlatch sono gli Haida, i Tlingit e i Kwakiutl.

Gli Haida sono una popolazione di lingua Athapaskan stanziata originariamente sulle isole al largo della Columbia Britannica. Essi identificano se stessi con il nome Xa’ida, ovvero “Il Popolo”. Grazie alle favorevoli condizioni ambientali e la garanzia di abbondanza di approvvigionamenti, gli Haida erano una popolazione sedentaria che si stabiliva in villaggi permanenti che ospitavano una popolazione relativamente numerosa. La loro organizzazione sociale era basata sulla matrilinearità, infatti i figli ereditavano lo status sociale dalle madri. I Tlingit erano stanziati sulle isole dell’Alaska sudorientale. La loro organizzazione sociale si basava sulla divisone in gruppi ereditari fondamentali detti moities (letteralmente “metà”). Nella società Tlingit ogni individuo apparteneva ad una delle moities, che assumevano generalmente il nome di un animale, e i matrimoni erano consentiti solamente con i membri di un’altra moities, così da rafforzare il legame comunitario e tra i gruppi. Come per gli Haida, anche i Tlingit erano una società matriarcale e matrilineare ed infatti i figli venivano affidati alla moiety della madre. Inoltre ogni moiety si suddivideva a sua volta in gruppi definiti clan, guidati da un capo o leader. Infine troviamo i Kwakiutl, divenuti famosi grazie agli studi di Franz Boas, popolo di lingua Wakashan stanziato originariamente sull’isola di Vancouver e lungo la costa della Columbia Britannica. Tutte e tre queste popolazioni sono accomunate, come già evidenziato, dalla cerimonia denominata potlatch, che è poi l’argomento principale di questo articolo.

Potlatch, in lingua Chinook, una lingua franca utilizzata per gli scambi commerciale tra nativi e colonizzatori insediati nella zona della costa nord-ovest dell’America settentrionale, significa letteralmente “dare”, era una cerimonia rituale svolta ed organizzata durante i mesi invernali da un individuo della comunità che durante l’anno, era riuscito ad accumulare e mettere da parte un surplus di beni materiali e risorse alimentari proprio in occasione di questo evento. Egli invitava i membri di gruppi di parentela, i membri della comunità e di altri villaggi, offrendo agli invitati del cibo e donando loro i beni accumulati. Nel momento in cui gli invitati accettano il cibo e i doni offerti dall’organizzatore del potlatch, confermano il suo onore. Gli invitati rispondevano a loro volta con un proprio potlatch nel quale cercavano di eguagliare o superare la quantità di beni offerti dal precedente organizzatore. Questo sistema permetteva lo scambio di ricchezze materiali all’interno della comunità, tanto che nella maggior parte dei casi, l’organizzatore, al termine della cerimonia, si trovava privo dei suoi iniziali beni materiali.

Presso i Kwakiutl il potlatch si svolgeva in maniera leggermente differente. Infatti i Kwakiutl erano soliti, durante questa cerimonia, uccidere i prigionieri di guerra e distruggere i beni materiali posseduti in modo da mostrare pubblicamente alla comunità il disprezzo totale per la proprietà.

Il potlatch è investito di un forte significato sociale; infatti, essendo organizzati dai membri più onorevoli e prestigiosi della tribù, questo rituale permetteva la ridistribuzione delle risorse materiali tra i vari clan e per consolidare il proprio status attraverso la manifestazione di rifiuto della proprietà privata.

Come già evidenziato in un passato articolo sui Big Man della Polinesia, si ripresenta il concetto di autosfruttamento del leader della comunità che, per accumulare i beni materiali da offrire o da distruggere durante i potlatch, può contare solamente sulle sue forze e sul suo lavoro non potendo disporre di alcun potere coercitivo per imporre ad altri individui di lavorare per lui. Inoltre, sempre citando quell’articolo, ” l’obbligo di generosità è un vero e proprio contratto stipulato tra il capo e la tribù, che sancisce il prestigio di cui ha brama il capo, in cambio di un costante flusso di beni prodotti di cui può godere la comunità intera. Questo obbligo di generosità è a tutti gli effetti un debito del capo nei confronti della società; debito che incatena il capo fin quando egli vorrà continuare a detenere lo status di leader.”.

Torna prepotentemente il concetto di rifiuto della proprietà e del disprezzo per il possesso dei beni materiali, comune a moltissimi popoli ritenuti selvaggi e primitivi, nonostante sia innegabile l’effetto che questo rifiuto e questo disprezzo abbiano sull’organizzazione sociale, impedendo alla diseguaglianza e alla divisone di distruggere l’equilibrio egualitario tipico della maggioranza delle popolazioni primitive.

Spazi di Improvvisazione Democratica: Navi Pirata, Società di Frontiera ed EZLN

Negli ultimi decenni di Storia la democrazia rappresentativa si è affermata presentandosi come l’unica possibile espressione politica legittima, portando all’estinzione e soffocando le altre forme di potere comunitario, esteso, egualitario ed orizzontale. L’ordine statale odierno che si fa portavoce della democrazia rappresentativa si è stabilizzato sulla costante oppressione delle diversità culturali e si è affermato globalmente grazie a strumenti di sopraffazione economica, militare ed ideologica, facendo quasi del tutto scomparire forme e modalità decisionali orizzontali ed egualitarie. Infatti, come sostiene David Graeber, le attuali istituzioni politiche si mascherano dietro l’ideale democratico, quando in realtà di democratico non hanno nulla se non la maschera dietro cui si celano oligarchie e repubbliche.

Questa premessa è funzionale all’argomento che voglio trattare in questo articolo, ovvero quegli spazi di improvvisazione democratica in cui si possono sviluppare forme di autonomia ed autogoverno lontano dall’opprimente controllo del Leviatano. Prima di concentrarmi su questo, è utile una breve descrizione della democrazia rappresentativa e del suo opposto, la democrazia diretta o orizzontale. La democrazia rappresentativa è fondata sulla delega e sul sistema del voto, ed è un sistema politico in cui il potere politico viene centralizzato separandolo dal corpo sociale. Al vertice di questo sistema politico troviamo di volta in volta sovrani, presidenti, tiranni, parlamentari e simili che dirigono e governano per conto della massa (o così per lo meno dicono ed illudono di fare), giudicata incapace di autogovernarsi, autorganizzarsi e di provvedere al proprio sostentamento e alla propria sicurezza. Qui subentra il classico dilemma amletico libertario: “Se l’uomo non è capace di governare se stesso, come può governare un popolo? E di conseguenza, se l’uomo sa autogovernarsi a che cosa gli serve un governo?”. Questa questione cruciale che sta alla base di tutto il pensiero anarchico smaschera la presunta necessità dello Stato e di conseguenza del governo, smaschera l’incapacità infantile con cui i governanti dipingono le masse. Ma torniamo alla nostra cara democrazia rappresentativa, presentata come una modalità democratica possibile anche se ad esser completamente sinceri essa non è nè democratica nè tanto meno egualitaria, poichè promuove una oligarchia in cui a decidere è sempre e solo una maggioranza che si impone, soprattutto attraverso la forza ed il potere coercitivo statale, sulla massa di cittadini. Perciò non è del tutto errato sostenere che la contemporanea democrazia rappresentativa è a tutti gli effetti una oligarchia che trova le sue fondamenta nell’elevata diseguaglianza tra chi decide e governa, e chi subisce le decisione e viene governato.

Ora subentra una seconda cruciale questione: qual è l’alternativa alla democrazia rappresentativa? La risposta ci viene data come sempre dalla Storia e dall’Antropologia che dimostrano l’esistenza passata e presente di contesti e modalità caratterizzate da democrazia diretta. Questi circuiti democratici egualitari emergono nelle zone di margine e confine degli stati e sono sostenuti da istituzioni politiche orizzontali, a differenza di quelle verticali che caratterizzano gli odierni stati-nazione fondati sulla democrazia rappresentativa. I contesti che sviluppano forme di democrazia orizzontale e diretta si collocano negli spazi intermedi e si caratterizzano per ibridazione culturale; questi due fattori permettono lo sviluppo di un certo livello di autonomia, favorita anche dall’assenza del controllo opprimente da parte del Leviatano.

Nel corso della storia ci sono stati svariati contesti in cui queste modalità egualitarie e di democrazia orizzontale sono emerse e hanno permesso il funzionamento della società regolando le relazioni personali e collettive tra individui. In questo mio articolo voglio riportare tre esempi di democrazia diretta, due del passato ed uno del presente.

Iniziamo dalle Navi Piratauno dei principali circuiti regolati da democrazia orizzontale della Storia. Nel suo saggio “Where and When was Democracy Invented?”, J.Markoff tratta appunto questo tema. Le navi pirata che solcavano l’atlantico nel XVIII secolo, che avevano dichiarato guerra al mondo e che vivevano sostanzialmente sfuggendo a qualsivoglia controllo statale, presentavano modalità riconducibili alla democrazia diretta, come evidenziato anche dallo storico M.Rediker. Innanzitutto bisogna sottolineare che le ciurme di pirati eleggevano dei capi, ma che la funzione di questi ultimi era più simile al Capo di Guerra dei nativi americani piuttosto che ad una vera e propria autorità dispotica ed egemonica. Infatti il capo di guerra esercitava questo suo potere conferitogli dalla ciurma solamente durante i combattimenti o durante le battute di caccia e razzia; nel resto del tempo, citando il sempre presente Clastres, era un capo senza potere, poichè non aveva nessuno strumento coercitivo per esercitare questa sua autorità sulla ciurma, e veniva considerato un eguale tra gli eguali. Inoltre come ho già evidenziato riportando la terminologia graeberiana, la democrazia diretta nasce negli spazi improvvisati di autogoverno, di autonomia e di scambi (materiali e non) interculturali. E le navi pirata in quanto ad eterogeneità culturale sono un esempio impossibile da tralasciare. Infatti le ciurme di pirati erano raramente omogenee culturalmente e per quanto riguarda la provenienza sociale, come mostrato dalla ciurma di Black Sam Bellamy composta da olandesi, britannici, francesi, africani liberati da navi schiaviste, afro-americani, spagnoli e nativi americani. Da questo punto di vista le navi pirata rappresentavano il contesto perfetto per l’emergere di un esperimento interculturale/multiculturale. Le navi pirata come ho riportato sopra fuggivano dal controllo statale ed è per questo che riuscirono a produrre forme di autonomia e autogoverno fondate su istituzioni democratiche orizzontali.

Il secondo esempio storico di democrazia diretta e di spazi di improvvisazione democratica ci viene fornito dalle Società di Frontiera Americane, anche loro come le navi pirata caratterizzate da forte componente multiculturale che favorì l’emergere di modalità di autogoverno orizzontali ed egualitarie. Infatti nelle ampie terre di frontiera americane che riuscivano ad eludere il controllo dello madre patria inglese prima e del governo statunitense poi, le società di nativi americani e quelle dei coloni vivevano a stretto contatto ed erano perfettamente integrate tra loro, caratterizzandosi per l’elevato livello di scambi e relazioni interculturali.

Questi primi due esempi che la storia passata ci ha fornito dimostrano che le pratiche democratiche orizzontali e dirette emergono in quegli spazi di improvvisazione democratica, in quelle situazioni in cui comunità eterogenee vivono a stretto contatto e hanno l’impellente necessità di auto organizzarsi lontane dal controllo statale. L’assenza dell’entità statale comporta infatti l’assenza del meccanismo coercitivo che permetterebbe appunto allo stato di imporre il proprio volere e le proprie decisioni sulla massa di cittadini, anche contro il loro volere ed il loro consenso.

La storia contemporanea porta dinanzi ai nostri sguardi un ulteriore esempio di questi spazi di improvvisazione democratica in cui si cerca di reinventare le istituzioni democratiche in senso orizzontale ed egualitario, lontano dai nefasti governi che mascherano l’oligarchia dietro la facciata di una democrazia rappresentativa. Questo esempio attuale è la Rivolta del Chiapas capeggiata dall’EZLN (Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale), un movimento globale formato da indigeni che aspira a nuove forme di democrazia, fondate sull’egualitarismo e l’autonomia. L’EZLN, dall’insurrezione filo indigenista scoppiata nel 1994, ha elaborato un complesso sistema di assemblee municipali che funzionano su base consensuale e che dovrebbe riprodurre lo schema organizzativo con cui le antiche comunità Maya si sono auto organizzate ed autogovernate per migliaia di anni. Come successo per le navi pirata e per le comunità di frontiera anche il Chiapas e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale sono caratterizzati da un elevatissima multi etnicità che permette l’applicazione concreta di forme di autonomia.

Tutti e tre gli esempi che ho voluto riportare sono la dimostrazione storica dell’attuabilità e della possibilità della democrazia diretta. E sono, come già detto più volte, spazi di improvvisazione democratica in cui emergono valori e pratiche egualitarie ed orizzontali. Questo può accadere se con il termine “Democrazia” intendiamo procedure decisionali di stampo egualitario e modalità governative basate sulla forma assembleare e sulla discussione pubblica accessibile a tutti e volta a cercare il consenso dell’intera comunità, piuttosto che il volere di una maggioranza che andrà ad imporsi a tutta la società.

Perchè se è vero che “Democrazia” significa “potere del popolo”, allora la sua caratteristica principale dovrebbe essere un’elevata distribuzione del potere in modo egualitario, presupponendo la totale assenza di capi. E se così fosse, come sostenuto da David Graeber, “la democrazia è un’istituzione politica egualitaria che si confonde con la nozione di anarchia”. galeone-mezcal-458x297

Libertà e Cooperazione: la Non-Aggressività dei Fore della Nuova Guinea

La credenza comune porta a pensare che l’aggressività sia un carattere inscindibile della natura umana, che porta l’essere umano a comportarsi in modo violento ed aggressivo nei confronti dei propri simili, sfruttandoli e sottomettendoli. Come prova di questa tesi del carattere essenzialmente votato all’aggressività dell’essere umano, alcuni sostengono che i primi tratti aggressivi siano emersi nelle comunità dedite alla caccia e alla raccolta. Questi tratti aggressivi sarebbero stati funzionali ai cacciatori-raccoglitori per garantirsi la propria sopravvivenza e utili per il loro stile di vita incentrato sulla caccia. Ma possiamo davvero credere che questa visione estremamente negativa del carattere dell’essere umano sia comune a tutte le società umane in ogni epoca storica?

L’antropologo Richard Sorenson studiando i Fore della Nuova Guinea smentisce questa credenza diffusa, individuando due caratteri fondamentali che stanno alla base dell’organizzazione sociale di questo popolo: la cooperazione e la libertà.

Innanzitutto devo descrivere brevemente chi sono i Fore. I Fore sono un popolo di cacciatori.orticoltori stanziata nell’odierna Nuova Guinea che basano la loro esistenza e sopravvivenza sulla caccia, la raccolta e la coltivazione. Infatti i Fore rappresentano l’esempio perfetto del passaggio da uno stile di vita basato interamente sulla caccia e la raccolta ad uno protoagricolo incentrato sull’orticoltura, che comporta l’emergere di un nuovo modello di organizzazione sociale e una modifica del comportamento economico.

Come ho riportato sopra, Sorenson individua nella libertà e nella cooperazione, due tratti caratteristici della società Fore. Mentre noi occidentali siamo portati a pensare che libertà e cooperazione possono essere due categorie antitetiche, per i Fore l’elevato livello di libertà individuale non porta ad un egoismo/individualismo sfrenato, bensì sta alla base delle relazioni personali estremamente cooperative tipiche della loro società.

Per comprendere ed evidenziare meglio questi due caratteri che contraddistinguono la società e lo stile di vita Fore, Sorenson si concentra sulla socializzazione primaria dei bambini. I bambini più piccoli restano in contatto corporeo costante con le proprie madri, poichè il grembo materno funge da centro della vita infantile e per questo i bambini non vengono lasciati da parte nemmeno durante lo svolgimento delle attività quotidiane. Questo continuo contatto fisico con la madre e i familiari rende possibile la soddisfazione immediata dei bisogni basilari degli infanti, sviluppando una sorta di “linguaggio del contatto fisico” che impedisce la manifestazione di frustrazione infantile o esplosioni di rabbia. Questa comunicazione tattile attraverso l’ininterrotto contatto fisico è funzionale dunque all’espressione e alla soddisfazione dei principali problemi del bambino, ovvero il nutrimento e la sicurezza. Possiamo evidenziare come, grazie a questa relazione basata sul contatto fisico, emerga all’interno della società Fore un carattere fortemente votato alla cooperazione e relazioni umane di tipo consensuale, creando così un ordine sociale fortemente egualitario.

All’interno della società Fore viene concesso un elevato grado di libertà individuale ai bambini fin dai primi anni dell’infanzia, e ciò permette loro di sviluppare un’attività esplorativa seguendo i propri interessi e la propria iniziativa, senza nessuna interferenza o sorveglianza da parte degli adulti. Nonostante venga garantita questa elevata libertà individuale, i bambini raramente si fanno del male o procurano dolore ai propri coetanei. Fin dalla prima infanzia, i bambini Fore sono liberi di esplorare le attività e gli oggetti che attraggono la loro attenzione, il loro interesse e la loro curiosità.  Essendo in contatto fisico continuo con gli adulti impegnati nei compiti quotidiani e disponendo di libertà individuale, i piccoli apprendono facilmente le forme comportamentali e di reazione che caratterizzano la cultura Fore. L’approccio estremamente cooperativo tipico della cultura Fore deriva inoltre dalla sintonizzazione sociosensuale con i coetanie, con cui procede l’apprendimento dei bambini.

I Fore presentano un approccio totalmente non-autoritario nell’allevamento e nella socializzazione dei bambini, e questo permette l’emergere di una personalità esplorativa, curiosa, non repressa e funzionale alla cooperazione che caratterizza la loro organizzazione sociale egualitaria. Inoltre è praticamente assente la manifestazione di ira o rabbia da parte degli adulti, i quali ignorano completamente il rimprovero o la punizione nei confronti dei bambini, reagendo ai rari atteggiamenti ed azioni ostili dei più piccoli in modo divertito ed interessato.

Perciò per concludere, posso solamente sottolineare che i Fore sono uno degli svariati esempi che permettono di smentire il pensiero comune che vede l’essere umano aggressivo e violento per natura, dimostrando che l’aggressività è un carattere culturale che si impara attraverso le prime forme di socializzazione e non una essenza comune a tutte le culture, società e popoli, in quanto è possibile educare alla non-aggressività, alla libertà e alla cooperazione.anga-mummies-cliff