“Per un pensiero libertario non etnocentrico!” – Andrea Staid

Margaret Mead tra due ragazze samoane

“Come libertari, quando guardiamo alle pratiche politiche degli “altri” dobbiamo porre molta attenzione a non comportarci da etnocentrici e pensare che la nostra visone di società libertaria sia unica ed esportabile in tutto il mondo. Anche in questo caso, per affinare il nostro sguardo sull’alterità culturale, l’antropologia ci viene in aiuto con l’approccio relativista.
Ma cos’è il relativismo? È una teoria formulata a partire dal particolarismo culturale di Franz Boas e dall’antropologo statunitense Melville Jean Herskovits secondo i quali, considerato il carattere universale della cultura e la specificità di ogni ambito culturale, ogni società è unica e diversa da tutte le altre, mentre i costumi hanno sempre una giustificazione nel loro contesto specifico.
I bisogni umani universali possono essere soddisfatti con mezzi culturalmente e politicamente diversi. Su questo non abbiamo dubbi. Quindi l’idea che gli elementi di una cultura debbano essere compresi e analizzati a partire dal contesto in cui agisce la specifica cultura porta alla conclusione che non si può considerare una cultura superiore o inferiore ad un’altra. Anche su questo non dovremmo avere dubbi in quanto libertari.

È stato l’antropologo Melville Herskovits ad affermare, sulla scia dei precedenti fondamenti espressi da Franz Boas, che la specificità di ogni ambito culturale non consente analisi di carattere generale sul confronto tra culture.
Questa visione del mondo culturale degli “altri” ci mette in crisi e più che certezze fa nascere dubbi, ma questo non ci deve spaventare; l’importante è far diventare questi dubbi la possibilità di risposte nuove, la creazione di corpi politici ibridi e inediti.
Per gli antropologi il concetto di relativismo culturale diviene imprescindibile sul campo, grazie anche all’attività divulgativa dell’allieva di Boas, Margaret Mead, la cui opera più celebre, L’adolescente in una società primitiva, può essere considerata paradigmatica dell’utilizzo di argomentazioni di carattere relativistico come strumento di critica della società occidentale. Il testo è frutto di una ricerca nelle isole Samoa, nella quale l’autrice sosteneva che le difficoltà personali incontrate dalle adolescenti occidentali, non sono universali e necessarie, ma contingenti e generate prevalentemente dalle costrizioni e dalle imposizioni che gli elementi più tradizionalisti e moralistici della cultura occidentale impongono. Le adolescenti samoane, al contrario, sarebbero lasciate libere di giungere alla maturità fisica, identitaria, sessuale, sociale, senza condizionamenti eccessivi e non soffrirebbero delle crisi e delle difficoltà incontrate dalle occidentali. Questo è un caso particolare, ma paradigmatico per capire il concetto relativista.
L’impegno dell’antropologia, soprattutto nel periodo che va dai suoi esordi fino alla seconda guerra mondiale produce come conseguenza il superamento dell’antitesi tradizionale tra la superiorità della cultura europea e l’inferiorità degli altri popoli. Sono convinto che il pensiero libertario deve abbandonare completamente un approccio etnocentrico; non può pensarsi unico, giusto ed esportabile tout court nel pianeta, dobbiamo comprendere l’importanza di uno sguardo relativista. Il relativismo culturale è una risposta all’etnocentrismo e nega l’esistenza di un’unità di misura universale per la comprensione dei valori culturali e politici, poiché ogni cultura è portatrice di valori e norme che non hanno validità al di fuori della cultura stessa.

L’emergenza del relativismo culturale ha facilitato una comprensione più profonda e meno superficiale delle culture differenti da quella occidentale. Ma facciamo attenzione, quello che io propongo è un metodo per comprendere l’altro, non una sospensione totale del giudizio e del posizionamento politico dell’individuo. Per questo è molto importante fare una distinzione tra relativismo culturale e relativismo etico; il primo è quello che io propongo per meglio comprendere la cultura e la politica degli “altri”.
Il relativismo culturale (metodologico) va tenuto distinto dal relativismo etico: mentre il primo costituisce un approccio metodologico, indica cioè quale debba essere la metodologia corretta per analizzare i fenomeni culturali, il secondo si riferisce ad un atteggiamento di sospensione del giudizio etico e morale circa usanze, politiche e costumi presenti nelle varie culture. Per il relativismo etico, vale il principio di equivalenza di ogni prescrizione morale; se infatti non esiste una verità assoluta di riferimento in base a cui poter distinguere il bene dal male, allora tutto è lecito, affermazione che pretende di porsi a sua volta come una norma assoluta, a dispetto del presunto carattere “non prescrittivo” del relativismo. Non è tutto relativo, al contrario; ma per comprendere gli “altri” dobbiamo relativizzare il nostro sguardo.”

 

(Articolo scritto dall’antropologo Andrea Staid sul suo Blog)

“Distruggere le Frontiere ogni Giorno” – Due parole sul tentativo dei migranti di attraversare il confine a Ventimiglia

“Le barriere sono l’emblema del nostro presente. Accettarle rende disumani e complici. Cercare di abbatterle è l’inizio di una libertà possibile.”

Nella notte tra il 25 ed il 26 giugno, 300-400 migranti hanno provato ad attraversare il confine tra l’Italia e la Francia a Ventimiglia e come di consueto si sono trovati ad affrontare le forze dell’ordine in assetto antisommossa che hanno tentato di bloccare questo tentativo di riaffermazione della loro “libertà di movimento” con i lacrimogeni. I migranti hanno deciso di provare a oltrepassare il confine, mettendo in atto una vera e propria sfida alle politiche liberticide della Fortezza Europa, in seguito all’ordinanza emanata da Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, che prevedeva lo sgombero degli accampamenti dei migranti situati sulle sponde del fiume Roja nei quali vivevano, o meglio sopravvivevano, da mesi centinaia di persone. L’ordinanza del sindaco di Ventimiglia appare chiaramente come un’operazione che, sotto alla solita retorica della “lotta al degrado”, tenta di far “scomparire” le persone migranti attraverso azioni di sgombero o di internamento nei campi della Croce Rossa allestiti al di fuori della città, come avvenuto mesi fa. Peccato che coloro i quali pensano di risolvere il “problema” con gli sgomberi non si accorgano che questa modalità d’azione avrà come unica risposta la rinnovata determinazione dei migranti nel tentare di travalicare il confine. Come scrivono i compagni di Progetto 20k: “È una semplice questione fisica: se sgomberi le persone non puoi aspettarti che spariscano all’improvviso, se mandi le ruspe dove dormono le persone perché “indecorosi”, queste persone si sposteranno provando a superare il confine”. Lo sgombero è avvenuto effettivamente nella mattinata di lunedì 26 giugno, ma i migranti hanno anticipato tale operazione consci del fatto che se fossero rimasti all’accampamento per loro si sarebbe aperta solamente la strada della deportazione verso i famosi CPR. Purtroppo oggi 27 giugno un gruppo di migranti che era riuscito ad arrivare in Francia è stato fermato dalla polizia francese, la quale ha organizzato una vera e propria caccia all’uomo, ed è stato portato alla frontiera italiana dalla quale probabilmente alcuni saranno deportati nel CIE/CPR di Taranto mentre altri torneranno sulle sponde del Roja a Ventimiglia, dove tenteranno quasi certamente di organizzare un nuovo assalto alla frontiera.

L’azione di attraversamento del confine organizzata e messa in atto dai migranti è a risposta migliore che si poteva dare a chi continua a considerarli e trattarli come merci o come oggetti da far scomparire, posizionare, nascondere in quanto “individui indecorosi” e produttori di “situazioni di degrado”. L’attraversamento del confine dimostra ancora una volta l’importanza e la capacità dei migranti di decidere il proprio destino e di autorganizzare le proprie lotte e le azioni dirette a superare le frontiere ed i confini per sottolineare la possibilità di un attacco deciso alla Fortezza Europa. Riprendendo le parole di uno dei migranti che era pronto ad oltrepassare il confine: “vogliamo solo costruirci una vita dignitosa in cui possiamo autodeterminarci”.

Oggigiorno infatti l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa. Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad identificare, espellere e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Occidente in generale ed Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè, come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen, a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di movimento che a noi appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo contrastare e combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, appunto quella di movimento. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno, in ogni luogo.

“Avevamo Ragione Noi…” – A Proposito di Anarchismo e Anti-Globalizzazione

“Il dito indicava la globalizzazione e avevamo ragione, ma voi avete visto l’estintore”

20 luglio 2001, Genova. Un ragazzo privato della vita disteso sull’asfalto rovente, un estintore, un assassino in divisa al sicuro nel suo blindato. Una città teatro di una lotta spietata tra chi aveva capito che la globalizzazione avrebbe globalizzato lo sfruttamento e non i diritti e i difensori dell’ordine e della legge che, quel giorno più che mai, indossarono i panni dei carnefici e dei boia per difendere i privilegi e gli interessi del capitalismo neo-liberista. Una città che ha conosciuto la brutale violenza poliziesca per le strade, nelle piazze, alla Diaz, a Bolzaneto. Un movimento deciso a contrastare in ogni modo la creazione di un sistema-mondo basato sulla crescente integrazione economica, politica e sociale di stampo neo-imperialista e neo-liberista.

E avevamo ragione noi. La globalizzazione nella sua forma di capitalismo neo-liberista globale, conferendo il primato al mercato, alle sue leggi e alla merce, si è dimostrata nel XXI secolo per quello che realmente era: la globalizzazione dello sfruttamento della classe lavoratrice mondiale, dei poveri e degli sfruttati; la libertà di movimento per le merci ed il capitale, ma non per le persone;

In seguito a questo incipit che ci permette di delineare a grosse linee il contesto, la domanda che voglio porre ai lettori, e che di conseguenza voglio porre a me stesso, è la seguente: qual è stato e qual è tuttora il rapporto tra anarchismo e movimento anti-globalizzazione?

Innanzitutto è importante sottolineare come gli anarchici abbiano partecipato attivamente sia nelle proteste del 1999 a Seattle che in quelle del 2001 a Genova, dimostrando in questo modo di essere una componente rilevante all’interno del movimento “no global”, prendendo in prestito un termine tanto caro ai media e all’opinione pubblica. Ma, pur vedendo nel concetto astratto di globalizzazione (anche se sarebbe meglio utilizzare il termine “internazionalizzazione) un importante possibilità di sviluppo della coscienza di classe a livello internazionale con conseguente lotta di classe internazionalizzata, gli anarchici si sono sempre situati al di là della semplice dicotomia “Globalisti vs Scettici della globalizzazione. Questo perchè, pur essendo anti-globalisti, noi anarchici non eravamo, e non possiamo essere per nostra natura, dalla parte di quella frangia del movimento anti-globalista di stampo statalista che faceva e fa tuttora leva sulla difesa della sovranità dello Stato-Nazione e delle identità nazionali-culturali (intese come entità immutabili, chiuse e monolitiche) attraverso la retorica della “chiusura delle frontiere”.

Difatti gli anarchici all’interno del movimento anti-globalizzazione si son da subito opposti a quegli aspetti neoliberisti e capitalisti della globalizzazione contemporanea che, per difendere gli interessi e i privilegi dei capitalisti, vanno ad attaccare ferocemente tanto i salari quanto i sistemi di welfare. Secondo gli anarchici sono questi gli aspetti della globalizzazione che possono permettere uno sviluppo a livello globale di una coscienza di classe.

La globalizzazione contemporanea, come già detto, è dominata dalle logiche del libero mercato. Questa globalizzazione economica è la conseguenza principale della crisi del Capitalismo iniziata nel 1973 con lo shock petrolifero. Se non voleva soccombere, il capitalismo necessitava di riformarsi e ristrutturarsi attorno ad un nuovo modello favorevole al libero mercato privo di regolamentazione e di interferenze statali, quello neo-liberista appunto. In questo modo il modello economico neo-liberista si è imposto a livello globale, tanto da poter vedere la globalizzazione economica come il trionfo del capitalismo neo-liberista guidato dalle potenze occidentali (USA in primis) e dagli organismi finanziari internazionali come Fondo Monetario Internazionale (FMI) e World Trade Organization (WTO) creati dagli stessi paesi dominanti del Nor del mondo. La globalizzazione economica di stampo neo-liberista ha quindi imposto a livello mondiale una serie di politiche come la flessibilità della forza lavoro, la privatizzazione, la liberalizzazione del mercato e del capitale, i tagli allo stato sociale, orientate all’interesse della classe dominante incarnata dalla classe capitalista a livello globale.

Come si è detto sopra, noi anarchici siamo anti-globalisti anche se prendiamo le distanze da tutto quello spettro di posizioni scettiche incentrate sulla centralità del ruolo dello Stato-Nazione e a difesa della sua sovranità erosa dal processo di globalizzazione. Infatti secondo gli anarchici lo Stato-Nazione capitalista non è affatto una vittima della globalizzazione capitalista (come sostenuto dagli anti-globalisti statalisti), bensì uno, se non il, principale attore protagonista della globalizzazione economica di stampo neo-liberista. Gli statalisti sostengono che lo sviluppo delle multinazionali e delle istituzioni multilaterali di governance regionale e globale implichi l’erosione della legittimità e della sovranità dei singoli Stati-Nazione. La ristrutturazione neoliberista ha in realtà rafforzato il ruolo dello Stato, in quanto attore che ha reso possibile lo sviluppo di un mercato internazionale del lavoro, un vero e proprio “mercato dello sfruttamento su scala globale”.

In realtà questa posizione statalista non tiene conto della funzione reale e del ruolo che ha lo Stato-Nazione all’interno dell’economia capitalista globale, ossia quello di motore trainante della ristrutturazione economica neo-liberista. Perciò gli statalisti presentano lo Stato come una vittima innocente da difendere da una globalizzazione “brutta e cattiva”, quando in realtà l’entità statale è storicamente riconosciuta come l’attore principale dell’economia capitalista poichè da un lato permette lo sfruttamento della classe lavoratrice e dall’altra difende la proprietà privata dei mezzi di produzione, attraverso il monopolio dell’uso “legittimo” della violenza, difendendo di conseguenza i privilegi e gli interessi della classe dominante, fungendo in questo modo da “cane da guardia” del capitalismo. E questo suo ruolo, anche se leggermente ridimensionato, permane anche all’interno della globalizzazione economica di stampo neo-liberista. Lo Stato-Nazione è quindi parte del problema anziché vittima. Perciò combattere la globalizzazione non può prescindere dall’attaccare i suoi due principali cardini, il capitalismo e lo Stato-Nazione

Per concludere, noi anarchici, che da sempre combattiamo e ci opponiamo tanto lo Stato quanto il Capitalismo, ritenute le due principali fonti di oppressione e di violenza per i lavoratori e per i popoli, vediamo nella lotta contro la globalizzazione la possibilità di uno sviluppo dell’autorganizzazione dei lavoratori su scala internazionale in vista di una lotta di classe internazionalista; sviluppando in questo modo l’opposizione allo stato ed al capitale in vista del trionfo del socialismo autogestito e senza Stato.

Avevamo ragione.‭ ‬Ma non è servito a nulla.‭ ‬Avevamo detto cosa avrebbe causato la globalizzazione e le nostre previsioni si sono puntualmente verificate.‭ Abbiamo combattuto la globalizzazione nel momento in cui cercava di imporsi,‭ ‬a cavallo del passaggio di millennio,‭ ‬a Seattle,‭ ‬a Genova e ovunque ce ne fosse l’occasione.‭ ‬Abbiamo pagato un prezzo altissimo in termini di morti,‭ ‬feriti,‭ ‬arresti,‭ ‬torture e repressione,‭ ‬ma non siamo riusciti ad impedirla.‭ ‬Ed oggi viviamo in un mondo che ne sta pagando le conseguenze.” (Estratto tratto da un articolo di Umanità Nova)

(Anarchici durante il G8 di Genova)

 

Noi della Confederazione Irochese delle Sei Nazioni: Per l’Armonia e la Pace nel Mondo

“Gli Haudenosaunee, o confederazione Irochese delle sei nazioni, sono su questa terra dall’inizio della memoria umana. La nostra cultura è tra le più antiche che ancora esistano nel mondo. Noi ricordiamo ancora i primi atti del comportamento umano. Noi ricordiamo le istruzioni originarie dei creatori della vita a questo luogo che noi chiamiamo Etenoha, Madre terra. Noi siamo i guardiani spirituali di questo luogo. (…)

Al principio ci è stato detto che gli esseri umani che camminano sulla terra sono stati dotati di tutto ciò che è loro necessario per vivere. Abbiamo imparato ad amarci gli uni con gli altri, ad avere un grande rispetto per tutti gli esseri della terra. Ci è stato mostrato che la nostra vita esiste grazie alla vita degli alberi, che il nostro benessere dipende dalla vita vegetale, che noi siamo i parenti più prossimi degli esseri a quattro zampe. (…)

Noi salutiamo ed esprimiamo la nostra riconoscenza alle numerose cose che mantengono la nostra vita: il granoturco, i fagioli, le farine, il vento e il sole. Allorquando le genti smettono di rispettare e di esprimere la loro gratitudine per tutte queste cose, allora tutta la vita comincia ad essere distrutta, e la vita umana su questo pianeta arriva alla sua fine. Le nostre radici sono profonde nella terra dove viviamo. Noi nutriamo un grande amore per il nostro paese, perché il luogo della nostra nascita è là. Il suolo è pieno delle ossa di migliaia di nostri antenati, ciascuno di noi fu creato su queste terre, ed è nostro dovere averne grande cura, poiché da queste terre scaturiranno le future generazioni. Noi proseguiamo il nostro cammino con grande rispetto perché la terra è un luogo estremamente sacro. (…)

A tutt’oggi, i territori che ci restano sono coperti di alberi, pieni di animali e di tutti gli altri doni della Creazione. In questo luogo riceviamo ancora il nutrimento della nostra Madre Terra. Noi abbiamo sottolineato che tutti i popoli della terra non mostrano lo stesso rispetto per questo mondo e gli esseri che esso reca. Il popolo Indoeuropeo, che ha colonizzato le nostre terre, ha mostrato assai poco rispetto per le cose che cerano e mantengono la vita. Noi pensiamo che questi popoli hanno cessato di rispettare il mondo già da molto tempo. Migliaia di anni fa tutti i popoli del mondo credevano nella stessa maniera di vivere, quella dell’armonia con l’universo. Tutti vivevano in accordo con la natura. (…)

Gli europei attaccarono ogni aspetto dell’America del Nord con uno zelo incomparabile. I popoli nativi furono implacabilmente distrutti poiché essi erano un elemento non assimilabile dalla civilizzazione occidentale. (…)
Ma il nostro messaggio essenziale al mondo è fondamentalmente un appello alla presa di coscienza. La distruzione delle culture dei popoli nativi appartiene allo stesso processo che ha distrutto e distrugge ancora la vita su questo pianeta. Le tecnologie e i sistemi di organizzazione sociale che hanno distrutto la vita animale e vegetale stanno distruggendo anche la vita dei popoli naturali. Questo processo è la civiltà occidentale. (…)

Se deve esserci un avvenire per gli esseri viventi su questo pianeta, noi dobbiamo cominciare a cercare le vie di cambiamento. Il processo di colonizzazione ed imperialismo che ha colpito gli Haudenosaunee non è che un microcosmo del processo che ha colpito il mondo.(…) Ciò di cui abbiamo bisogno è la liberazione di tutte le cose che sostengono la vita: l’aria, le acque, gli alberi, tutte cose che sostengono la trama sacra della vita. (…)

Noi siamo impegnati in una lotta di decolonizzazione delle nostre terre e le nostre vite, ma non possiamo compiere questa lotta da soli e senza aiuto. Da secoli sappiamo che ogni azione individuale crea condizioni e situazioni che mutano il mondo. Da secoli ci preoccupiamo di evitare tutte le azioni che non offrono una prospettiva a lungo termine finalizzata all’armonia ed alla pace nel mondo. In questo contesto, con i nostri fratelli e le nostre sorelle dell’emisfero ovest, siamo venuti fin qui per parlare di questi importanti problemi con altri membri della famiglia dell’uomo.”

La confederazione irochese delle sei nazioni

 (Immagine presa da WuMing Foundation – Bandiera della Lega Irochese esposta da due militanti No Tav in Val Susa)

Tratto direttamente dal libro “ Messaggio degli Irochesi al mondo occidentale. Per un risveglio della coscienza”, ripreso direttamente dall’articolo di Andrea Staid per “A Rivista Anarchica”

Resistenze Indigene – La Guerra di Guerriglia dei Seminole

I Seminole, tra le numerosissime tribù di nativi americane venute in contatto con l’uomo bianco, sono stati certamente, oltre che un popolo particolare e unico, uno dei più bellicosi e tenaci nel difendere la propria autonomia e la propria libertà con tutti i mezzi possibili. Ancora oggi infatti il popolo Seminole è ricordato e fa vanto di esser stata l’unica tribù di nativi a non aver mai firmato un trattato di Pace con il governo degli Stati Uniti d’America. Inoltre le guerre avvenute tra i Seminole e il governo americano sono state le più lunghe, logoranti e costose sia in termini di perdite umane che di denaro per il governo USA tra tutti i conflitti mossi contro i nativi. In questo articolo della serie “Resistenze Indigene” parlerò nello specifico della Seconda Guerra Seminole, anche conosciuta come Resistenza Seminole, e della tattica militare utilizzata dai nativi per contrastare l’espansione dei coloni e dell’esercito americano nei territori paludosi della Florida, ovvero la guerriglia.

Prima di iniziare dovremmo chiarire chi furono i Seminole. I primi gruppi di nativi che si stanziarono nelle zone attorno alle paludi della Florida, erano in realtà delle comunità di migranti formate da individui appartenenti alle tribù Creek e Chickasaw che avevano deciso di abbandonare, a causa di problemi di sovrappopolazione, i propri territori di origine e le proprie tribù. Una volta giunti in Florida, queste comunità di migranti decisero di rinnegare le proprie origini adottando il nome di Seminole, che può star a significare sia “uomini liberi” sia “popolo in movimento”. E’ per questa loro natura di migranti, di fuggitivi, di uomini liberi che dovremmo pensare ai Seminole come una confederazione di comunità, piuttosto che come un vero e proprio popolo omogeneo culturalmente, linguisticamente e etnicamente. A riprova di questa loro natura culturale eterogenea è utile sottolineare che all’interno della confederazione seminole trovarono rifugio moltissimi schiavi neri fuggitivi che acquistarono la libertà all’interno delle comunità indigene, divenendo membri effettivi del popolo Seminole e combattendo al loro fianco nelle guerre contro gli americani. La confederazione seminole rappresenta quindi un caso unico all’interno del variegato panorama dei popoli nativi americani, al punto che non sarebbe affatto un errore definirla una vera e propria confederazione multiculturale. Inoltre ritengo sia importante sottolineare che, per quanto riguarda l’organizzazione politica-sociale, i Seminole erano privi di re o capi, e solamente in situazioni speciali come un conflitto, sceglievano in modo democratico, orizzontale e diretto il proprio capo di guerra.

Passiamo ora ai fatti storici. La prima data importante nella storia Seminole è il 1819, data con la quale termina la prima Guerra Seminole e che decreta l’acquisizione statunitense della Florida che fino a quel momento era stato possedimento coloniale spagnolo. Con l’acquisizione della Florida, il governo statunitense decise di intraprendere delle vere e proprie campagne militari per invadere, occupare e conquistare i territori nativi, deportando gli indigeni nelle riserve. I Seminole però non vollero saperne di abbandonare le proprie terre e di assoggettarsi al volere degli americani e per questo motivo decisero di intraprendere una guerra di guerriglia volta a scacciare l’invasore e a mantenere la propria autonomia. Alcuni anni dopo la conclusione della Prima Guerra Seminole infatti, nel 1823, il governatore della Florida W.P.Duval discusse con alcuni rappresentanti indigeni le condizioni per la stipulazione di un trattato di pace che avrebbe non solo decretato la cessione delle terre seminole al governo degli Stati Uniti, ma sopratutto l’accettazione di recarsi nelle riserve dell’Oklahoma.

Contro questo trattato e contro la deportazione in alcune riserve dell’Oklahoma, a ovest del Missisipi, si schierò con tenacia il famoso capo di guerra Osceola, il quale fu artefice dell’inizio della Resistenza Seminole che durò per 7 anni. Osceola, conscio dell’importanza che avrebbe potuto assumere il territorio paludoso della Florida e della conoscenza seminole di quell’ambiente ostile, attuò una vera e propria guerra di guerriglia contro l’esercito statunitense che si dimostrò disorientato dalla facilità di combattimento e movimento che contraddistingueva i Seminole in quelle zone ostiche e inviolabili. Prima di arrivare al vero e proprio inizio della Seconda Guerra Seminole però dobbiamo raccontare altri importanti eventi che ci permettono di fare un quadro più completo dei rapporti che intercorrevano tra il governo USA e la Confederazione Seminole.

Il 28 dicembre 1833, l’agente dell’esercito americano Thompson fu ucciso durante un imboscata; questo fatto viene ritenuto il momento preciso in cui i Seminole riconobbero ad Osceola lo status di capo di guerra che avrebbe guidato la resistenza. La sera dello stesso giorno due compagnie comandate dal maggiore Francis Dade affrontarono altri tre capi di guerra seminole; dal combattimento solamente tre soldati americani uscirono vivi. Furono questi due avvenimenti che diedero inizio alle prime fasi della Seconda Guerra Seminole, che iniziò ufficialmente solo nel 1835 e che vide nuovamente la Florida teatro di violenze e combattimenti pochi anni dopo la conclusione del primo conflitto. Nonostante la resistenza seminole durò fino al 1842 assestando gravi perdite all’esercito statunitense, nel 1838 fu colpita duramente dalla morte di Osceola, successiva alla sua cattura da parte dell’esercito americano a St.Augustine e la sua prigionia a Fort Moultrie.

Come ho già sottolineato sopra la Resistenza Seminole è stata una guerra di guerriglia nella quale il territorio paludoso della Florida ha avuto un ruolo fondamentale; da una parte permise ai guerrieri indigeni di attuare una guerriglia fatta di agguati, imboscate e repentine fughe, dall’altra risultò essere un ambiente fortemente ostile ed impenetrabile per l’esercito americano trovatosi impreparato a combattere una guerra logorante in un territorio ignoto. Come disse Osceola a proposito della pratica della guerriglia nelle paludi della Florida: “Dove loro saranno molti noi non ci saremo, dove saranno in pochi noi li colpiremo”. Non è forse questa l’essenza della guerriglia che ha fatto la fortuna di molte insurrezioni, resistenze e rivoluzioni socialiste, marxiste e anarchiche? Citando direttamente Guevara, “Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta il nemico; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti”; ed è quello che hanno fatto dal 1935 al 1942 i guerriglieri indigeni e quello che ha permesso loro di mantenere la propria autonomia, la propria essenza di uomini liberi, in poche parole la propria essenza di Seminole.