Il Processo di Emancipazione delle Donne Zapatiste

I Primi Passsi dell’EZLN

La mattina del 1°Gennaio 1994 un numerose esercito formato principalmente da indigeni di etnia tzotzil, tzeltal e tojolobal emerse dall’oscurità impenetrabile della Selva Lacandonda in Chiapas, Messico. Fu questo l’inizio della Rivoluzione Zapatista guidata per dall’Ejercito Zapatista de Liberaciòn Nacional (EZLN), che per dodici giorni tenne sotto scacco il governo e l’esercito messicano in una vera e propria guerra di guerriglia nei territori e nei villaggi del Chiapas.  L’EZLN dimostrò fin da subito di essere un esercito particolare non solo perché formato quasi esclusivamente da indigeni, ma perché nel suo processo rivoluzionario ha incorporato una serie di pratiche radicate e sopravvissute nel corso dei secoli nelle comunità indigene chiapaneche come le forme di democrazia diretta e di autogoverno o le assemblee comunitarie nelle quali vengono prese le decisioni politiche. La base della rivoluzione zapatista è quindi sempre stata e continua essere il rispetto per le comunità indigene, per le loro forme di organizzazione sociale, economica e politica e per la loro cultura; non a caso l’EZLN tende a definirsi come il braccio armato delle comunità e perciò auspica la sua dissoluzione nel momento in cui verranno raggiunti gli undici punti per cui combatte (terra, giustizia, casa, educazione, libertà, sanità, indipendenza, lavoro, alimentazione, pace, democrazia). Auspicando la propria dissoluzione l’EZLN dimostra il suo totale disinteresse nella presa di potere e soprattutto il carattere indigeno della sua rivoluzione che pone al centro e al di sopra di tutto le comunità. L’EZLN è insorto non per impossessarsi del potere, piuttosto per affermare la dignità e l’esistenza delle comunità indigene che continuano a resistere e lottare e di conseguenza per affermare il valore della cultura indigena.

Lo zapatismo ha rappresentato fin dall’inizio per le donne indigene del Chiapas una possibilità di riscatto e di radicale cambiamento della loro condizione di oppressione, discriminazione ed esclusione. La lotta delle donne indigene all’interno delle comunità autonome zapatiste e nell’EZLN rappresenta una vera e propria resistenza nella resistenza; un processo di emancipazione che è stato lento, difficile e certamente non privo di ostacoli ma che, come vedremo più avanti, ha raggiunto degli obiettivi importanti per la situazione sociale, politica ed economica delle donne indigene del Chiapas e in parte di tutto il Messico. Del resto la lotta per la parità di genere, l’uguaglianza e i diritti delle donne ha sempre ricoperto un ruolo centrale all’interno del processo rivoluzionario portato avanti dall’EZLN. Fu lo stesso subcomandante Marcos a ribadire in più di un’occasione che l’intento degli zapatisti non era quello di affermare la priorità della lotta per la terra rispetto alla lotta di genere, bensì che le due forme di resistenza e di lotta si sarebbero dovute sviluppare l’una accanto all’altra. Solamente in questo modo la rivoluzione zapatista avrebbe realmente raggiunto il suo scopo, ossia la creazione di un mondo nuovo.

 

Condizioni della Donna Indigena nelle Comunità del Chiapas

Storicamente nel contesto messicano e principalmente in Chiapas la situazione e la condizione delle popolazioni indigene è stata ed è tuttora caratterizzata da esclusione ed emarginazione costante, nonché di vera e propria violenza e di oppressione da parte governativa. E’innegabile che le donne indigene, essendo oppresse tra gli oppressi e ultime tra gli ultimi, si trovino in un ruolo ancora più svantaggiato e sentano sulle loro spalle il peso di una triplice forma di emarginazione e discriminazione rispetto agli uomini. Questa triplice forma di oppressione è dovuta principalmente alla loro condizione di genere, seguita da quella di classe e appunto quella etnica. Se gli uomini sono discriminati e oppressi in quanto indigeni e poveri, oltre queste due caratteristiche le donne devono subire la pesante discriminazione legata al loro essere donne.

Nello Stato del Chiapas, così come nel restante territorio messicano e ugualmente nel resto del mondo latino americano, le donne indigene, principalmente di etnia tzotzil e tzeltal, all’interno delle comunità e della società sono confinate alla sfera lavorativa domestica e relegate a svolgere compiti ritenuti tradizionalmente “da donna” come l’accudimento dei figli, la coltivazione dei campi, la preparazione dei pasti. Anche per quanto riguarda la vita politica delle comunità la donna è stata spesso marginalizzata ed esclusa; basti pensare al fatto che nelle comunità indigene più tradizionali chiapaneche le assemblee nelle quali vengono prese le decisioni politiche per tutta la società sono riservate ai soli uomini adulti ancora oggi.

Successivamente all’Insurrezione Zapatista del 1994, tanto nei territori autonomi e nelle comunità zapatiste quanto all’interno dell’EZLN, il ruolo della donna ha subito una vera e propria trasformazione, rappresentando una vera e propria rivoluzione nella rivoluzione. Durante i primi passi dell’insurrezione zapatista la partecipazione politica e militare delle donne indigene del Chiapas è stata fondamentale; difatti all’interno dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale potevamo trovare una donna come Ana Maria nel ruolo di maggiore. Fu proprio quest’ultima a guidare e comandare il battaglione che il primo gennaio del ’94, in piena insurrezione zapatista, fece irruzione nel villaggio di San Cristobal de Las Casas occupandolo per svariati giorni. La più grande rottura delle donne indigene con la tradizione comunitaria, con la condizione di sottomissione e subordinazione che caratterizzava la loro esistenza nelle comunità è avvenuta proprio all’interno dell’EZLN. Nell’Esercito Zapatista, che risulta essere una delle organizzazioni rivoluzionarie armate latinoamericane che conta la maggiore presenza di donne al suo interno, quasi il 30% (Zibechi, 1998), la donna col tempo è riuscita a raggiungere una condizione di parità assoluta, di rispetto e di libertà che nelle comunità più tradizionali potevano solo immaginare. Nonostante ciò il loro percorso di emancipazione è stato complicato e ancora oggi non può certamente dichiararsi concluso.

La Legge Rivoluzionaria delle Donne e la Convenzione delle Donne di San Cristobal

Prima ancora dell’insurrezione armata dell’EZLN è fondamentale sottolineare una data di importanza storica nel processo di emancipazione delle donne indigene in Chiapas. Difatti nel marzo del 1993 fu approvata la Ley Revolucionaria de las Mujeres che da lì in avanti costituì la base per la lotta verso l’uguaglianza e la parità di genere. Tale legge aveva come scopo principale quello di garantire il diritto all’autonomia personale, all’emancipazione e alla dignità di ogni donna indigena all’interno delle comunità del Chiapas. E’proprio grazie a questa legge che oggi le donne indigene zapatiste hanno la possibilità di partecipare a tutti i livelli della vita politica, economica e sociale dei territori autonomi zapatisti e delle comunità di cui fanno parte.

La Legge Rivoluzionaria delle Donne presentava inizialmente solo dieci punti; dieci punti che potrebbero sembrarci scontati se li osserviamo filtrati dalla nostra esperienza occidentale, ma che per le donne indigene rappresentarono una vera e propria trasformazione in senso rivoluzionario della loro condizione di oppressione e discriminazione. Questa Legge, tuttora in vigore nei territori autonomi zapatisti del Chiapas, prevede una serie di diritti che per la prima volta sono stati decisi e scritti dalle stesse donne indigene all’interno delle loro assemblee comunitarie, risultando essere quindi la diretta emanazione delle loro volontà e delle loro aspirazioni. I dieci punti che componevano la prima stesura della legge ci dimostrano un cambiamento radicale nel percorso di emancipazione e di affermazione del ruolo della donna; difatti nel testo della legge si parla del diritto delle donne a partecipare alla lotta rivoluzionaria, del diritto di lavorare e ricevere un salario, del diritto all’educazione, alla salute e al poter scegliere il proprio compagno, fino ad arrivare alla possibilità per la prima volta di prendere parte attiva alle questioni di vitale importanza per la comunità, la possibilità di ricoprire incarichi di natura politica e di natura militare all’interno dell’EZLN.

La partecipazione politica delle donne nelle comunità è sempre stata marginale, ma con la stesura e l’entrata in vigore della Legge Rivoluzionaria è avvenuta una radicale inversione di rotta. Le donne hanno preso coraggio e coscienza del loro ruolo rivoluzionario, hanno iniziato a partecipare alle assemblee, alle manifestazioni, a parlare pubblicamente e soprattutto a ricoprire incarichi e ruoli politici all’interno delle comunità di appartenenza. Dopo i primi dieci punti scritti nel testo della Legge del 1993 le donne zapatiste, pienamente coscienti del loro nuovo ruolo di cambiamento sociale, hanno voluto ampliare le loro richieste di emancipazione e di autonomia personale proponendo trentatré nuovi punti tra cui troviamo la parità assoluta di diritti tra i generi, il diritto di non essere più violentate o aggredite dagli uomini senza che questi ultimi vengano puniti e soprattutto il diritto di possedere la terra. Quest’ultimo punto è in realtà fondamentale nel momento in cui si pensa alla triplice oppressione delle donne indigene, precisamente in questo caso all’oppressione di classe, e alla loro condizione di dipendenza economica dall’uomo.

Di fondamentale importanza nel processo di emancipazione delle donne indigene fu anche la Primera Convenciòn Estatal de Mujeres Chiapanecas tenutasi nel giugno del 1994 a San Cristòbal. In questa assemblea, che ha visto la partecipazione quasi totale di donne indigene, si è discusso e formulato un documento nel quale venivano ampliati i discorsi e le rivendicazioni di genere già presenti nella Legge Rivoluzionaria delle Donne. Nel documento in questione si mise per iscritto la volontà di diffondere e incoraggiare una cultura fondata sull’uguaglianza e la giustizia finalizzata ad eliminare la subordinazione e la discriminazione che determinano il modo in cui le donne indigene costruiscono e percepiscono i loro ruoli sociali così come le loro identità; inoltre le donne indigene che hanno partecipato all’assemblea di San Cristòbal hanno apertamente preso posizione contro la struttura patriarcale che domina tanto le istituzioni dello Stato messicano quanto le relazioni interne alle comunità e alle famiglie. Per la prima volta le donne indigene del Chiapas, con il documento emerso da questa assemblea, hanno preso coscienza della loro triplice oppressione: di genere, di etnia e di classe.

.Femminismo Comunitario e Decolonizzazione del Pensiero Femminista

Se è innegabile che già in epoca pre-colombiana non si potesse parlare di assoluta parità di genere all’interno delle diverse comunità indigene latinoamericane, è altrettanto vero (e sarebbe intellettualmente disonesto negarlo) che con l’inizio dell’era coloniale, dell’invasione dei conquistadores spagnoli ed europei e soprattutto con l’oppressione dei popolo indigeni, il maschilismo ed il patriarcato imperanti nel vecchio continente si siano diffusi anche all’interno dell’organizzazione sociale delle comunità indigene del nuovo mondo.

Oltre quanto detto sopra bisogna però sottolineare il fatto che in epoca pre-coloniale la figura della donna all’interno delle comunità indigene dell’America Latina ricopriva certamente un ruolo differente e ben preciso ed era carico di una moltitudine di significati tra cui, quello più importante di creatrice della vita e dell’esistenza, assimilando la figura della donna a quella della “madre terra”. A causa di questa cosmovisione indigena, in certi casi e certe circostanze, la donna poteva ricoprire un ruolo centrale all’interno della vita sociale delle comunità.

Le lotte delle donne indigene delle comunità autonome zapatiste in Chiapas hanno certamente molti tratti in comune con le lotte femministe nordamericane ed europee; ciò nonostante in quanto indigene le donne zapatiste hanno operato una vera e propria rivisitazione e rilettura delle teorie femministe classiche partendo dalla loro cultura e producendo in questo modo nuovi significati. Il femminismo indigeno, in Chiapas così come nel resto del mondo latinoamericano, confluisce in una tradizione di pensiero che si discosta dalla filosofia di pensiero femminista tipicamente occidentale ed è nota con il nome di “comunismo comunitario” (o comunismo autonomo dell’America Latina). Questa forma di femminismo di ispirazione indigenista si impegna a combattere il patriarcato partendo da un universo cognitivo e da categorie di pensiero indigene e pre-coloniali e operando una vera e propria decolonizzazione del termine “femminismo” stesso poiché prodotto del pensiero occidentale e che risponde principalmente ai bisogni delle donne bianche europee e nord americane.

Il femminismo comunitario è emerso da prima in Bolivia e poi si è diffuso in tutto il continente latino americano ed è finalizzato alla lotta contro la patriarcalizzazione e alla decolonizzazione della società. Le ispiratrici di tale teoria femminista sono state alcune donne indigene boliviane di etnia aymara, tra cui troviamo Julieta Paredes, animate dalla volontà di rivendicare la riscoperta ed il recupero della memoria e delle pratiche comunitarie dei popoli indigeni pre-colombiani. In questo modo il processo di lotta per l’emancipazione e la parità di genere da una parte si presuppone l’obiettivo di contrastare le relazioni patriarcali e di oppressione di genere interno alle comunità e alle famiglie, mentre dall’altra trova le sue radici nel sforzo di decolonizzare le teorie femministe occidentali incapaci di intercettare i bisogni delle donne indigene latinoamericane.

 

Dalla Legge Rivoluzionaria delle Donne al Consiglio Indigeno di Governo

Nonostante la strada per la completa emancipazione delle donne indigene sia ancora lunga e gli ostacoli di varia natura da superare siano molteplici, dall’approvazione della Legge Rivoluzionaria ad oggi sono stati indubbiamente fatti passi avanti verso la parità di genere e il riconoscimento dei diritti delle donne all’interno delle comunità indigene del Chiapas. A questo proposito ritengo sia importante sottolineare, anche se in breve e pur non condividendo affatto tale scelta dell’EZLN e del Congresso Nazionale Indigeno, la decisione di creare un Consiglio Indigeno di Governo e soprattutto di candidare una donna scelta tra le comunità zapatiste indigene autonome e indipendenti del Chiapas alle prossime elezioni presidenziali messicane che si terranno nel 2018. Questo fatto non è certamente un punto di arrivo, ma la dimostrazione dei progressi computi dalle donne zapatiste nel processo per la loro emancipazione e per il riconoscimento della loro autonomia personale. Quella delle donne indigene zapatiste rappresenta quindi una vera e propria rivoluzione all’interno della rivoluzione finalizzata alla creazione di un mondo nuovo nel quale la triplice oppressione di classe, di genere e di etnia sia solamente un triste ricordo del passato.

Due contributi anarchici per ricordare il centenario della Rivoluzione d’Ottobre

Oggi 7 novembre 2017 ricorre il centenario della Rivoluzione d’Ottobre che, in accordo con il calendario giuliano adottato all’epoca in Russia, si ritiene storicamente vinta nella notte tra il 25 e 26 ottobre del 1917. Una rivoluzione che avrebbe dovuto, negli intenti e nei proclami dei suoi protagonisti, rappresentare il riscatto delle masse lavoratrici oppresse e aprire la strada per una società nuova organizzata sulla base dei Soviet liberamente eletti, una società realmente socialista. La realtà negli anni immediatamente successivi alla presa di potere da parte del partito bolscevico fu ben diversa ed il “comunismo di Stato” instaurato da Lenin manifestò in modo tragico la sua natura oppressiva, repressiva, autoritaria e estremamente lontana dalle stesse istanze libertarie che avevano animato la Rivoluzione. Ebbero prova di ciò i marinai, i soldati e gli operai di Kronstadt insorti nel marzo del 1921 al grido di «Viva il potere dei Soviet liberamente eletti» contro l’estrema centralizzazione del potere nelle mani del partito bolscevico. Fatto questo dovuto riassunto, per ricordare quindi il centesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, penso sia interessante condividere due scritti di due importantissime figure dell’anarchismo russo che hanno vissuto sulla loro pelle quei giorni intensi nei quali l’ardore rivoluzionario stava ormai lasciando il passo alla disillusione verso i bolscevichi e la loro “dittatura del proletariato”. 

IL MITO BOLSCEVICO di Alexander Berkman

7 marzo — Mentre attraverso il Nevskij mi giunge di lontano un rombo. Lo sento ancora, più forte e più vicino, come se rotolasse verso di me. Improvvisamente, mi rendo conto che è il rumore dell’artiglieria in azione. Sono le sei del pomeriggio. Kronstadt è stata attaccata!
Giorni di angoscia e di cannonate. Il mio cuore è paralizzato dalla disperazione: qualcosa è morto dentro di me. La gente per le vie appare smarrita, prostrata dal dolore. Nessuno osa parlare. Il tuono dell’artiglieria pesante lacera l’aria.
17 marzo — Kronstadt è caduta oggi.
Migliaia di marinai e di lavoratori giacciono morti per le sue strade. Continuano le esecuzioni sommarie di prigionieri e ostaggi.
18 marzo — I vincitori celebrano l’anniversario della comune del 1871. Trotskij e Zinoviev condannano Thiers e Ga- liffet per aver massacrato i ribelli parigini …
17 settembre — Oggi a mezzogiorno sono stati rilasciati dalla Taganka i prigionieri che avevano fatto lo sciopero della fame, due mesi dopo che il governo aveva promesso loro la libertà. Appaiono invecchiati e consumati, deperiti per i tormenti e le privazioni. Sono stati posti sotto sorveglianza ed è stato loro proibito di vedere i compagni. Si dice che passeranno delle settimane prima che venga data loro la possibilità di lasciare il paese. Non gli si permette di lavorare e non hanno mezzi di sostentamento. La Ceka dichiara che non verranno liberati altri prigionieri politici. In tutto il paese si verificano arresti tra i rivoluzionari.
30 settembre — A capo chino cerco nel parco una panchina che mi è familiare. Qui la piccola Fanya sedeva al mio fianco. Volgeva il viso al sole, tutta radiosa d’idealismo. Nel suo riso argentino risuonava la gioia della giovinezza e della vita, ma ad ogni passo io tremavo per la sua incolumità. «Non temere», mi rassicurava continuamente, «nessuno mi riconoscerà nel mio travestimento da contadina». Ora è morta. Giustiziata ieri dalla Ceka come «bandito».
Sono giorni grigi. A poco a poco, ogni traccia di speranza è venuta meno. Il terrore e il dispotismo hanno stroncato la vita nata in ottobre. Gli slogans della rivoluzione sono stati traditi, i suoi ideali soffocati nel sangue del popolo. Il soffio vitale di ieri ha oggi, per milioni di persone, sentore di morte, l’ombra del presente pende come un drappo nero sul paese. La dittatura calpesta le masse. La rivoluzione è morta, il suo spirito grida nel deserto.
E ora di dire la verità sui bolscevichi. Il bianco sepolcro dev’essere scoperchiato, bisogna smascherare il feticcio dai piedi di argilla che incanta il proletariato con fatali fuochi fatui. Il mito bolscevico va distrutto.
Ho deciso di lasciare la Russia.

 

LA MIA DELUSIONE IN RUSSIA di Emma Goldman

Nei primi giorni della rivoluzione, il principio libertario era forte, il bisogno di una libertà d’espressione era assoluto. Ma quando la prima ondata d’entusiasmo si spense nella routine della vita quotidiana, vi fu bisogno di una salda convinzione per tenere accesi i fuochi della libertà. Erano relativamente pochi, nella grande vastità della Russia, a tenerli accesi — gli anarchici, pochi di numero e i cui sforzi, soppressi nel modo più assoluto sotto lo zar, non avevano avuto tempo di dare i loro frutti. Il popolo russo, in una certa misura istintivamente anarchico, aveva ancora troppa poca familiarità con i vari principi libertari e con i metodi per metterli realmente in pratica. Gli stessi anarchici russi sfortunatamente erano per la maggior parte ancora impegolati negli ingranaggi di attività di gruppo limitate e di un impegno individualistico, così come nella più importante opera sociale e collettiva. Gli anarchici, e gli storici imparziali del futuro lo ammetteranno, hanno ricoperto un ruolo importante nella rivoluzione russa — un ruolo più significativo e fruttuoso di quanto la loro consistenza numerica, relativamente scarsa, potesse far sospettare. Ma sinceramente e onestamente devo dire che la loro opera avrebbe potuto avere molto più valore se essi fossero stati meglio organizzati e dotati di mezzi per convogliare le energie liberate del popolo verso una riorganizzazione della vita su basi libertarie.
Ma il fallimento degli anarchici nella rivoluzione russa ha dimostrato al di là di ogni dubbio che l’idea dello Stato, del socialismo di Stato, in tutte le sue manifestazioni (economica, politica, sociale, educativa) è un totale e inevitabile fallimento. Mai prima di allora, nell’intero corso della storia, l’autorità, il governo e lo Stato si sono dimostrati così statici, reazionari e, in pratica, persino controrivoluzionari. In breve, l’antitesi stessa della rivoluzione.
Rimane sempre vero, come lo è stato per tutta la storia del progresso umano, che solo lo spirito e i metodi libertari possono far avanzare l’uomo verso l’eterno obiettivo di una vita migliore e più libera. Applicata alla grande rivolta sociale nota come rivoluzione, questa tendenza è tanto potente quanto il normale processo rivoluzionario. Il metodo autoritario si è rivelato un fallimento in tutto il corso della storia e per l’ennesima volta nella rivoluzione russa. Finora, l’ingegno umano non ha scoperto altro principio se non quello libertario, poiché l’uomo si è espresso con la più grande saggezza quando ha affermato che la libertà è la madre e non la figlia dell’ordine. Malgrado tutte le teorie e i partiti politici, nessuna rivoluzione può ottenere un successo vero e permanente se non pone un veto assoluto ad ogni tirannia e centralizzazione e non tenta decisamente di trasformarsi in una reale rivalutazione dei valori economici, sociali e culturali. Non la semplice sostituzione di un partito politico con un altro nel controllo del governo, con il camuffamento dell’autocrazia sotto slogan proletari, non la dittatura di una nuova classe sulla vecchia, non un qualsivoglia mutamento della scena politica, ma solo il completo rovesciamento di tutti i principi autoritari servirà la rivoluzione.

“Continuare a combattere, continuare a resistere!” – i Waiapi sul piede di guerra

Le politiche recentemente presentate e adottate dal presidente brasiliano Temer indirizzate ad una liberalizzazione estrema dell’attività estrattiva nelle zone amazzoniche ricche di risorse minerarie, rischiano di mettere in serio pericolo l’esistenza e la sopravvivenza delle tribù indigene che abitano queste zone. Tra le tribù minacciate da questa apertura all’attività mineraria delle grandi multinazionali e dall’invasione dei propri territori per mano di taglialegna e minatori, quelli sicuramente più combattivi e bellicosi sono i Waiapi, popolo originario dell’area amazzonica conosciuta come Renca. I Waiapi sono entrati in contatto con la civiltà solamente nel 1973 e la loro esistenza dipende tutt’oggi esclusivamente dalla foresta e dai fiumi, questi ultimi minacciati per l’appunto dall’attività estrattiva delle grandi imprese minerarie. Oggi, in risposta alle politiche del presidente Temer decise senza interpellare i popoli originari del Brasile, i Waiapi rispondono imbracciando archi e frecce e dichiarandosi pronti a combattere fino alla morte per difendere i propri territori invasi e minacciati dalle multinazionali.

“Questo non porterà sviluppo per noi. Porterà solo una catastrofe per la foresta amazzonica in Brasile” ha dichiarato Jawaruwa, un portavoce waiãpi, in merito all’apertura della Renca all’attività estrattiva delle grandi imprese straniere.

“Continueremo a combattere. Quando le compagnie invaderanno i nostri territori noi continueremo a resistere. Se il governo brasiliano deciderà di inviare l’esercito e i soldati per ucciderci e reprimere la nostra resistenza, continueremo a resistere fin quando non saremo tutti morti” queste le parole di Tapayona, guerriero waiapi sulla trentina.

L’anziano capo waipi Tzako ha dichiarato a sua volta: “Noi stiamo combattendo affinchè in futuro questo non accada nuovamente; siamo pronti per la guerra ora, non ci arrenderemo!”

Quella tra Waiapi, governo Temer e multinazionali minerarie è solamente l’ennesima pagina del secolare conflitto che vede contrapporsi da una parte i popoli indigeni oppressi e minacciati ma pronti a combattere e resistere per difendere la propria esistenza e i propri territori e dall’altra multinazionali e governi mossi solamente dall’incessante ricerca di profitto e dagli interessi capitalistici che si concretizzano nella devastazione e nel saccheggio dei territori e nell’oppressione e nello sterminio dei popoli indigeni, in poche parole nello sfruttamento della natura e nella repressione di tutti quei popoli considerati “selvaggi” e “primitivi”. Ma la risposta dei Waiapi a questo ennesimo attacco alla loro esistenza è stata chiara: Resisteremo e combatteremo fino a quando non saremo tutti morti!