Lotte Contadine e Rivolte Indigene in Chiapas – I Primi Passi dell’Insurrezione Zapatista

In questo articolo cercherò di raccontare il lungo ciclo di lotte indigene e di rivendicazioni contadine che, nella regione messicana del Chiapas, possono essere lette come gli antefatti dell’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale il 1° Gennaio del 1994; lotte, rivolte e rivendicazioni che hanno reso fertile il terreno per l’insurrezione di un esercito di indigeni e contadini “senza volto” che, emergendo dalla Selva Lacandona con il viso coperto dai passamontagna, diede inizio alla guerriglia (neo)zapatista.

La prima data riconducibile direttamente alla storia dell’insurrezione armata zapatista del ’94 in Chiapas è il 17 novembre del 1983, data in cui sei uomini (tre meticci, tra cui il futuro Subcomandate Marcos, e tre indigeni) si inoltrarono all’interno della Selva Lacandona. Tutti e sei provenivano da una serie di esperienze guerrigliere che erano fallite nel corso degli anni ’70, come ad esempio le FALN (Fuerzas Armadas de Liberaciòn Nacional), organizzazione guerrigliera attiva sul territorio di Ciudad de Mexico e negli stati del Chiapas e di Nuevo Leòn, che furono però sconfitte dalla repressione dell’esercito federale nel febbraio del 1973. Alcuni anni dopo le FALN provarono a riorganizzarsi e si riformarono sotto il nome di FLN, gruppo guerrigliero a cui appartenevano i primi sei membri del futuro Esercito Zapatista. A partire dal 1983 quando i primi 6 guerriglieri si stabilirono nella Selva Lacandona, nell’assoluto silenzio della foresta, si stava iniziando a formare un esercito di indigeni e contadini in armi che avrebbe fatto la sua comparsa sullo scenario messicano (e internazionale) il 1°gennaio del 1994. Un esercito emerso nelle oscure profondità della Selva che secondo i dati e le stime disponibili poteva contare tra i dieci e i quindicimila guerriglieri “senza volto”. Le motivazione che sta alla base del fatto che passarono 10 anni da quando il primo nucleo di guerriglieri sparì all’interno dell’impenetrabile silenzio della Selva Lacandona a quando iniziò l’insurrezione armata dell’EZLN, possono essere ricondotte a due, una di natura più pratica e un’altra di natura “politica” (se così la si vuol intendere): la prima motivazione va ricondotta all’esigenza di aumentare il numero di guerriglieri, mentre la seconda incarna la specificità dell’EZLN, ossia la decisione di passare all’azione armata solamente quando sarebbe stata delle comunità indigene del Chiapas la volontà di ribellarsi alle ingiustizie da secoli subite e di insorgere contro la repressione e le violenze dello Stato messicano.

Dopo questo breve riassunto della prima fase dell’insurrezione zapatista in Chiapas e dell’EZLN, vorrei ora concentrarmi su tutto ciò che è successo nei decenni precedenti in questa regione per quanto riguarda le lotte contadine e le rivolte indigene.

All’inizio degli anni ’80 il movimento contadino messicano si era ormai quasi completamente istituzionalizzato perdendo la sua specificità comunitaria e popolare, non che il suo potenziale rivoluzionario proveniente dal basso, dalle comunità indigene e contadine rurali. L’eclissi delle lotta contadine iniziò con l’illusione della riforma agraria del 1920. Nella seconda metà degli anni ’30 il presidente Làzaros Càrdenas emanò una riforma per la ripartizione della terra che però non fece altro che aumentare il numero di lavoratori rurali, di contadini e di indigeni senza terra. Fu solamente nel 1958 che emerse un nuovo ciclo di lotte contadine che questa volta avevano come nemico non più i grandi possidenti terrieri e i grandi latifondisti, bensì lo Stato ed il partito di governo (il PRI), ritenuti i colpevoli principali della privazione delle terre comunitarie, dell’esclusione sociale ed economica della popolazione contadina-indigena e della repressione poliziesca statale ai danni delle comunità rurali che chiedevano “terra e libertà”, citando le famose parole d’ordine di Emiliano Zapata.

Gli anni ’60 si aprirono con la creazione, nel 1962, di un movimento armato nello stato di Chihuahua che fu però prontamente represso e sconfitto dalle autorità federali nel giro di tre anni. Ma è il 1967 a rappresentare una prima data importante per quanto riguarda la radicalizzazione del movimento contadino messicano; infatti in quell’anno, nello stato di Guerrero, il movimento civico al seguito di Genaro Vazquez si radicalizzò al punto di sfociare in una vera e propria guerriglia. Pochi anni più tardi sempre in questo stato nasce il Partido de los Pobres guidato da Cabanas e sostenuto militarmente dalla Brigada Campesina de Ajusticiamento, il braccio armato delle comunità contadine; il Partido de los Pobres e la Brigada Campesina furono sconfitti solamente nel 1974. Questi due movimento guerriglieri sottolineano tanto la radicalizzazione del movimento campesino quanto l’inizio dell’organizzazione politica e militare del nuovo ciclo di lotte contadine.

Spostando ora il nostro sguardo dal contesto nazionale messicano a quello più locale chiapaneco, l’inizio dell’insurrezione contadina in Chiapas risale all’inizio degli anni ’70, quando le condizioni sociali ed economiche della popolazione indigena e contadina vertevano in una situazione allarmante. L’anno più importante, prima del 1994 con l’insurrezione armata dei guerriglieri bardati dell’EZLN, è sicuramente il 1974, anno nel quale scoppiarono nel giro di pochi mesi due rivolte indigene. Nel mese di aprile la comunità indigena tzotzil di Ciudad Venustiano Carranza diede inizio ad una rivolta armata per combattere le due principali famiglie latifondiste della zona, i Castellanos e gli Orantes, colpevoli di aver sottratto con la forza le terre alle comunità indigene. Quando questa rivolta scoppiò, la repressione dei possidenti terrieri si fece sempre più dura, assassinando e facendo incarcerare gran parte degli insorti. In maggio, invece, le comunità indigene di San Andrès Larrainzar assaltarono alcune fattorie uccidendo una decina di possidenti terrieri. Alcuni mesi più tardi, sempre a Ciudad V.Carranza i comuneros, che si erano visti sottrarre le terre durante gli oltre trent’anni di Porfiriato e le avevano viste consegnare dal regime nelle mani dei latifondisti, decisero attraverso una risoluzione comunitaria di occupare le terre al fine di riprendersele. E nonostante la feroce repressione poliziesca e dei possidenti terrieri nei confronti delle comunità indigene e delle rivendicazioni contadine, il movimento indigeno chiapaneco non si fece abbattere ed anzì continuò a ricorrere alla pratica dell’occupazione delle terre dei grandi latifondisti, costruendo villaggi sui terreni occupati. Fu a questo punto che i possidenti terrieri indurirono la repressione, iniziando ad assoldare sicari con il compito di assassinare gli occupanti, mentre i militari e l’esercito federale erano impegnati nello sgomberare e dare alle fiamme gli insediamenti indigeni sulle terre occupate e sottratte al dominio latifondista.

Altra tappa importante all’interno dell’universo chiapaneco di lotte contadine e rivolte indigene è sicuramente il 12 ottobre 1974, data in cui viene per la prima volta organizzato ed inaugurato il Congreso Indigena (che fu iniziativa statale), che ben presto si tramutò in luogo di denuncia e di autorganizzazione delle differenti comunità indigene del Chiapas e dei movimenti contadini. Il giorno dell’inaugurazione del Congreso Indigena, il 12 ottobre, un gruppo di indigeni di San Juan Chamula, assaltò il palazzo municipale del paese per denunciare un broglio elettorale avvenuto nella loro comunità governata da esponenti politici alleati del PRI (partito di governo sordo alle rivendicazioni delle comunità indigene). La conseguenza più drastica di questo attacco fu la messa al bando del Congreso Indigena, dichiarato di essere sovversivo e di essere luogo di “politicizzazione” delle comunità indigene. In realtà la mossa di dichiarare fuori legge permise alle differenti comunità indigene del Chiapas di creare una serie di nuove organizzazioni, questa volta totalmente indipendenti dalle istituzioni statali e federali; infatti diverse etnie presero la decisione di formare delle organizzazioni indigene autonome che avessero come scopo la lotta per il recupero delle terre sottratte alle comunità dai grandi possidenti terrieri e di non riconoscere e destituire le autorità corrotte ed imposte dallo Stato, richiedendo quindi l’autonomia delle comunità indigene del Chiapas. In questo modo nacquero differenti organizzazioni contadine che facevano della lotta per la terra la loro ragion d’essere, come ad esempio la Alianza Campesina 10 de Abril fondata da contadini indigeni e meticci nel 1976 che riuscì a riappropriarsi di alcune terre agricole comunitarie strappandole dalle mani della CNC (Confederaciòn Nacional Campesina), l’organizzazione ufficiale che gestiva i terreni agricoli comunitari a livello nazionale e legata al partito di governo, il PRI.

Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 la svolta anticontadina del governo messicano guidato dal PRI si fece sempre più pesante arrivando alla repressione brutale del movimento rurale indigeno; allo stesso tempo la Alianza Campesina 10 de Abril subì la repressione da parte della CNC, organizzazione sindacale che in questi anni si dimostrò essere il maggior alleato dei possidenti terrieri nella lotta contro il movimento contadino e nella difesa del status quo nelle campagne. L’alleanza tra il PRI e la CNC nella repressione delle lotte contadine e nelle rivendicazioni delle comunità indigene, riuscì quindi a sopprimere il potenziale dell’intero movimento che lottava al grido di “terra e libertà”, tanto in Chiapas quanto a livello nazionale. A seguito di questa brutale repressione militare da parte del governo messicano, centinaia di migliaia di contadini e indigeni vennero espulsi dai grandi possidenti terrieri o semplicemente fuggirono in seguito alla sconfitta delle lotte contadine, dirigendosi in massa nell’area intorno alla Selva Lacandona, zona nella quale formarono nuove comunità.

Tutti questi avvenimenti, dalle lotte del movimento contadino alle rivolte e alle ribellioni delle comunità indigene, passando per la brutale repressione da parte dello Stato messicano e da parte dei sicari assoldati dai grandi proprietari terrieri, furono fondamentali per rendere fertile il terreno dal quale germogliarono i semi dell’insurrezione armata dell’EZLN quel primo giorno di gennaio del 1994, quando un numeroso esercito di contadini ed indigeni in armi emerse coraggioso dal profondo silenzio della Selva Lacandona non più per chiedere diritti, autonomia, terra e libertà al governo centrale, ma per rivendicare e prendersi tutto questo dal basso al grido di “Ya basta!”.

 

Resistenze Indigene – Il Disastro di Tucapel e la Battaglia di Marihuenu

I Mapuche, popolo originario del Cile centrale e meridionale (Araucania) e della Patagonia, si sono sempre contraddistinti, nel contesto latinoamericano, per il coraggio dimostrato nel resistere e nel combattere l’invasione dei conquistadores spagnoli. Coraggio che continua ancora oggi ad animare il popolo Mapuche, costretto a dover fronteggiare nuove minacce figlie dello sfruttamento capitalista dei territori del Sud del mondo, come il saccheggio di risorse e la devastazione dei territori indigeni. Un popolo per niente disponibile a chinar la testa dinanzi alla violenza repressiva degli organi polizieschi-militari statali schierati a difesa degli interessi neoimperialisti delle grandi multinazionali (Benetton) che depredano e devastano i territori in nome del profitto e del Capitale. Un popolo che, oggi come in passato, riconosce l’importanza della resistenza armata per difendere la propria autonomia e la propria libertà dalla minaccia dell’imperialismo europeo (prima) e dal neoimperialismo neoliberista (oggi). I Mapuche sono un popolo guerriero disposto a combattere fino alla morte pur di difendere la propria autonomia. L’argomento di cui parlerò in questo articolo, ossia la Battaglia di Tucapel, rappresenta nel modo migliore la resistenza tenace dei guerrieri Mapuche dinanzi all’invasione dei conquistadores spagnoli.

La Battaglia di Tucapel, passata alla storia anche con il nome di “Disastro di Tucapel”, è stata combattuta il 25 dicembre del 1553 tra i conquistadores spagnoli guidati da Pedro de Valdivia e i guerrieri Mapuche al seguito di Lef-Traru (in seguito rinominato Lautaro dagli spagnoli). Questa battaglia viene storicamente considerata parte della prima fase della Guerra di Arauco, il cui inizio si fa risalire alla Battaglia di Reynoguelen del 1536.

Lef-Traru, figlio di un “lonko” (Capo di Pace) Mapuche, fu catturato in giovane età da un gruppo di colonizzatori spagnoli che lo consegnarono a Pedro de Valdivia, diventando così il suo servitore personale. Durante la sua permanenza, non certo da uomo libero, presso Valdivia, Lef-Traru (ormai rinominato Lautaro dagli spagnoli) riuscì ad imparare le tecniche militari dei conquistadores; tecniche che avrebbe successivamente utilizzato nella Battaglia di Tucapel per sconfiggere proprio gli spagnoli. Durante l’adoloscenza Lef-Traru fuggì facendo ritorno in mezzo alla sua gente e grazie alle tecniche belliche imparate dai conquistadores e al suo carisma riuscì a raggruppare un buon numero di guerrieri Mapuche, formando così un esercito indigeno in grado di fronteggiare e sconfiggere gli invasori spagnoli.

Pedro de Valdivia, conquistador spagnolo che era già stato tenente di Francisco Pizarro nelle missioni di conquista del Perù, era a capo della spedizione in terra mapuche e fu lui a costruire le prime città e i primi forti, tra cui quelli di Tucapel e di Purèn, nel territorio cileno conquistato. Intorno ai primi di dicembre del 1553 Valdivia lasciò la città di Concepciòn e, dopo aver formato delle truppe esigue, intraprese un viaggio verso l’area di Arauco, anch’essa città situata in territorio indigeno. La spedizione di Valdivia fu intercettata da delle sentinelle mapuche che però si limitarono a riferire il tutto a Lef-Traru, invece di compiere un agguato ai danni delle truppe spagnole. Nello stesso momento Valdivia non riusciva a spiegarsi il motivo per cui non trovava alcun segno di resistenza indigena al suo passaggio e al passaggio delle truppe spagnole in territorio mapuche.

Nel dicembre del 1553 centinaia e centinaia di guerrieri mapuche guidati dal “toqui” (Capo di Guerra) Lef-Traru attaccarono e distrussero il Forte di Tucapel. Nel mentre Valdivia, che era partito da Concepcìòn con solo 50 soldati, inviò un messaggero a Forte Purèn per chiedere rinforzi; rinforzi che non arrivarono mai poichè il messaggero fu intercettato dai guerrieri mapuche.

Dopo una notte e mezza giornata, il 25 dicembre, Valdivia e i suoi uomini giunsero finalmente al forte di Tucapel, ma lo trovarono completamente distrutto e perciò decisero di accamparsi nei pressi di ciò che rimaneva del forte. Proprio in questo momento i guerrieri mapuche, che avevano assistito nascosti nella foresta all’arrivo di Valdivia e dei soldati spagnoli, decisero di compiere un primo assalto che però, inizialmente, fu repsinto dalla superiorità militare dei conquistadores. Dopo aver respinto nella foresta il primo gruppo guerriero mapuche, i soldati spagnoli pensarono di aver sventanto la minaccia di un secondo agguato, ma si sbagliarono completamente. Infatti poco dopo un secondo gruppo di guerrieri mise in atto uno spettacolare assalto che sorprese le truppe di Valdiva, infliggendo loro gravi perdite. I soldati spagnoli che ebbero la fortuna di non cadere sul campo di battaglia, fuggirono immediatamente. Solo in questo momento apparve Lef-Traru, alla guida di un terzo gruppo di guerrieri, deciso ad uccidere i soldati spagnoli rimasti in vita ma sopratutto mosso dal desiderio di catturare Pedro de Valdivia, il quale dal canto suo cercò di radunare i pochi e malconci soldati rimasti per tentare un controattacco. Quando capì che ormai la battaglia era persa e dopo aver visto tutti i suoi uomini uccisi, Valdivia tentò la fuga ma finì per rimanere bloccato in una palude ed essere raggiunto dai guerrieri mapuche al seguito di Lef-Traru. Dopo la cattura Valdivia fu giustiziato dai guerrieri Mapuche, anche se sul modo in cui avvenne l’uccisione del conquistador ci sono parecchie versioni discordanti, tutte al limite tra Storia e leggenda.

In seguito al “Disastro di Tucapel” in cui persero la vita una cinquantina di soldati e il loro comandante Pedro de Valdivia, la sete di vendetta che animava i conquistadores spagnoli nei confronti dei Mapuche si tramutò presto in una spedizione punitiva guidata da Francisco de Villagra a capo di 180 uomini. Ancora una volta il coraggio, la tenacia e la volontà di difendere la propria libertà, permisero ai guerrieri mapuche di riorganizzarsi e di fronteggiare nuovamente i conquistadores. Lef-Traru riuscì a radunare 8000 guerrieri. Il 23 febbraio del 1554 ebbe così luogo la Battaglia di Marihuenu (dal nome della collina scelta dal capo mapuche per attaccare i soldati spagnoli) che vide ancora una volta uscire trionfanti i guerrieri indigeni.

In seguito a queste due vittorie mapuche, la violenza militare e la repressione dei conquistadores spagnoli, affamati di vendetta nei confronti dei coraggiosi e ribelli indigeni, si fecero sempre più brutali e portarono a due nuove battaglie, quella di Peteroa (1556) e quella di Mataquito (1557); queste due battaglie sancirono due pesanti sconfitte per i Mapuche, sopratutto in termini di vite umane (morirono complessivamente più di 1000 guerrieri). Il toqui Lef-Traru fu ucciso e decapitato proprio durante la Battaglia di Mataquito, che decretò la fine di uno dei leader più coraggiosi e rappresentativi della resistenza mapuche all’invasione e alla colonizzazione spagnola nei territori indigeni cileni e argentini.

Il racconto di queste due battaglie vuole essere un modo per sottolineare ancora una volta la lotta dei Mapuche per la libertà e per la propria autonomia; una lotta per sottrarsi al dominio del colonialismo e dell’imperialismo spagnolo in passato, una lotta per difendersi dall’idra capitalista che saccheggia e devasta i territori e che sfrutta, uccide e reprime i popoli che si ribellano in nome della libertà oggigiorno.

 

“Il Diritto Senza Stato” – Andrea Staid

L’assenza di autorità centrali, di tribunali e di un codice scritto non implica l’assenza di un diritto comune. Uno stato di diritto non significa diritto di stato, gli antropologi lo sanno bene. L’antropologia giuridica si è adoperata per far conoscere anche ai giuristi la grande variabilità che caratterizza il campo del diritto nella storia umana, la cui natura non dipende assolutamente da uno stato, da una nazione, ma dalla logica di organizzazione propria di ogni società, quindi anche quella di una possibile società libertaria.
Queste sono le tematiche che Thom Holterman tratta nel suo testo pubblicato dalla neonata casa editrice libertaria Les Milieux Libres dal titolo Le “Regole” dell’anarchismo. Considerazioni anarchiche sul diritto. Un testo, oserei dire, perfetto nella sua forma; poche pagine, scritte in modo molto semplice, senza rinunciare alla profondità e serietà che queste tematiche richiedono. Un saggio che toglie dal campo molti stereotipi che si hanno sull’anarchismo e cerca di rispondere a quelle domande che ci siamo sentiti fare mille volte: una società anarchica è senza regole, senza diritto? Ma l’anarchia è caos?
Per rispondere a queste gettonate questioni che vengono usualmente poste agli anarchici, il testo parte proprio da un’analisi accurata delle ricerche etnoantropologiche sul diritto, affrontando tra gli altri gli studi Micronesiani dell’antropologo del diritto Brian Z. Tamanaha, di Malinowski nelle isole Trobriandesi e quelli di Barton tra gli Ifugao delle Filippine. L’antropologia, studiando le diverse culture del diritto e la strutturazione delle norme che vi sono legate, scioglie il dilemma posto dai giuristi in merito alla questione del diritto di stato.

Studiando il diritto nelle popolazioni indigene anteriori all’influenza occidentale, l’elemento che ci colpisce è appunto che non è assolutamente necessario collegare il diritto allo stato. Holterman nel suo libro ci parla di un diritto consuetudinario come un diritto autonomo, un prodotto della società stessa. Sono le persone che fabbricano la consuetudine, questo spiega perché si dice che il diritto statuale ha un carattere eteronomo; in molte società senza stato la legge è creata dalla comunità, nelle società statuali invece la legge è paracadutata nella società da un’autorità esterna che struttura il potere-dominio.
La ricerca della forma che il rapporto tra diritto e società assume nei diversi contesti ha posto in luce che l’etichetta di giuridico è applicabile a una molteplicità di meccanismi di mantenimento e regolazione di un gruppo sociale e di controllo dei valori essenziali per la riproduzione di una società. Un concetto particolarmente interessante è quello sul diritto interattivo, un diritto, secondo l’autore, il più libertario possibile; seguiamo il suo ragionamento.
Benché la costrizione non sia una categoria riconosciuta all’interno del quadro anarchico, non possiamo tuttavia fare a meno della regolamentazione per proteggerci dall’aspirazione al potere. Dobbiamo dunque regolare il contrappeso contro il desiderio di potere. Possiamo allora parlare della funzione protettiva del diritto in una società libertaria, dove la centralizzazione del potere è sostituita da un coordinamento delle attività giuridiche e il diritto non sarà la volontà dello stato, ma della comunità, un diritto dunque non statuale.
Non si può pensare al fenomeno giuridico in modo universale, ogni società ha le sue applicazioni pratiche del diritto, il sistema giuridico è una codificazione delle relazioni di potere e ogni società le regola in modo differente. Una società libertaria può darsi delle regole e un diritto creato dal basso proprio per evitare l’emergere di un potere coercitivo.
Lo studio antropologico del diritto afferma l’esistenza di regole giuridiche alternative applicabili a una stessa situazione e spinge al riconoscimento di una molteplicità di forme giuridiche operanti anche contemporaneamente; questo è indice del pluralismo che caratterizza i contesti sociali e che svela il diritto come un discorso storico e politico polifonico.

Andrea Staid

“Fuoco alle Galere!” – Una Prospettiva Libertaria in merito all’Istituzione Carceraria

…la prigione annienta tutte le qualità che rendono un uomo adatto alla vita in società. Ne fa un individuo destinato inevitabilmente a tornare in prigione […] Un’unica risposta è possibile alla domanda: «Che cosa possiamo fare per perfezionare il sistema penale?». Niente. È impossibile perfezionare una prigione. Con l’eccezione di pochi trascurabili cambiamenti, non vi è assolutamente altro da fare che distruggerla.” (Petr Kropotkin – Le prigioni e la loro influenza morale sui prigionieri)

Come scriveva A.M Buonanno, “il carcere è anche il professore che lo giustifica, il riformatore che lo vuole più umano, il giornalista che ne tace le condizioni, è il cittadino che lo ignora o lo teme” ed è proprio a partire da questa totale mancanza di presa di posizione critica nei confronti del carcere che ritengo sia utile iniziare da una prospettiva anarchica per mettere in discussione il ruolo e la funzione sociale e politica dell’istituzione carceraria, con il fine non di riformarla rendendo le condizioni di detenzioni migliori e “più umane” (sempre se possa considerarsi umano quello che Dostoevskij, nel racconto che scrisse sulle pareti in cui era detenuto dal titolo “Il diavolo e il prete”, descrisse con queste parole: “questo è l’inferno. Non ne esiste uno peggiore”) ma di distruggere completamente l’istituzione penitenziaria, in una lotta che va di pari passo con l’attacco mortale allo Stato e al Capitalismo, fondamenti della nostra organizzazione sociale e cause del dominio e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Cercando di analizzare l’istituzione carceraria, il suo ruolo sociale e i suoi obiettivi partendo da una prospettiva anarchicha, farò più volte riferimento in questo articolo agli scritti principalmente di Emma Goldman e di Alexandr Berkman, i quali hanno analizzato le due funzioni principali che il carcere dovrebbe perseguire ma che in realtà si dimostrano da secoli un totale fallimento: la rieducazione sociale e la deterrenza.

Possiamo considerare la prigione, l’istituzione penitenziaria, come una protezione sociale? Innanzitutto dovremmo sottolineare come gli individui, a seconda dei casi chiamati criminali, trasgressori della legge, devianti, che finiscono per essere privati della propria libertà e rinchiusi nel “peggiore degli inferni”, subiscano costantemente, giorno dopo giorno, un processo di desumanizzazione volto a degradarli e annullarli nella loro essenza di esseri umani. Tutto questo affinchè, attraverso la brutalità della desumanizzaizone carceraria, la società borghese fondata sue due capisaldi (lo Stato, quindi il dominio dell’uomo sull’uomo, e il Capitalismo, quindi lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo) possa sentirsi in qualche modo protetta dai “fantasmi che essa stessa ha creato” (E.Goldman). La domanda che tutti dovremmo porci è la seguente: ha senso che, nonostante le continue dimostrazioni del fallimento delle due funzioni principali dell’istituzione carceraria, essa continui ad esistere, essere perpetuata e legittimata?

Emma Goldman definisce la prigione non solo come un fallimento, ma prima di tutto come un crimine sociale, partendo dall’analisi della natura del crimine dello psicologo e riformatore sociale Havelock Ellis. Costui individua quattro differenti tipologie di crimine: quello politico, quello passionale, quello per follia e quello occasionale. Io mi soffermerò brevemente solo sul primo e l’ultimo. Il criminale politico viene definito da Ellis come la vittima del tentativo di un governo di conservare la propria stabilità e legittimità agli occhi dei suoi sudditi, perciò il criminale politico non è obbligatoriamente da considerare come colpevole di un reato nei confronti della società, quanto piuttosto come un sovvertitore dell’ordine politico-sociale vigente. Per quanto riguarda invece il crimine occasionale, Ellis individua proprio in questa tipologia di crimine la categoria più numerosa della popolazione penitenziaria (almeno della sua epoca). E’ quindi il criminale occasionale che incarna la reale minaccia per l’ordine ed il benessere sociale. A questo punto subentra, logicamente, una domanda: Qual è quindi il motivo che spinge un così gran numero di persone a compiere atti criminali occasionali? La risposta a cui giungono sia Ellis che Emma Goldman non può che essere la seguente: la nostra stessa organizzazione sociale ed economica.

Ellis per sostenere la tesi della nostra organizzazione sociale ed economica come causa del crimine cita due scienzati sociali, lo statistico Quetelet e l’antropologo Lacassagne. Il primo sostiene che la sia la stessa società moderna a predisporre l’individuo al crimine e che di conseguenza i criminali siano solamente i suoi strumenti di esecuzione; il secondo ritiene che sia l’ambiente sociale in cui viviamo e cresciamo a fungere da terreno fertile per la coltivazione dei semi della devianza e della criminalità, arrivando a concludere che “ogni società ha i criminali che si merita”. E la nostra società che si basa sui due assunti principali dell’economia capitalista, ossia incessante accumulazione di capitale e proprietà privata, cause dello sfruttamento, della povertà e dell’esclusione della maggior parte della classe lavoratrice, di cosa si dovrebbe meravigliare quando nove reati su dieci vengono commessi contro la proprietà privata? Come scriveva Kropotkin, “sapendo che la fame di ricchezza, da acquisire con tutti i mezzi possibili, costituisce l’essenza stessa della società borghese” chi può contestare il fatto che l’istituzione penitenziaria sia il mero strumento del Capitalismo e dello Stato per mantenere il privilegio dei pochi ai danni dei molti? La maggior parte dei crimini occasionali sono quindi la conseguenza diretta delle nostre disuguaglianze economiche e sociali, frutto del costante processo di rapina e sfruttamento messo in atto dall’economia capitalista. In fin dei conti non aveva dunque ragione l’anarchico Ravachol quando disse: <<non ci sono criminali da giudicare ma solamente cause del crimine da distruggere>>?

Anarchici dal carcere di San Vittore

Chiudendo la parentesi legata alle cause sociali ed economiche che spingono l’individuo a compiere crimini, vorrei soffermarmi ora sulla funzione punitiva dell’istituzione penitenziaria. Nella pratica quotidiana la società reagisce al crimine attuando un processo di vendetta nei confronti del criminale che si manifesta nel concetto di punizione. L’entità statale, auto-legittimata a detenere il monopolio “legittimo” dell’uso della forza e della violenza, mette in atto un quello che a tutti gli effetti è un vero e proprio atteggiamento vendicativo nei confronti del trasgressore della legge. Quest’ultima, almeno dal punto di vista legale e sociale, impartisce la punizione non per il semplice gusto personale di infliggere dolore al criminale, ma sopratutto per incutere paura nel resto della società, in modo da scongiurare tramite il terrore della punizione l’imitazione dell’atto criminale e deviante (e anche insurrezionale nei confronti dell’ordine sociale, politico ed economico dominante) da parte di un numero sempre crescente di cittadini. Il concetto di punizione è intrinsecamente legato all’idea di libero arbitrio, ossia la credenza, ancora oggi interiorizzata da ogni governo, che l’essere umano in ogni situazione scelga sempre liberamente, e più o meno razionalmente, il bene o il male; perciò a partire da questa idea, quando l’individuo dotato di libero arbitrio sceglie il male, deve subentrare immediatamente la punizione da parte dello Stato. La teoria del libero arbitrio, ancora applicata dallo Stato, è radicata nella convinzione della classe dominante che maggiore è la paura suscitata dalla punizione, più efficace sarà di conseguenza il suo effetto preventivo.

In merito alla stessa tematica, l’anarchico Alexandr Berkman individua una duplice origine della pena inflitta dall’istituzione carceraria, assimilabile a quanto detto sopra, ossia da una parte l’assunto che l’uomo è dotato di libero arbitrio ed è quindi responsabile delle sue azioni, mentre dall’altra parte lo spirito i vendetta che anima la società e che essa coltiva nei confronti del criminale. E’ lo Stato nelle cosi dette “società civili” ha farsi carico del sentimento di vendetta della società, avendo tra i propri doveri appunto quello di punire i criminali, i devianti e i trasgressori della legge. Appare quindi evidente che la pena, considerata in quanto istituzione sociale, non è altro che una forma diversa, considerata più “civile” e legale, di vendetta promossa non più dal singolo individuo, ma dal “più gelido di tutti i mostri” (lo Stato secondo Friedrich Nietzsche) che detiene il monopolio “legittimo” e dell’uso della violenza e della forza. Lo Stato deve quindi punire il criminale per una duplice motivazione: per sanare il sentimento di vendetta della società offesa e affinchè la legittimità della Legge venga rispettata e si perpetui. Di conseguenza, come sostenuto da Berkma, l’essenza della pena è calcolata per soddisfare l’intensità del sentimento di vendetta che la società nutre nei confronti del criminale. Questo forma moderna di “vendetta civile” da una parte condanna a morte, in senso figurato, il nemico della cittadinanza, ma contemporaneamente dall’altra parte genera il nemico della società intera.

All’interno del carcere il criminale subisce quotidianamente un processo di desumanizzazione volto ad umiliarlo, degradarlo, trasformarlo in mero automa privato della propria volontà e sopratutto della propria libertà, divenendo in questo modo un essere non più umano in balia dei suoi carcerieri. Una volta riacquistata la tanto agognata libertà, l’individuo che l’istituzione penitenziaria restituisce alla società è un individuo fortemente svuotato della propria umanità, annichilito nel profondo, che finisce nella maggior parte dei casi nella recidività del crimine, unica sua possibilità di sopravvivenza in un mondo che si dimostra lui avverso e ostile. Questa costante recidività degli ex detenuti evidenzia in maniera marcata la totale inefficacia della funzione di rieducazione sociale che si è soliti attribuire, negli ultimi due secoli, all’istituzione carceraria. Rieducazione sociale che dovrebbe essere finalizzata a restituire alla società un detenuto completamente rieducato alla vita collettiva e sociale, un nuovo essere umano. Peccato che questo, statisticamente parlando, avviene assai raramente. Sopratutto oggi, nell’epoca contemporanea, la presunta necessità dell’istituzione carceraria viene giustificata dalla sua, anch’essa presunta, funzione di rieducazione sociale.

Al termine del penultimo paragrafo ho scritto questa frase: “Questo forma moderna di “vendetta civile” da una parte condanna a morte, in senso figurato, il nemico della cittadinanza, ma contemporaneamente dall’altra parte genera il nemico della società intera.” ed è proprio a questo concetto che voglio ricollegarmi, riprendendo alcuni pensieri del solito Berkman. Il prigioniero detenuto e rinchiuso in carcere vede nello Stato la fonte primaria della sua pena, della sua sofferenza dovuta alla privazione della libertà, finendo così per dichiarare nemici personali i rappresentanti della Legge. Il detenuto iniziare a coltivare odio e rancore nei loro confronti, amplificati dal sentimento di esclusione sociale che egli deve affrontare sia prima, quando è segregato tra le mura del carcere, sia dopo, al momento della sua scarcerazione. In questo modo l’istituzione penitenziaria, che teoricamente avrebbe il compito di rieducare il criminale, non fa altro che accrescere e nutrire i sentimenti di ostilità e odio del detenuto nei confronti della collettività, rendendolo così il nemico di tutta la società. Il criminale inizia a nutrire verso quest’ultima un forte desiderio di vendetta, rea di emarginarlo e di escluderlo, divenendo il suo nemico naturale. Dopo la scarcerazione quindi l’ex criminale si trova a dover affrontare una situazione di esclusione perpetuata dalla società ai suoi danni che lo riduce a scarto umano “contro il quale tutti si rivoltano. E allora lui si rivolta contro tutti” (A.Berkman).

Ritornando nuovamente a Berkman, egli sostiene che la funzione rieducativa dell’istituzione carceraria viene meno poichè la finalità penale-punitiva di tutte le carceri rende impossibile ogni possibile forma di rieducazione e recupero sociale del detenuto. E’ lo stesso concetto di pena che di fatto preclude ogni possibilità di recupero sociale.

Per concludere l’articolo ci tengo a ribadire ancora una volta che io (ma mi permetto di parlare a nome di tutti gli anarchici) in quanto anarchico non auspico certamente alla riforma dell’istituzione penitenziaria verso una forma più “umana” delle condizioni di detenzione dei prigionieri, bensì la totale distruzione di ogni carcere esistente con la conseguente abolizione dell’istituzione penitenziaria stessa, perchè ritengo la lotta anticarceraria una componente fondamentale nella lotta contro lo Stato e contro il Capitalismo, al fine di abolire sia il dominio dell’uomo sull’uomo, sia lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. E sopratutto perchè credo fortemente, come disse Ravachol, che non ci siano criminali da giudicare ma cause del crimine da distruggere. E le cause del crimine rispondono al nome di Stato e Capitalismo. Perciò “Fuoco alle Galere” non deve rimanere uno slogan, ma tramutarsi in una concreta pratica di distruzione dell’istituzione carceraria, strumento della classe dominante per mantenere i propri privilegi espropriati al popolo sfruttando la classe lavoratrice.

 

Gli Anarchici nella Rivoluzione Messicana: il PLM, i Magonisti e l’Insurrezione Libertaria

“Nessun partito liberale al mondo ha una linea anticapitalista come la nostra, che è sul punto di provocare una rivoluzione nel Messico, e a tanto siamo arrivati senza dire di essere anarchici. Dunque, è tutta una questione di tattica. Dobbiamo dare la terra al popolo, nel corso della rivoluzione, in modo che i poveri non siano ingannati. Non esiste un solo governo capace di fare il bene del paese andando contro gli interessi della borghesia. […] Dobbiamo dare al popolo anche il possesso delle fabbriche, delle miniere, eccetera. Per fare sì che l’intero paese non si rivolti contro di noi, dobbiamo continuare a utilizzare le stesse tattiche che abbiamo praticato con tanto successo: continueremo a chiamarci liberali nel corso della rivoluzione, mentre in realtà propagheremo l’anarchia e compiremo azioni anarchiche. Dobbiamo strappare le proprietà alla borghesia e restituirle al popolo.”

Quando si parla di Rivoluzione Messicana le prime figure rivoluzionarie che ci vengono in mente, anche grazie ad una certa narrazione romantica e romanzata delle loro gesta, sono sicuramente quelle di Emiliano Zapata e di Sancho Villa, protagonisti fondamentali dell’insurrezione rivoluzionaria dei campesinos e della popolazione indigena nelle regioni meridionali del Messico. Raramente invece si pensa a Ricardo Flores Magon, a suo fratello Enrique, a Priscillano Silva e al movimento anarchico di cui erano parte; ed è altrettanto raro che si conoscano le loro gesta rivoluzionarie. E’ proprio a causa di questa tendenza a relegare in disparte le azioni e gli eventi legati al movimento anarchico durante le fasi di preparazione alla Rivoluzione Messicana contro Porfirio Diaz che nell’articolo in questione cercherò di fare un quadro il quanto più possibile completo sugli anarchici messicani, sul Partido Liberal Mexicano e sul movimento magonista. Ma come al solito andiamo con ordine.

La Rivoluzione Messicana scoppiò nel 1910 ed era mossa dalla volontà di grandi porzioni della popolazione messicana di porre fine agli oltre trent’anni di “Porfiriato”, ossia il regime autoritario, violento e oppressivo di Porfirio Diaz, il quale prese il potere nel 1876 e fin da subito cercò di attuare un processo di modernizzazione del paese attraverso l’apertura dell’economia messicana ai capitali e agli investimenti provenienti dall’estero. Durante il regime di Porfirio Diaz il Messico conosce un duplice e diseguale sviluppo: al Nord avviene una forte industrializzazione che porta, di conseguenza, alla nascita della classe operaia urbana; al Sud invece i segni di questa modernizzazione economica si potevano intravedere nel crescente sviluppo dell’agricoltura, sviluppo guidato dai grandi latifondisti e proprietari terrieri e fondato sulla sottrazione delle terre ai contadini e alle comunità indigene. Da questo processo di modernizzazione economica, attraverso l’apertura dell’economia messicana al mercato capitalistico mondiale, emersero quindi due classi sociali sfruttate e prive di diritti, la classe operaia al Nord e la classe dei campesinos al Sud, che sarebbero state il motore trainante della Rivoluzione. Il malcontento di queste due classi sociali, schiacciate dallo sfruttamento dei latifondisti e dei capitalisti e dalla violenza repressiva del regime di Diaz, fu guidato nel processo rivoluzionario da due principali “movimenti” che avevano entrambi l’obiettivo di porre fine al “Porfiriato”: a Nord emerse un esercito di costituzionalisti (che appunto si rifacevano ai principi liberali della Costituzione Messicana del 1857) guidati da Francisco Madero, mentre a Sud il ruolo di leader dell’insurrezione dei contadini e degli indigeni lo prese Emiliano Zapata, il quale chiedeva non solo il rovesciamento di Diaz ma sopratutto riforme agrarie e l’espropriazione e la redistribuzione delle terre alla popolazione.

Ed è proprio in questo scenario dominato da una parte dai costituzionalisti riformisti che volevano semplicemente rovesciare Porfirio Diaz per dare vita ad un nuovo governo maggiormente democratico e dall’altra parte dagli zapatisti che invece sostenevano una maggiore autonomia e maggiori diritti delle comunità contadine e indigene, che è fondamentale porre l’attenzione sull’esistenza di una “terza via rivoluzionaria” che si opponeva al regime di Diaz. Stiamo parlando appunto del movimento anarchico messicano incarnato dalla figura di Ricardo Flores Magon e da suo fratello Enrique. I fratelli Magon nel 1892 danno vita al “magonismo”, un movimento politico rivoluzionario composto da tre elementi: il liberalismo messicano, l’anarchismo di matrice europea e il comunalismo tradizionale indigeno; il magonismo instaura fin da subito forti legami con l’ampia tradizione di lotte di resistenza delle popolazioni indigene sia contro il dominio e lo sfruttamento coloniale, sia nei confronti dell’autorità centrale incarnata dai vari governi messicani rea della povertà, dell’esclusione sociale e politica e della repressione violenta che affliggono gli indigeni. Anni dopo, nel 1905, Ricardo Flores Magon, insieme al fratello e ad altri “magonisti” fondarono il Partito Liberale Messicano (PLM) con l’obiettivo di mettere in atto una rivoluzione totale che toccasse ogni ambito della società.

Nonostante il nome di “partito liberale”, l’ideologia che animava i militanti andava oltre al semplice liberalismo messicano incentrato sulla richiesta di riforme o rivendicazioni dei principi liberali della Costituzione del 1857. Ma sopratutto l’obiettivo principale del PLM, a differenza di quello che fecero con la vittoria della Rivoluzione Messicana i costituzionalisti guidati da Madero, non era quello di sostituire il governo autoritario di Porfirio Diaz con un nuovo governo liberal-democratico, bensì quello di abolire ogni forma di governo in quanto causa del dominio dell’uomo sull’uomo. Ed è proprio questo che smaschera la reale aspirazione dei fratelli Magon e degli altri compagni del PLM, ossia la rivoluzione anarchica vera e propria. Mentre si trovava in carcere, Ricardo Flores Magon scrisse una lettera che riuscì a far arrivare nelle mani dei suoi compagni in clandestinità, nella quale spiegava il motivo di mantenere il nome di “Partido Liberal”: “Se ci fossimo chiamati anarchici fin dall’inizio, nessuno ci avrebbe dato retta. Senza quell’etichetta siamo arrivati a inculcare nella testa della gente idee di odio contro la classe possidente e la casta di governo. […]  Dunque, è tutta una questione di tattica.”  Come scrisse nella lettera in questione Ricardo Flores Magon, “continueremo a chiamarci liberali nel corso della rivoluzione, mentre in realtà propagheremo l’anarchia e compiremo azioni anarchiche”. Appaiono quindi chiare le radici anarchiche del PLM e dell’intero movimento magonista; così come appaiono chiare le analisi del processo rivoluzionario che di li a poco avrebbe scosso il Messico.

Secondo Ricardo Flores Magon infatti il processo rivoluzionario avrebbe dovuto porsi due obiettivi: in un primo momento la rivoluzione avrebbe dovuto abbattere il regime di Porfirio Diaz al potere; in un secondo momento il moto rivoluzionario avrebbe dovuto abolire ogni forma di governo, impedendo che la rivoluzione prendesse il potere nello Stato, di fatto autoestinguendo il proprio potenziale, formando un nuovo governo che per sua stessa natura sarebbe diventato solamente un nuovo strumento di oppressione e sfruttamento a danno delle masse popolari. Ma la Rivoluzione Messicana andò nella direzione opposta rispetto alle aspirazione libertarie dei magonisti e dei rivoluzionari del PLM e infatti, dopo esser riuscita a porre fine al “Porfiriato”, si concluse con l’elezione di Venustiano Carranza (altro leader dei costituzionalisti) nel 1916 che divenne il presidente del Messico dando vita ad un nuovo governo di stampo liberale. E di fatto estinguendo il potenziale rivoluzionario della Rivoluzione Messicana.

Possiamo quindi vedere come il movimento anarchico messicano guidato dal PLM dei fratelli Magon fosse l’esponente più radicale del movimento popolare che originò il processo rivoluzionario sfociato poi nel 1910 nella già citata Rivoluzione Messicana. E’ infatti nel periodo iniziale dell’insurrezione popolare (1910-1911) che i guerriglieri magonisti ebbero il ruolo fondamentale di mantenere vivo il fuoco rivoluzionario contro il tentativo repressivo di Porfirio Diaz.

La base per le azioni, le assemblee e la propaganda del PLM fu individuata da Ricardo Flores Magon nella città di El Paso in Texas, sul confine tra USA e Messico. El Paso rappresentava agli occhi dei magonisti il luogo perfetto dal quale dare inizio ad una rivoluzione realmente anarchica che avesse come obiettivi l’abolizione di ogni forma di governo (lo Stato) e l’abolizione della proprietà privata dei beni e dei mezzi di produzione (il Capitalismo). Infatti è proprio qui che i militanti del Partito Liberale Messicano tentarono di dare vita a quattro sollevazioni libertarie tra il 1906 e il 1912. El Paso dal 1906 divenne anche la sede di “Regeneracion”, il giornale rivoluzionario dei magonisti, vero e proprio strumento di propaganda degli idelai anarchici in vista della sollevazione armata.

Da El Paso gli anarchici messicani iniziarono a discutere il piano per impadronirsi di Ciudad Juarez, città situata subito dopo il confine con gli USA e dalla quale, secondo i magonisti, sarebbe dovuta iniziare l’insurrezione anarchica e sarebbe dovuta essere estesa a tutto il territorio messicano. Il piano per attaccare Ciudad Juarez prevedeva quattro fasi principali: innanzitutto circa duecento magonisti avrebbero occupato Juarez e solo in un secondo momento gli insorti avrebbero preso d’assalto il palazzo del comune, le banche, le caserme e le aziende; successivamente gli insorti avrebbe dovuto sequestrare Ygnacio Ochoa, politico porfirista e uomo più ricco di Juarez, e costringerlo a versare mezzo milione di dollari ai rivoluzionari; infine, una volta preso il totale controllo di Ciudad Juarez, i rivoluzionari magonsiti avrebbero preso il controllo della linea ferroviaria che porta a Ciudad Chihuahua, estendo l’insurrezione anarchica in territorio messicano. L’attacco a Ciudad Juarez che avrebbe dovuto dar inizio ad una vera e propria rivoluzione anarchica doveva essere guidato dal basso, secondo Ricardo Flores Magon, da una federazione di comunità operaie e contadine, unico modo per impedire la formazione di un nuovo governo e la morte del processo rivoluzionario.

Purtroppo questo primo tentativo di insurrezione armata finalizzata alla conquista di Ciudad Juarez fallì. Le cause di questo fallimento vanno individuate nell’operato del console messicano negli Stati Uniti, Francisco Mallèn, il quale era venuto a conoscenza delle riunioni clandestine dei magonisti per organizzare l’attacco a Juarez. A conoscenza di ciò, il governo messicano inviò due ufficiali dell’esercito ad infiltrarsi tra le file del movimento magonista fingendosi simpatizzanti delle idee anarchiche e rivoluzionarie propagandate dal movimento; una volta conquistata la fiducia dei rivoluzionari, i due ufficiali li denunciarono alle autorità decretando il fallimento dell’insurrezione armata verso Ciudad Juarez. Il 19 ottobre del 1906 una ventina di militanti magonisti, tra cui Antonio Villareal (uno dei principali esponenti del PLM), furono arrestati tra El Paso e Juarez. Villareal al momento del suo arresto si mise ad urlare riuscendo in questo modo ad avvisare Ricardo Flores Magon, il quale riuscì a fuggire in direzione della stazione ferroviaria facendo sparire le sue tracce. Lo stesso giorno le autorità di Ciudad Juarez fecero arrestare altri 15 militanti anarchici, tra i quali un altro grande leader magonista, ossia J.Sarabia. Si concluse quindi con l’arresto di alcuni dei maggiori leader del movimento magonista e di decine di militanti rivoluzionari il primo tentativo di insurrezione armata e di conquista di Ciudad Juarez. Ma i magonisti, da buoni anarchici quali erano, non si lasciarono demotivare dalla repressione poliziesca e politica che subirono nel 1906.

Una data importante sulla quale sarebbe un errore non porre la nostra attenzione è sicuramente il 25 febbraio del 1907, giorno in cui Antonio Villareal riuscì a eludere la sorveglianza delle guardie che avrebbe dovuto rimpatriarlo in Messico, fuggendo in California dove si incontrò con il compagno Magon, ormai in clandestinità da quel fatidico 19 ottobre 1906, e con altri compagni del PLM. Questo incontro segna l’inizio della pianificazione di un nuoco tentativo di attaccare Ciudad Juarez. Perciò nel 1908, per niente abbattuti dal fallimento dell’insurrezione armata del 1906, i leader del PLM si riunirono nuovamente a El Paso per tentare un nuovo assalto a Ciudad Juarez, attacco che fu programmato per il 25 di giugno.

Mentre accadeva tutto questo, Ricardo Flores Magon era stato imprigionato in Arizona per aver violato la legge sulla neutralità, e sarebbe rimasto in carcere fino al 1910, anno dello scoppio della Rivoluzione Messicana. I veri leader dell’insurrezione del 1908 devono quindi essere individuati nelle figure di Enrique Flores Magon (fratello di Ricardo), Praxedis Guerrero e sopratutto Priscillano Silva. Dal 1908 il movimento anarchico-magonista iniziò ad utilizzare proprio l’abitazione di Priscillano Silva come base per accumulare armamenti e materiali di propaganda. Il 23 giugno, due giorni prima della data stabilità per l’insurrezione armata, la polizia fece irruzione nell’abitazione di Silva arrestando un gran numero di militanti magonisti e sequestrando tutte le armi trovate. Ancora una volta la collaborazione tra le autorità messicane e quelle USA riuscirò a soffocare l’insurrezione magonista prima ancora che essa potesse esplodere in tutto il suo potenziale rivoluzionario.

Gli eventi che si susseguirono tra il 1905 e il 1910 per mano del movimento magonista-anarchico messicano hanno di sicuro fortemente influenzato il processo rivoluzionario che sfociò poi nella Rivoluzione Messicana contro il regime trentennale di Porfirio Diaz; tuttavia pur costituendo la forza principale di opposizione alla tirannia di Porfirio Diaz, il magonismo alla fine non riuscì a far prevalere il suo avanzatissimo progetto sociale e a prendere la guida dell’insurrezione rivoluzionaria popolare, facendo quindi prevalere la componente costituzionalista di Madero e quella contadina di Zapata, e di conseguenza impedendo o sviluppo di una vera e propria rivoluzione anarchica finalizzata all’abolizione di ogni forma di governo e di ogni forma di proprietà privata, principale cause del dominio dell’uomo sull’uomo e dello sfruttamento dell’uomo. Dopotutto ebbe ragione Ricardo Flores Magon fin dall’inizio quando sosteneva che in Messico, così come in ogni altra parte della terra, qualsiasi processo rivoluzionario finalizzato a sostituire il governo centrale con un nuovo governo (sia esso guidato da un presidente o da una giunta rivoluzionaria) avrebbe avuto come unico esito il fallimento stesso della Rivoluzione. Il risultato è sempre lo stesso, il nuovo governo che nasce dalla rivoluzione avrà la stessa funzione del precedente, fungendo da strumento di dominio, oppressione e sfruttamento. E così è stato in Messico, anche dopo la Rivoluzione.