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LA FORTEZZA EUROPA TRA IPOCRISIA, VIOLENZE E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

L’articolo che seguirà è in realtà la riproposizione di una relazione che ho dovuto scrivere lo scorso anno nell’ambito di un laboratorio universitario in merito alla questione migratoria, al processo di esternalizzazione delle frontiere e alle politiche dell’Unione Europea in tema di flussi migratori.

Alla luce degli ultimi accordi tra il governo italiano, rappresentato dal Ministro degli Interni Minniti, e i governi (sia quello di Tripoli che quello di Topruk) libici finalizzati ad impedire la partenza dei migranti e fermare in questo modo la rotta del meditterraneo, attraverso la detenzione di persone in veri e propri campi di concentramento dove torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno, ritengo che seppur parziale riproporre questa relazione possa risultare interessante per comprendere la complicata questione migratoria e per analizzare i fatti partendo da un’ottica libertaria.

INTRODUZIONE

Il mondo occidentale, oggi più che mai, si dimostra estremamente ossessionato dai confini e delle frontiere e di conseguenza dalla loro difesa da un non meglio specificato “nemico” che, secondo la retorica di una certa classe politica e di una certa frangia dell’opinione pubblica, sarebbe una minaccia capace di mettere in crisi la società occidentale che noi tutti conosciamo. E quindi in quanto minaccia appare fondamentale respingere questo “nemico” al di fuori della fortezza Europa, o meglio ancora, impedire a questo “nemico” di raggiungere il territorio europeo attraverso differenti strumenti, tra cui il processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere e la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti.

Oggigiorno l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa; un’ipocrisia iniziata con il Trattato di Schengen, proseguita con l’istituzione di progetti quali Frontex e Mare Nostrum e che oggi continua attraverso il nefasto processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero il concetto di “dimensione esterna della politica migratoria dell’Unione Europea”.

Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad indentificare, espellerre e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Tutto ciò che ho appena elencato sarà materia della relazione e dell’analisi che segue, nella quale ho cercato di criticare i differenti sistemi di controllo e respingimento attraverso l’assunzione di un approccio libertario e quindi in aperta opposizione allo Stato-Nazione, ai confini, alle frontiere e a tutti quegli strumenti e mezzi volti ad impedire la libertà di movimento e di circolazione degli esseri umani. Perchè purtroppo l’Occidente in generale e l’Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di migrare e di movimento che a noi cittadini europei appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, quella di movimento e circolazione, che non deve in nessun modo essere un privilegio a vantaggio di pochi, bensì una libertà di cui ogni essere umano al di là della sua nazionalità, cultura, religione e colore della pelle deve disporre e godere in ogni momento della propria esistenza.

 

Nella seguente relazione andrò quindi ad analizzare sostanzialmente la distanza esistente tra le politiche dell’Agenda Europea sulla Migrazione e i loro risultati concreti in termini di vite umane e di salvaguardia dei diritti umani dei migranti, cercando quindi di contrapporre alla Nuova Agenda UE sulla Migrazione il report di Amnesty in merito alla violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti causate dalle stesse politiche migratorie europee.

Tutto questo per evidenziare la estrema distanza che intercorre tra le politiche europee in merito alle migrazioni e la loro messa in pratica reale, dimostrando che dietro all’imperativo dell’UE di “proteggere le persone in stato di necessità…e l’impegno degli Stati membri ad intervenire concretamente per scongiurare le perdite di altre vite umane” vi è in realtà come unico interesse quello di impedire ai migranti di raggiungere l’Europa attraverso un progressivo aumento di risorse spese al fine di rafforzare la protezione non delle persone bensì dei confini nazionali dalla minaccia di una“invasione”inesistente.

 

 

COOPERAZIONE E COLLABORAZIONE TRA UE E PAESI TERZI

Un punto esposto nella Agenda Europea sulla Migrazione che ritengo molto interessante da analizzare in questo capitolo posto in apertura della relazione, come si evince dal titolo, è quello della cooperazione e della collaborazione tra l’UE, gli Stati membri e i paesi terzi extraeuropei. Questo tema è strettamente collegato all’argomento della salvaguardia delle vite umane in mare attraverso operazioni quali Mare Nostrum prima e Triton e Poseidon (Frontex) dopo, argomento al quale verrà dedicato il paragrafo successivo.

Per affrontare la problematica questione della migrazione l’Unione Europea si impegna nella collaborazione con i paesi terzi come ho già sottolineato. L’Unione Europea infatti attraverso la Commissione e il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) interviene nelle regioni e nelle aree di origine e transito di migranti, attuando un processo di collaborazione con i paesi terzi che ha come principale interesse quello di impedire la partenza di persone che hanno come metà il territorio europeo.

Come fare per impedire a migliaia di persone di mettersi in viaggio attraverso vie più o meno legali per raggiungere l’Europa?

L’Unione Europea risponde a questa necessità di bloccare i flussi migratori verso il proprio territorio atteaverso il potenziamento delle frontiere esterne dell’Unione e stipulando accordi con i paesi terzi orientati ad impedire la partenza dei migranti e allo stesso tempo a favorire i rimpatri e le espulsioni di coloro che non soddisfano i requisiti per rimanere sul territorio europeo.

Questi accordi tra UE o un suo singolo stato membro e i paesi terzi di origine o di transito dei migranti non sono mai accordi pubblici in quanto non vengono stipulati tra governi bensì con i servizi dei paesi in questione volti a rafforzare gli strumenti di controllo, detenzione, identificazione e rimpatrio delle masse migranti, ovvero le forze dell’ordine e di polizia. Non essendo accordi pubblici tra governi di due Stati nella maggior parte dei casi essi vanno a collidere con il rispetto dei diritti umani fondamentali di cui dovrebbero godere i migranti respinti e rimpatriati.

Come già accennato sopra l’UE sviluppa accordi sia con i pesi di transito di migranti sia con i paesi di origine dei migranti con il duplice obiettivo di fermare le persone prima che possano raggiungere l’Europa (nel primo caso) e di poter espellere e rimpatriare più facilmente i migranti respinti (nel secondo caso).

Gli accordi tra UE possono essere di tre tipi anche se, parere personale, trovo abbiano maggior importanza i primi due, ovvero gli accordi bilaterali e quelli multilaterali. I primi vengono stipulati tra uno Stato dell’UE e un paese terzo extraeuropeo e ne sono esempi perfetti e recenti gli accordi “segreti” tra Italia e Gambia e Italia e Sudan, entrambi avveuti nel 2016. I secondi, quelli multilaterali, riguardano l’intera Unione Europea e i paesi terzi e ne sono un esempio limpido gli accordi tra UE e Turchia e quello tra UE e Mali, anch’essi del 2016.

Questi accordi tra UE e paesi terzi non sono altro che nuove forme di controllo e gestione dei flussi migratori messi in atto dagli Stati, i quali utilizzano i migranti come merci di scambio per il raggiungimento di fini e interessi politici ed economici che smascherano l’ipocrisia della Fortezza Europa celata dietro la retorica della “salvaguardia delle vite umane e della protezione dei migranti”.

 

 

CONTROLLO DELLA DIMENSIONE ESTERNA DELLE FRONTIERE EUROPEE

Al tema degli accordi tra UE e paesi terzi per impedire le partenze e facilitare i rimpatri si collega direttamente il concetto di controllo delle frontiere esterne, che altro non è che la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti, subappaltando quindi il controllo dei flussi migratori e delle frontiere ai paesi di origine o di transito dei migranti.

Nonostante l’Unione Europea, come possiamo leggere più volte nel testo della sua Agenda Europea sulla Migrazione, parli di protezione e salvaguardia dei diritti umani fondamentali dei migranti, la realtà empirica dei fatti sembra dimostrare una tendenza totalmente opposta. Infatti al centro delle politiche migratorie e di esternalizzazione europee troviamo senza troppi problemi il sistema di trattenimento dei migranti all’interni dei centri di detenzione.

In questi luoghi viene smascherata quotidianamente l’ipocrisia dell’UE; questo perchè la violazione dei diritti umani fondamentali e le violenze sulle persone detenute in questi centri sono quotidiane; quotidiane ma tenute volutamente lontane dagli occhi della società europea, cosi da poter nascondere come polvere sotto un tappeto tutte le incongruenze e le ipocrisie che emergono dalla lontananza tra i discorsi politici dell’UE in merito alla questione migratoria e la realtà delle frontiere fatta di violazioni, violenze, detenzioni, espulsioni, sparizioni e tutto ciò che va a ledere ogni diritto umano fondamentale della persona migrante.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sostiene che ogni essere umano gode del diritto alla libertà di movimento, perciò il trattenimento dei migranti all’interno dei centri di detenzione non è giustificato o legittimato in quanto essi non hanno commesso nessun reato concreto. Questo concetto di libertà di movimento come diritto fondamentale dell’essere umano si va a scontrare con la realtà dell’UE dominata dall’applicazione del Trattato di Schengen, il quale sancise la libertà di movimento come prerogativa esclusiva dei cittadini dei paesi membri dell’Unione Europea, negando lo stesso diritto a tutti i cittadini extraeuropei.

Il sistema di controllo delle masse migranti viene esternalizzato. Se oggi pensiamo all’Europa non possiamo che non pensare automaticamente anche agli infiti muri costruiti per bloccare il transito di persone; la fortezza Europa sta innalzando muri invalicabili e confini sempre più controllati e chiusi per impeidre la libera circolazione delle persone; muri costruiti sia sul territorio europeo, sia direttamente nei paesi terzi dove la lotta alle partenze si fa ogni giorno più pesante e presente.

Non solo il controllo viene esternalizzato, ma anche le stesse violenze nei confronti dei migranti. Infatti le violazioni dei diritti umani delle persone, ancora prima che in Europa, avvengono nelle aree di transito e origine dei migranti, ovvero al di fuori delle frontiere europee, per mano dei paesi terzi attraverso i loro organi di polizia. Questa azione di violazione e violenza viene svolta concretamente dai paesi terzi ma è il risultato di un preciso obiettivo nato da accordi di natura politica ed economica tra gli Stati europei e i paesi terzi, per l’appunto, con il fine di rafforzare la protezione e dil controllo delle frontiere esterne dell’europa e scongiurare la partenza dei migranti.

Viene così smascherato l’intento reale delle politiche migratorie UE; ovvero l’impegno costante per la repressione ed il controllo dei migranti nelle regioni di origine e transito al fine di impedirne la partenza ad ogni costo, quindi anche ricorrendo a violenze quotidiane sia di natura fisica sia di natura psicologica-morale.

Ma tanto finchè le quotidiane violenze e violazioni delle libertà indidivuali dei migranti avvengono al di fuori dei confini europei a chi importa no? Ha davvero senso nascondersi dietro una finta condanna dei paesi terzi quando in realtà i mandanti delle violenze, delle detenzioni illegali, delle espulsioni, sono gli stessi paesi europei che si riempiono la bocca di “diritti umani” e “protezione di vite umane”?

 

 

HOTSPOT: DETENZIONE E IMPRONTE DIGITALI

Dal controllo delle frontiere esterne ai centri di detenzione il passo è breve. Per meglio dire, i centri di identificazione ed espulsione europei e quelli di detenzione nei paesi terzi altro non sono che strumenti funzionali al sistema di controllo e repressione dei flussi migratori messo in pratica dalle politiche dell’Unione Europea.

Da un lato espulsioni e rimpatri, frutto di calcolati accordi economici e politici tra Stati, dall’altro il continuo spostamento dai territori di frontieri ai vari centri hotspot (sopratutto quelli del Sud Italia), ovvero un ulteriore luogo di differenziazione e smistamento dei migranti, nei quali le persone vengono differenziate arbitrariamente in base al fatto di essere o meno migranti economici o profughi, funzionale o meno al mercato e all’economia europea e cosi via. Dopo questa classificazione alcuni migranti entrano nel circuito dell’accoglienza (pochi), altri, la maggioranza, in quello dell’espulsione.

Il primo luogo che un migrante conosce appena arrivato sul territorio italiano è uno dei cinque Hotspot attivi in Italia: Lampedusa, Trapani, Taranto, Pozzallo e Porto Empedocle.

L’Hotspot funge da tappa forzata per i migranti che vi vengono condotti obbligatoriamente, in quanto la loro funzione è quella non solo di detene per un certo periodo di tempo le persone, ma sopratutto di svolgere una raccolta qualitativa e quantitativa di dati sui migranti prima che essi vengano espulsi o smistati nei vari centri di accoglienza sparsi sul territorio.

All’interno degli Hotspot il migrante può dover aspettare anche per diversi anni prima di conoscere il suo destino, prima di conoscere quindi se la sua domanda di accoglienza è stata accettata o se gli viene ordinato il rimpatrio o l’espulsione. Giorni, mesi e anni nei quali i migranti vivono in una condizione semi-detentiva, privati dei prorpi diritti, costretti a subire violenze psicologiche, morali e fisiche di vario genere fino ad arrivare alla spersonalizzazione più totale, alla perdità di identità, poichè trattati come mera merce da piazzare, ricollocare, spostare ed identificati con numeri piuttosto che in quanto essere umani,

Questa descrizione potrà apparire fin troppo cruda per apparire realistica, sembrerebbe più appropriata ad altri contesti storici, potrebbe facilmente riportare alla mente i campi di concentramento e lavoro nazisti. E invece, purtroppo, è la realtà quotidiana degli Hotspot, dei CIE, dei centri di detenzione, tanto all’interno delle frontiere europee quanto all’esterno di esse, nei paesi terzi di transito o di origine dei migranti.

Il sistema degli Hotspot è stato presentato nel 2015 come risposta dell’Unione Europea all’alto numero di arrivi di migranti nei pasi costieri dell’Europa meridionale. Come evidenziato dal rapporto di Ambesty “Hotspot Italia”, “la sua premessa fondamentale era quella di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo, con la distribuzione di una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri per un esame successivo delle loro domande di asilo”.

Fondamentalmente gli Hotspot sono stati creati per soddisfare la necessità degli Stati europei di disporre di luoghi atti a detenere ed identificare velocemente i migranti e i rifugiati, per prima cosa attraverso il rilevamento obbligatorio delle impronte digitali.

Questi luoghi di detenzione ed identificazione hanno rafforzato l’imperativo del controllo sui flussi migratori e sulle persone migranti tanto sbandierato dall’Unione Europea attravrso le sue politiche, incontrando come risultato immediato di questa ossessione per il controllo la sistematica violazione dei diritti dei migranti e dei rifugiati.

Il processo di rilevamento obbligatorio delle impronte digitali si conclude aprendo due scenari possibili, come sostenuto anche dalla Commissione Europea nella sua Agenda sulla migrazione del maggio 2015; “chi presenterà domanda di asilo sarà immediatamente immesso in una procedura di asilo…Per chi invece non necessità di protezione è previsto che Frontex aiuti gli Stati membri coordinando il rimpatrio di migranti irregolari”.

 

 CONCLUSIONE

Come si può evincere da tutto ciò evidenziato sopra, la collaborazione tra UE e paesi terzi di origine e transito dei migranti, il controllo della dimensione esterna delle frontiere europee e il sistema degli Hotspot non sono altro che strumenti funzionali alla stessa fortezza Europea per rafforzare la protezione e la difesa dei propri confini e delle proprie frontiere dallo spettro di una invasione che rimanere solamente qualcosa di astratto non avendo nessun riscontro empirico nella realtà attuale dei fatti e mai ce l’avra.

Inoltre questi differenti strumenti di controllo e repressione messi in pratica dall’Unione Europea ai danni dei migranti, dei rifugiati, dei richiedenti asilo vanno a distruggere ogni pretesa di protezione dei diritti umani fondamentali poichè, come già sottolineato sopra,le violenze subite dai migranti sono la quotidianità, così come le violazioni delle loro libertà e dei loro diritti.

Mentre l’Europa continua a far finta di nulla e a mascherarsi dietro la retorica della salvaguardia delle vite umane e dei migranti che attraversano il Mediterraneo, gli accordi da essa stipulati con i paesi terzi permettono il perpetuarsi delle violenze nelle zone di frontiera, dove i migranti ogni giorno devono lottare contro abusi, repressione, detenzione e violenze di ogni genere per non abbandonare il loro sogno di raggiungere le coste europee.

E poichè la fortezza Europa alza i suoi muri e si impegna nella difesa dei confini piuttosto che nella protezione degli esseri umani, visti solamente come merce da piazzare per motivi economici e politici, l’unica risposta possibile è quella di opporsi e lottare contro a tutto il marcio di questo sistema. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno. Perchè potrà anche suonare banale e retorico ma sostanzialmente la verità è che siamo tutti cittadini del mondo e il mondo intero è la nostra patria, perciò non possiamo accettare che il diritto alla libertà di movimento sia un privilegio di pochi eletti. E non possiamo in nessun modo accettare una “fortezza Europa” costruita sull’ipocrisia, sulle violenze e sulle violazioni dei diritti umani.

“Siamo la Crepa nel Vostro Muro” – A Proposito di Capitalismo, Globalizzazione e Frontiere

(Immagine ripresa da Comune-Info)

 

Il 14 febbraio il Subcomandante Insurgente Moisés ed il Subcomandante Insurgente Galeano, a nome della Commisisone Sexta dell’EZLN, hanno scritto un comunicato per la convocazione di una campagna mondiale dal titolo: “Di fronte ai muri del Capitale: la resistenza, la ribellione, la solidarietà e l’appoggio dal basso e a sinistra.” attraverso il quale analizzano con tono critico la sempre più costante tendenza del Capitale e del Potere a costruire “muri” e invitano ad opporsi ad essi con la lotta, la resistenza, la ribellione e l’organizzazione (dal basso a sinistra).

Inizialmente il comunicato si concentra sul Potere incarnato oggigiorno dal Capitale. In quanto anarchico il mio atteggiamento in merito al “Potere” non può che essere di critica, di opposizione e di distruzione; il potere è infatti “il rapporto sociale per mezzo del quale chi comanda mantiene la schiavitù”. E questa definizione non può che applicarsi perfettamente al Potere inteso, nel mondo contemporaneo, come il dominio del Capitale e del regno del mercato. Un Potere, quello del Capitale, che è innegabilmente esclusivo, elitario, discriminatorio e che cerca di mantenersi in vita attraverso lo sfruttamento, la predazione, la repressione e la discriminazione. Il Capitale al giorno d’oggi domina il mondo, si è imposto tramite la guerra e si perpetua attraverso di essa, imponendo a livello globale il regno del mercato, un regno nel quale tutto si compra e tutto si vende, natura (devastata e saccheggiata in nome del profitto e degli interessi capitalistici) ed esseri umani in primis. Il mercato di natura capitalista si basa, e sembra anche banale ricordarlo, sulla predazione e sullo sfruttamento e la sua stabilità dipende solamente dalla costante repressione che attua nei confronti di coloro che provano a ribellarsi, a lottare e ad insorgere. Il Capitale è una macchina alimentata a distruzione e morte. “La distruzione del pianeta, i milioni di profughi, l’auge del crimine, la disoccupazione, la miseria, la debolezza dei governi, le guerre a venire, non sono il prodotto degli eccessi del Capitale, o di una conduzione erronea di un sistema che prometteva ordine, progresso, pace e prosperità”. Tutto questo in realtà costituisce l’essenza di questa macchina nefasta che chiamiamo “Capitalismo”; e l’unico modo per fermare questa macchina è agire concretamente per distruggerla attraverso la lotta anticapitalista.

La globalizzazione neoliberale, ovvero l’imposizione globale del capitalismo e del regno del mercato, non ha portato al trionfo della libertà, della giustizia o della pace, bensì ha diffuso e imposto ancor più marcatamente la separazione a livello mondiale tra la classe degli sfruttati e la classe degli sfruttatori, tra chi domina poichè detiene il Capitale e chi viene dominato. La globalizzazione, come possiamo benissimo notare oggi, non ha in alcun modo creato il famoso quanto fantomatico “villaggio globale” poichè in realtà solamente il mercato si è fatto globale, si è mondializzato, e di conseguenza la guerra in nome del Capitale e del profitto si è diffusa e amplificata. Oggi nel tempo della crisi globale, finalmente possiamo smascherare il vero volto del capitalismo, sintetizzato perfettamente nella formula “Guerra sempre, guerra ovunque.” Questo perchè il capitalismo, messo in seria difficoltà da una crisi diffusa a livello globale, ricorre alla guerra in quanto unico mezzo che può permettergli di perpetuarsi e mantenersi in vita. Ed è proprio in questo contesto di crisi globale del regno del mercato, in questi tempi in cui assistiamo al fallimento della globalizzazione e della favola del “villaggio globale”, che ci troviamo dinanzi al collasso del capitalismo inteso come sistema mondiale. Lo stesso capitalismo che si è imposto come sistema mondiale tramite la guerra, le violenze, la devastazione ambientale, la distruzione sistematica dei territori, lo sfruttamento dei popoli della parte meridionale del mondo e che Francis Fukuyama definì vent’anni fa “fine della storia”. Fine della storia perchè il capitalismo neoliberalista si presentava agli occhi del mondo come il sistema economico-politico ultimo, la cui supremazia aveva sconfitto il “nemico comunista”, che imponendosi a livello globale avrebbe concesso benessere, ricchezza, stabilità e pace a tutti i popoli e in tutte le regioni del mondo. In realtà il capitalismo come sistema mondiale è al collasso nonostante cerchi di mantenersi in vita attraverso la guerra e la distruzione, attraverso i muri e le frontiere.

Come scritto nello stesso comunicato della Sexta dell’EZLN “Il sistema è arrivato al punto di non ritorno” ed ora tocca a noi, che siamo le crepe di questo sistema e stiamo in basso a sinistra, lottare, resistere, ribellarci, insorgere ed organizzarsi.

Riportando direttamente le parole della Commisione Sexta “L’offensiva internazionale del Capitale contro le differenze razziali e nazionali, che promuove la costruzione di muri culturali, giuridici e di cemento e acciaio, vuole restringere ancora di più il pianeta. Vogliono creare così un mondo dove ci stiano solo quelli che sopra sono uguali tra loro. Suonerà ridicolo, ma è così: per affrontare la tormenta il sistema non vuole costruire tetti per ripararsi, ma muri dietro i quali nascondersi. Questa nuova tappa della guerra del Capitale contro l’Umanità deve essere affrontata con resistenza e ribellione organizzate, ma anche con la solidarietà e l’appoggio verso chi vede attaccate le proprie vite, libertà e beni.  Considerando che il sistema è incapace di frenare la distruzione. Considerando che, in basso e a sinistra, non ci deve essere posto per il conformismo e la rassegnazione. Considerando che è il momento di organizzarsi per lottare ed è tempo di dire “NO” all’incubo che ci impongono da sopra.”

Con l’obiettivo di chiamare all’organizzazione mondiale dal basso a sinistra per opporsi e resistere all’aggressività del Capitale e per contrattaccare insorgendo ed autorganizzandosi, il Subcomandante Moisès e il Subcomandante Galeano, invitano ad “organizzarsi con autonomia, a resistere e ribellarsi contro le persecuzioni, detenzioni e deportazioni. Se qualcuno se ne deve andare, che siano loro, quelli di sopra. Ogni essere umano ha diritto ad un’esistenza libera e degna nel luogo che ritiene migliore, ed ha il diritto di lottare per restarci. La resistenza alle detenzioni, sgomberi ed espulsioni sono un dovere, come un dovere è appoggiare chi si ribella contro questi arbitri senza che importino le loro frontiere. Bisogna far sapere a tutta quella gente che non è sola, che il suo dolore e la sua rabbia è visibile anche a distanza, che la sua resistenza non è solo benvenuta, ma è anche appoggiata anche se con le nostre piccole possibilità. Bisogna organizzarsi. Bisogna resistere. Bisogna dire “NO” alle persecuzioni, alle espulsioni, alle prigioni, ai muri, alle frontiere. E bisogna dire “NO” ai malgoverni nazionali che sono stati e sono complici di questa politica di terrore, distruzione e morte. Da sopra non verranno le soluzioni, perché lì sono nati i problemi.”

Come espresso nel comunicato, bisogna resistere, bisogna ribellarsi, bisogna lottare, bisogna organizzarsi. Tocca a noi, noi che siamo le crepe in basso a sinistra abbattere i muri del Capitale, abbattere ogni frontiera.

(immagine presa dal blog “Voci dalla Strada)

 

 

“Fuoco ai CIE” – Non Solo Uno Slogan, Ma Una Pratica di Liberazione

Il nuovo anno si è aperto con la proposta del neo ministro degli interni Minniti di un nuovo piano per l’immigrazione che ha come progetto principale la riapertura e la moltiplicazione dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) in ogni regione italiana. Sommato a questo desiderio di moltiplicare i luoghi di detenzione dei migranti, Minniti ha mostrato l’intento di rendere più efficace il meccanismo delle espulsioni per combattere ciò che viene chiamato ” reato di clandestinità”. Io in quanto anarchico, cosi come la maggior parte dei movimenti di attivisti e militanti anti razzisti e no borders, credo nella lotta contro ogni forma di autorità e dominio ed è per questo che ritengo fondamentale lottare contro il regime delle frontiere e contro i CIE, ovvero il perfetto esempio delle forme contemporanee di controllo, di ossessione per la sicurezza e di violenza perpetuata dalla Stato-Nazione sulle persone.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire brevemente cosa sono i CIE e cosa accade al loro interno. Appena arrivato sul suolo italiano il migrante conosce uno dei vari centri di prima accoglienza situati sul territorio italiano per poi esser subito inviato in un CIE, ovvero un Centro di Identificazione ed Espulsione, in quanto considerato illegale e clandestino poichè sprovvisto di un valido documento di identificazione. I CIE sono l’evoluzione dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea), ovvero quei luoghi di detenzione introdotti con la legge Turco-Napolitano dell’ormai lontano 1998.

I CIE possono essere considerati senza troppi problemi come dei veri e propri non luoghi di detenzione nei quali la violenza e la brutalità sono all’ordine del giorno; nei quali la sospensione dei diritti umani e la privazione della libertà diventano legali. Sono i lager del nuovo millennio; e come i lager hanno lo scopo principale di desumanizzare le persone detenute, di bestializzarle, al punto di non considerarle e non trattarle più in quanto esseri umani ma semplicemente come meri numeri e merci di scambio tra Stati-Nazione per interessi di natura geopolitca. Questi Centri di Identificazione e Espulsione sono dei veri e propri luoghi di detenzione nei quali si privano gli esseri umani della libertà e li si sottopone a violenze, torture e umiliazioni, e sopratutto luoghi nei quali spesso i migranti incontrano la morte. E appunto come i lager nazisti, i CIE sono centri nei quali le forze dell’ordine per difendere la presunta sicurezza e l’ordine dello Stato, rinchiudono individui ritenuti illegali e pericolosi in quanto privi di documento di identificazione o di regolare permesso. In questi centri di detenzione la prassi diffusa è quella dell’accoglienza attraverso pestaggi, umiliazioni e violenze ai danni dei migranti, sopratutto di coloro che tentano di ribellarsi a questa situazione di privazione di diritti e di libertà, di coloro che tentano la fuga, di coloro che si lamentano delle condizioni pessime in cui sono costretti a vivere.

Ad oggi i CIE attivi sul suolo italiano sono solamente 4: Pian del Lago (Catanisetta), Restinco (Brindisi), Corso Brunelleschi (Torino) e Ponte Galeria (Roma). Inizialmente i CIE presenti sul territorio italiano erano 13 ma grazie alle proteste e alle rivolte individuali e collettive dei migranti detenuti in questi luoghi si è arrivati, nel corso degli anni, alla chiusura della maggior parte di essi. Ed è sempre più importante, sopratutto in questo momento storico in cui si vogliono riaprire e moltiplicare questi luoghi di detenzione, evidenziare che la chiusura dei CIE è stata possibile solamente grazie alle rivolte e alle resistenze mosse dall’interno dai migranti detenuti illegalmente al grido di “Fuoco ai CIE”; non un semplice slogan ma una concreta azione di liberazione attuata dai detenuti per distruggere questi luoghi di violenza e detenzione e per riacquistare la propria libertà. Decenni di rivolte (a partire dall’apertura dei CPT nel 1998), proteste, fughe, incendi da parte dei migranti hanno portato si alla chiusura di molti CIE ma hanno anche avuto come risposta l’inasprimento delle violenze istituzionali e dei metodi di controllo e gestione di questi luoghi.

“Opporsi alla riapertura dei Centri d’Identificazione ed Espulsione non significa soltanto battersi per la libertà delle persone migranti, ma anche lottare per non rendere ancora più prigione tutto ciò che ci circonda; significa contrastare apertamente le logiche securitarie e militariste, cercando di aprire brecce per liberarsi di tutto il vecchio mondo; in poche parole, sfidare apertamente l’esistente per riprendersi la libertà che ci spetta.” riprendendo direttamente l’appello di alcuni nemici e nemiche delle frontiere per la lotta contro la riapertura dei CIE.