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“Il Diritto Senza Stato” – Andrea Staid

L’assenza di autorità centrali, di tribunali e di un codice scritto non implica l’assenza di un diritto comune. Uno stato di diritto non significa diritto di stato, gli antropologi lo sanno bene. L’antropologia giuridica si è adoperata per far conoscere anche ai giuristi la grande variabilità che caratterizza il campo del diritto nella storia umana, la cui natura non dipende assolutamente da uno stato, da una nazione, ma dalla logica di organizzazione propria di ogni società, quindi anche quella di una possibile società libertaria.
Queste sono le tematiche che Thom Holterman tratta nel suo testo pubblicato dalla neonata casa editrice libertaria Les Milieux Libres dal titolo Le “Regole” dell’anarchismo. Considerazioni anarchiche sul diritto. Un testo, oserei dire, perfetto nella sua forma; poche pagine, scritte in modo molto semplice, senza rinunciare alla profondità e serietà che queste tematiche richiedono. Un saggio che toglie dal campo molti stereotipi che si hanno sull’anarchismo e cerca di rispondere a quelle domande che ci siamo sentiti fare mille volte: una società anarchica è senza regole, senza diritto? Ma l’anarchia è caos?
Per rispondere a queste gettonate questioni che vengono usualmente poste agli anarchici, il testo parte proprio da un’analisi accurata delle ricerche etnoantropologiche sul diritto, affrontando tra gli altri gli studi Micronesiani dell’antropologo del diritto Brian Z. Tamanaha, di Malinowski nelle isole Trobriandesi e quelli di Barton tra gli Ifugao delle Filippine. L’antropologia, studiando le diverse culture del diritto e la strutturazione delle norme che vi sono legate, scioglie il dilemma posto dai giuristi in merito alla questione del diritto di stato.

Studiando il diritto nelle popolazioni indigene anteriori all’influenza occidentale, l’elemento che ci colpisce è appunto che non è assolutamente necessario collegare il diritto allo stato. Holterman nel suo libro ci parla di un diritto consuetudinario come un diritto autonomo, un prodotto della società stessa. Sono le persone che fabbricano la consuetudine, questo spiega perché si dice che il diritto statuale ha un carattere eteronomo; in molte società senza stato la legge è creata dalla comunità, nelle società statuali invece la legge è paracadutata nella società da un’autorità esterna che struttura il potere-dominio.
La ricerca della forma che il rapporto tra diritto e società assume nei diversi contesti ha posto in luce che l’etichetta di giuridico è applicabile a una molteplicità di meccanismi di mantenimento e regolazione di un gruppo sociale e di controllo dei valori essenziali per la riproduzione di una società. Un concetto particolarmente interessante è quello sul diritto interattivo, un diritto, secondo l’autore, il più libertario possibile; seguiamo il suo ragionamento.
Benché la costrizione non sia una categoria riconosciuta all’interno del quadro anarchico, non possiamo tuttavia fare a meno della regolamentazione per proteggerci dall’aspirazione al potere. Dobbiamo dunque regolare il contrappeso contro il desiderio di potere. Possiamo allora parlare della funzione protettiva del diritto in una società libertaria, dove la centralizzazione del potere è sostituita da un coordinamento delle attività giuridiche e il diritto non sarà la volontà dello stato, ma della comunità, un diritto dunque non statuale.
Non si può pensare al fenomeno giuridico in modo universale, ogni società ha le sue applicazioni pratiche del diritto, il sistema giuridico è una codificazione delle relazioni di potere e ogni società le regola in modo differente. Una società libertaria può darsi delle regole e un diritto creato dal basso proprio per evitare l’emergere di un potere coercitivo.
Lo studio antropologico del diritto afferma l’esistenza di regole giuridiche alternative applicabili a una stessa situazione e spinge al riconoscimento di una molteplicità di forme giuridiche operanti anche contemporaneamente; questo è indice del pluralismo che caratterizza i contesti sociali e che svela il diritto come un discorso storico e politico polifonico.

Andrea Staid

“Tu non avrai il desiderio del potere, tu non avrai il desiderio di sottomissione” – Tortura e Società Primitiva

“Voi siete dei nostri. Ciascuno di voi è simile a noi, ciascuno di voi è simile agli altri. Ciascuno di voi occupa fra noi lo stesso spazio e luogo: li conserverete. Nessuno di voi è meno di noi, nessuno di voi è più di noi. Non potrete dimenticarlo. Gli stessi segni che vi abbiamo lasciato sul corpo, ve lo ricorderanno continuamente.”

Questo è probabilmente l’insegnamento più importante che la società primitiva imprime ai propri membri. Ma quando parlano di “segni che vi abbiamo lasciato sul corpo”, a cosa fanno riferimento i “selvaggi”? Sarà questa la domanda a cui cercherò di rispondere (riprendendo le tesi di Pierre Clastres esposte nel saggio “Della tortura nelle società primitive”) in questo articolo incentrato sulla pratica del rituale di iniziazione all’interno delle società primitive e sulla funzione sociale della tortura.

La maggior parte delle società primitive conferisce grande importanza ai riti di passaggio attraverso i quali i giovani completano il loro ingresso nell’età adulta, divenendo membri effettivi della comunità. I rituali di iniziazione, che rappresentano quindi l’essenza della vita sociale della comunità primitiva, coinvolgono quasi sempre il corpo dei giovani, corpo che diventa il mezzo di acquisizione di un sapere che la tribù insegna ai giovani; perciò il rito di iniziazione incarna la presa di possesso del corpo dei giovai da parte della società con la funzione di trasmettere a loro un insegnamento da interiorizzare.

Spesso nelle società primitive l’essenza del rituale di iniziazione è la tortura, pratica mediante la quale il corpo dei giovani viene sottoposto al dolore e alla sofferenza, perchè il primo scopo, anche se non quello principale, della tortura è “far soffrire l’iniziando”; sofferenza che risulta sempre essere insopportabile per chi la subisce, anche se l’iniziando deve sopportarla in silenzio. Nonostante questo, il fine della tortura (che all’interno della società primitiva è sempre volta alla ricerca dell’intensità della sofferenza inflitta) non è semplicemente quello di dimostrare il valore dell’individuo nel sopportare la sofferenza ed il dolore, bensì si fa portatrice di una funzione socializzante-pedagogica. Il fine della sofferenza inflitta dalla tortura è infatti quello di insegnare qualcosa ai giovani che si apprestano a diventare membri a pieno diritto della comunità.

Dopo il rituale di iniziazione, e quindi dopo la tortura, passato il dolore, rimangono solamente le tracce di quella sofferenza impresse sul corpo dei giovani sotto forma di cicatrici e ferite. In questo modo la tribù sottolinea il fine principale del rito di iniziazione, ossia quello di marchiare il corpo dei giovani. La società imprime il suo marchio sul corpo dell’individuo sottoposto al rito di passaggio; il marchio rappresenta l’appartenenza dell’individuo al gruppo. Così facendo il corpo diventa memoria dell’insegnamento che la tribù imprime sulla carne dell’individuo, insegnamento che si può sintetizzare così: “tu sei dei nostri e non lo dimenticherai:”.

Possiamo quindi concludere senza cadere in errore che la funzione della tortura è la volontà di manifestare l’appartenenza sociale dei giovani alla tribù. A questo momento è lecito domandarsi (come fece Clastres) se sia necessario passare per la tortura per far si che l’individuo della società primitiva riconosca il proprio valore e si ricordi del valore della coscienza tribale. E l’unica risposta possibile a questa domanda non può limitarsi ad una affermazione o una negazione, bensì deve riconoscere che la funzione principale del rituale di iniziazione (e quindi della tortura) è l’insegnamento che la comunità primitiva impone ai suoi membri: “Tu non vali meno di un altro, tu non vali più di un altro”. Ecco il sapere che la tribù rivela ai propri membri più giovani attraverso i riti di iniziazione. Ecco il sapere che ogni individuo della società primitiva deve interiorizzare attraverso la sofferenza della tortura.

La società primitiva in questo modo detta la sua legge ai propri membri, utilizzando come mezzo sul quale imprimere questa legge fondamentale che fonda la vita sociale della comunità, i corpi e la carne degli stessi membri della società. Questo perchè la legge, inscritta sul corpo e nella carne degli membri della comunità, manifesta il completo rifiuto della divisione sociale da parte della società primitiva; il rifiuto di un potere separato dalla società che farebbe emergere la divisione e la gerarchia, eventi nefasti da sempre contrastati ed evitati dai selvaggi, all’interno della società primitiva. Citando direttamente Clastres: “la legge primitiva, insegnata crudelmente, è un divieto di disuguaglianza, di cui ciascuno si ricoderà.”

Avviandoci alla conclusione di questo articolo, se accettiamo i parametri dell’antropologia classica, le società primitive (o arcaiche che dir si voglia) sono caratterizzate dalla mancanza di scrittura, che implica di conseguenza l’assenza di una legge scritta separata dalla società, una legge che si fonda sulla relazione di comando-obbedienza e quindi sulla divisione sociale, in sintesi la legge dello Stato. Ed è appunto scongiurando l’emergere di questa legge separata e lontana dalla società stessa, fondatrice della disuguaglianza e della gerarchia, che la legge primitiva si pone i netta opposizione alla legge dello Stato. Citando nuovamente Clastres: “Il marchio sul corpo, uguale su tutti i corpi, enuncia: tu non avrai il desiderio del potere, tu non avrai il desiderio di sottomissione“. E questa legge indivisa può esprimersi solamente in uno spazio a sua volta indiviso, ossia il corpo stesso dei membri della comunità. Per concludere risulta quindi evidente come la società primitiva, impedendo la separazione tra società e legge, cerca di scongiurare il rischio dell’emergere della disuguaglianza, della gerarchia e di quella relazione di comando-obbedienza che fonda il potere politico delle società dello Stato.

A Proposito di Legge Bossi-Fini, Centri di Permanenza Temporanea e CIE

In questo articolo, prendendo spunto dal libro “Immigrazione e Sicurezza in Italia” scritto dal sociologo Marzio Barbagli, cercherò di presentare e analizzare due importanti leggi italiane, tra di loro antitetiche, varate al fine di ridurre e regolamentare i flussi migratori irregolari e la criminalità ad essi collegata che hanno interessato l’Italia a partire dagli anni 90′, periodo nel quale il dibattito sull’immigrazione iniziò ad essere enfatizzato dai media e dai vari schieramenti politici scatenando nella popolazione la paura dell’immigrazione clandestina e della criminalità.

Facciamo un piccolo passo indietro al 1990, anno in cui entra in vigore la Legge Martelli. Questa legge prevedeva che chiunque avesse violato le norme sull’ingresso e sul soggiorno fosse espulso attraverso un provvedimento amministrativo. L’immigrato veniva intimato di lasciare l’Italia entro quindici giorni e se questo non accadeva lo straniero veniva accompagnato dalle forze dell’ordine alla frontiera per essere imbarcato verso il suo paese di origine. Nonostante questo procedura possa apparire semplice ad un primo sguardo, la realtà dimostra la sua difficile applicazione. Innanzitutto uno straniero irregolare non può essere espulso nel momento in cui egli abbia dei procedimenti penali in corso. Inoltre, ed è questo il problema più rilevante, è quasi impossibile espellere un immigrato irregolare nel momento in cui non si è in grado di identificare con certezza le sue generalità. Ed è proprio per evitare l’espulsione che nella maggioranza dei casi l’immigrato irregolare nasconde la sua vera identità. Infine la Legge Martelli impediva di trattenere lo straniero irregolare in stato di detenzione nel periodo tra l’emanazione del decreto di espulsione e la sua esecuzione.

A partire dal 1998 i partiti di centro-sinistra, fino a quel momento guidati sull’ideale delle frontiere aperte, dovettero fare i conti con il malumore dei cittadini che chiedevano maggiore sicurezza. Perciò le nuove  politiche di immigrazione del centro-sinistra adottarono come slogan “Sicurezza e Solidarietà”. Nel 1998 venne approvata la legge Turco-Napolitano che presentò interessanti innovazioni per contrastare l’immigrazione clandestina. Da una parte, per quanto riguarda i controlli esterni questa legge introdusse il respingimento degli stranieri che erano riusciti ad entrare in Italia sottraendosi ai controlli di frontiera. Dall’altra parte, nell’ambito dei controlli interni vennero introdotte tre importanti procedure:

-L’espulsione come misura di sicurezza nel momento in cui lo straniero condannato per un reato per il quale è previsto l’arresto obbligatorio e come sanzione sostitutiva al carcere

-Accompagnamento dello straniero irregolare alla frontiera

-La possibilità di trattenere lo straniero irregolare presso un Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza per un periodo di massimo trenta giorni quando è necessario accertare la sua identità. (Questa è la vera differenza con la legge Martelli)

L’istituzione dei centri di permanenza temporanea si prefissava il fine di combattere l’immigrazione irregolare, ma nonostante questo è stata la norma meno attuata anche grazie alla lotta dei movimenti antagonisti e degli attivisti che si opposero alla creazione e lottarono per la chiusura di questi veri e propri “lager per migranti”, o come qualcuno li definì “piccole Guantanamo all’italiana”.

Alla legge Turco-Napolitano si opposero fin dal principio i partiti e le forze politiche di centro-destra che criticarono la legge accusandola di favorire l’immigrazione “clandestina” anzichè di combatterla. Nel 2001, durante la campagna elettorale le forze politiche di destra attaccarono ancor più duramente la Turco-Napolitano accusandola nuovamente di favorire gli ingressi irregolari e la criminalità ad essi collegata. I partiti di centro-destra volevano introdurre il reato di immigrazione clandestina punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni, la riduzione dei flussi migratori verso l’Italia, favorire esclusivamente la migrazione temporanea e stagionale per motivi lavorativi ed infine rendere più efficienti e ferrei i controlli. All’interno della coalizione di centro-destra, al momento della vittoria elettorale di Berlusconi, ci furono scontri tra le differenti posizioni in merito all’immigrazione irregolare e come combatterla che portarono all’abbandono di alcuni punti del programma, tra cui: la sostituzione del permesso di soggiorno con il contratto di soggiorno (non rinnovabile) con l’intento di limitare la permanenza di un immigrato sul territorio nazionale alla durata del contratto lavorativo e, punto ben più rilevante, non venne inserito il reato di immigrazione clandestina fomentato da partiti quali Lega Nord e Alleanza Nazionale. Nonostante tutto il 30 luglio 2002 vede la luce la Legge Bossi-Fini che allungo il periodo di trattenimento nei centri di permanenza temporanea da trenta a sessanta guorni; nel momento in cui, al termine dei sessanta giorni, lo straniero irregolare trattenuto in questi centri non è stato rimpatriato, gli viene ordinato di lasciare l’Italia entro cinque giorni.

I cosi detti Centri di Permanenza Temporanea introdotti con la legge Turco-Napolitano con il decreto legge n.92 del maggio 2008 furono successivamente rinominati Centri di Identificazione e di Espulsione (CIE), appunto centri volti a detenere gli stranieri irregolari “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Nonostante gli individui trattenuti in queste strutture non siano considerati dei detenuti ma semplicemente degli ospiti, i CIE possono essere considerati senza troppi errori e problemi dei veri e propri lager per migranti, luoghi nei quali violenze fisiche e psicologiche e privazioni di libertà sono all’ordine del giorno.

Citando un intervista fatta all’antropologo libertario Andrea Staid a proposito di CIE e immigrazione “Una volta dentro succede di tutto, dalle violenze quotidiane a quelle che non si vedono, cibo scadente, psicofarmaci nel cibo, soprusi linguistici e culturali, e poi chiaramente le ‘mazzate’: quando ti rivolti, quando non accetti di subire”. Nella maggior parte dei casi inoltre il migrante non viene espulso ma rilasciato con un foglio che dice che deve tornare al suo paese, e nel momento in cui non riesce, non vuole o non può tornarsene al suo paese è, per la legge, a tutti gli effetti un clandestino e quindi se viene fermato probabilmente finisce in carcere. E’ questa la realtà che si trova ad affrontare un migrante; una realtà instabile e precaria fatta di violenze, detenzioni, carceri e molto spesso realtà che presenta la delinquenza e l’illegalità come uniche scelte razionali per sopravvivere.