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LA FORTEZZA EUROPA TRA IPOCRISIA, VIOLENZE E VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

L’articolo che seguirà è in realtà la riproposizione di una relazione che ho dovuto scrivere lo scorso anno nell’ambito di un laboratorio universitario in merito alla questione migratoria, al processo di esternalizzazione delle frontiere e alle politiche dell’Unione Europea in tema di flussi migratori.

Alla luce degli ultimi accordi tra il governo italiano, rappresentato dal Ministro degli Interni Minniti, e i governi (sia quello di Tripoli che quello di Topruk) libici finalizzati ad impedire la partenza dei migranti e fermare in questo modo la rotta del meditterraneo, attraverso la detenzione di persone in veri e propri campi di concentramento dove torture, violenze e stupri sono all’ordine del giorno, ritengo che seppur parziale riproporre questa relazione possa risultare interessante per comprendere la complicata questione migratoria e per analizzare i fatti partendo da un’ottica libertaria.

INTRODUZIONE

Il mondo occidentale, oggi più che mai, si dimostra estremamente ossessionato dai confini e delle frontiere e di conseguenza dalla loro difesa da un non meglio specificato “nemico” che, secondo la retorica di una certa classe politica e di una certa frangia dell’opinione pubblica, sarebbe una minaccia capace di mettere in crisi la società occidentale che noi tutti conosciamo. E quindi in quanto minaccia appare fondamentale respingere questo “nemico” al di fuori della fortezza Europa, o meglio ancora, impedire a questo “nemico” di raggiungere il territorio europeo attraverso differenti strumenti, tra cui il processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere e la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti.

Oggigiorno l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa; un’ipocrisia iniziata con il Trattato di Schengen, proseguita con l’istituzione di progetti quali Frontex e Mare Nostrum e che oggi continua attraverso il nefasto processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, ovvero il concetto di “dimensione esterna della politica migratoria dell’Unione Europea”.

Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad indentificare, espellerre e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Tutto ciò che ho appena elencato sarà materia della relazione e dell’analisi che segue, nella quale ho cercato di criticare i differenti sistemi di controllo e respingimento attraverso l’assunzione di un approccio libertario e quindi in aperta opposizione allo Stato-Nazione, ai confini, alle frontiere e a tutti quegli strumenti e mezzi volti ad impedire la libertà di movimento e di circolazione degli esseri umani. Perchè purtroppo l’Occidente in generale e l’Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di migrare e di movimento che a noi cittadini europei appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, quella di movimento e circolazione, che non deve in nessun modo essere un privilegio a vantaggio di pochi, bensì una libertà di cui ogni essere umano al di là della sua nazionalità, cultura, religione e colore della pelle deve disporre e godere in ogni momento della propria esistenza.

 

Nella seguente relazione andrò quindi ad analizzare sostanzialmente la distanza esistente tra le politiche dell’Agenda Europea sulla Migrazione e i loro risultati concreti in termini di vite umane e di salvaguardia dei diritti umani dei migranti, cercando quindi di contrapporre alla Nuova Agenda UE sulla Migrazione il report di Amnesty in merito alla violazioni dei diritti dei rifugiati e dei migranti causate dalle stesse politiche migratorie europee.

Tutto questo per evidenziare la estrema distanza che intercorre tra le politiche europee in merito alle migrazioni e la loro messa in pratica reale, dimostrando che dietro all’imperativo dell’UE di “proteggere le persone in stato di necessità…e l’impegno degli Stati membri ad intervenire concretamente per scongiurare le perdite di altre vite umane” vi è in realtà come unico interesse quello di impedire ai migranti di raggiungere l’Europa attraverso un progressivo aumento di risorse spese al fine di rafforzare la protezione non delle persone bensì dei confini nazionali dalla minaccia di una“invasione”inesistente.

 

 

COOPERAZIONE E COLLABORAZIONE TRA UE E PAESI TERZI

Un punto esposto nella Agenda Europea sulla Migrazione che ritengo molto interessante da analizzare in questo capitolo posto in apertura della relazione, come si evince dal titolo, è quello della cooperazione e della collaborazione tra l’UE, gli Stati membri e i paesi terzi extraeuropei. Questo tema è strettamente collegato all’argomento della salvaguardia delle vite umane in mare attraverso operazioni quali Mare Nostrum prima e Triton e Poseidon (Frontex) dopo, argomento al quale verrà dedicato il paragrafo successivo.

Per affrontare la problematica questione della migrazione l’Unione Europea si impegna nella collaborazione con i paesi terzi come ho già sottolineato. L’Unione Europea infatti attraverso la Commissione e il Servizio Europeo per l’Azione Esterna (SEAE) interviene nelle regioni e nelle aree di origine e transito di migranti, attuando un processo di collaborazione con i paesi terzi che ha come principale interesse quello di impedire la partenza di persone che hanno come metà il territorio europeo.

Come fare per impedire a migliaia di persone di mettersi in viaggio attraverso vie più o meno legali per raggiungere l’Europa?

L’Unione Europea risponde a questa necessità di bloccare i flussi migratori verso il proprio territorio atteaverso il potenziamento delle frontiere esterne dell’Unione e stipulando accordi con i paesi terzi orientati ad impedire la partenza dei migranti e allo stesso tempo a favorire i rimpatri e le espulsioni di coloro che non soddisfano i requisiti per rimanere sul territorio europeo.

Questi accordi tra UE o un suo singolo stato membro e i paesi terzi di origine o di transito dei migranti non sono mai accordi pubblici in quanto non vengono stipulati tra governi bensì con i servizi dei paesi in questione volti a rafforzare gli strumenti di controllo, detenzione, identificazione e rimpatrio delle masse migranti, ovvero le forze dell’ordine e di polizia. Non essendo accordi pubblici tra governi di due Stati nella maggior parte dei casi essi vanno a collidere con il rispetto dei diritti umani fondamentali di cui dovrebbero godere i migranti respinti e rimpatriati.

Come già accennato sopra l’UE sviluppa accordi sia con i pesi di transito di migranti sia con i paesi di origine dei migranti con il duplice obiettivo di fermare le persone prima che possano raggiungere l’Europa (nel primo caso) e di poter espellere e rimpatriare più facilmente i migranti respinti (nel secondo caso).

Gli accordi tra UE possono essere di tre tipi anche se, parere personale, trovo abbiano maggior importanza i primi due, ovvero gli accordi bilaterali e quelli multilaterali. I primi vengono stipulati tra uno Stato dell’UE e un paese terzo extraeuropeo e ne sono esempi perfetti e recenti gli accordi “segreti” tra Italia e Gambia e Italia e Sudan, entrambi avveuti nel 2016. I secondi, quelli multilaterali, riguardano l’intera Unione Europea e i paesi terzi e ne sono un esempio limpido gli accordi tra UE e Turchia e quello tra UE e Mali, anch’essi del 2016.

Questi accordi tra UE e paesi terzi non sono altro che nuove forme di controllo e gestione dei flussi migratori messi in atto dagli Stati, i quali utilizzano i migranti come merci di scambio per il raggiungimento di fini e interessi politici ed economici che smascherano l’ipocrisia della Fortezza Europa celata dietro la retorica della “salvaguardia delle vite umane e della protezione dei migranti”.

 

 

CONTROLLO DELLA DIMENSIONE ESTERNA DELLE FRONTIERE EUROPEE

Al tema degli accordi tra UE e paesi terzi per impedire le partenze e facilitare i rimpatri si collega direttamente il concetto di controllo delle frontiere esterne, che altro non è che la creazione di centri di detenzione nelle aree di partenza dei migranti, subappaltando quindi il controllo dei flussi migratori e delle frontiere ai paesi di origine o di transito dei migranti.

Nonostante l’Unione Europea, come possiamo leggere più volte nel testo della sua Agenda Europea sulla Migrazione, parli di protezione e salvaguardia dei diritti umani fondamentali dei migranti, la realtà empirica dei fatti sembra dimostrare una tendenza totalmente opposta. Infatti al centro delle politiche migratorie e di esternalizzazione europee troviamo senza troppi problemi il sistema di trattenimento dei migranti all’interni dei centri di detenzione.

In questi luoghi viene smascherata quotidianamente l’ipocrisia dell’UE; questo perchè la violazione dei diritti umani fondamentali e le violenze sulle persone detenute in questi centri sono quotidiane; quotidiane ma tenute volutamente lontane dagli occhi della società europea, cosi da poter nascondere come polvere sotto un tappeto tutte le incongruenze e le ipocrisie che emergono dalla lontananza tra i discorsi politici dell’UE in merito alla questione migratoria e la realtà delle frontiere fatta di violazioni, violenze, detenzioni, espulsioni, sparizioni e tutto ciò che va a ledere ogni diritto umano fondamentale della persona migrante.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sostiene che ogni essere umano gode del diritto alla libertà di movimento, perciò il trattenimento dei migranti all’interno dei centri di detenzione non è giustificato o legittimato in quanto essi non hanno commesso nessun reato concreto. Questo concetto di libertà di movimento come diritto fondamentale dell’essere umano si va a scontrare con la realtà dell’UE dominata dall’applicazione del Trattato di Schengen, il quale sancise la libertà di movimento come prerogativa esclusiva dei cittadini dei paesi membri dell’Unione Europea, negando lo stesso diritto a tutti i cittadini extraeuropei.

Il sistema di controllo delle masse migranti viene esternalizzato. Se oggi pensiamo all’Europa non possiamo che non pensare automaticamente anche agli infiti muri costruiti per bloccare il transito di persone; la fortezza Europa sta innalzando muri invalicabili e confini sempre più controllati e chiusi per impeidre la libera circolazione delle persone; muri costruiti sia sul territorio europeo, sia direttamente nei paesi terzi dove la lotta alle partenze si fa ogni giorno più pesante e presente.

Non solo il controllo viene esternalizzato, ma anche le stesse violenze nei confronti dei migranti. Infatti le violazioni dei diritti umani delle persone, ancora prima che in Europa, avvengono nelle aree di transito e origine dei migranti, ovvero al di fuori delle frontiere europee, per mano dei paesi terzi attraverso i loro organi di polizia. Questa azione di violazione e violenza viene svolta concretamente dai paesi terzi ma è il risultato di un preciso obiettivo nato da accordi di natura politica ed economica tra gli Stati europei e i paesi terzi, per l’appunto, con il fine di rafforzare la protezione e dil controllo delle frontiere esterne dell’europa e scongiurare la partenza dei migranti.

Viene così smascherato l’intento reale delle politiche migratorie UE; ovvero l’impegno costante per la repressione ed il controllo dei migranti nelle regioni di origine e transito al fine di impedirne la partenza ad ogni costo, quindi anche ricorrendo a violenze quotidiane sia di natura fisica sia di natura psicologica-morale.

Ma tanto finchè le quotidiane violenze e violazioni delle libertà indidivuali dei migranti avvengono al di fuori dei confini europei a chi importa no? Ha davvero senso nascondersi dietro una finta condanna dei paesi terzi quando in realtà i mandanti delle violenze, delle detenzioni illegali, delle espulsioni, sono gli stessi paesi europei che si riempiono la bocca di “diritti umani” e “protezione di vite umane”?

 

 

HOTSPOT: DETENZIONE E IMPRONTE DIGITALI

Dal controllo delle frontiere esterne ai centri di detenzione il passo è breve. Per meglio dire, i centri di identificazione ed espulsione europei e quelli di detenzione nei paesi terzi altro non sono che strumenti funzionali al sistema di controllo e repressione dei flussi migratori messo in pratica dalle politiche dell’Unione Europea.

Da un lato espulsioni e rimpatri, frutto di calcolati accordi economici e politici tra Stati, dall’altro il continuo spostamento dai territori di frontieri ai vari centri hotspot (sopratutto quelli del Sud Italia), ovvero un ulteriore luogo di differenziazione e smistamento dei migranti, nei quali le persone vengono differenziate arbitrariamente in base al fatto di essere o meno migranti economici o profughi, funzionale o meno al mercato e all’economia europea e cosi via. Dopo questa classificazione alcuni migranti entrano nel circuito dell’accoglienza (pochi), altri, la maggioranza, in quello dell’espulsione.

Il primo luogo che un migrante conosce appena arrivato sul territorio italiano è uno dei cinque Hotspot attivi in Italia: Lampedusa, Trapani, Taranto, Pozzallo e Porto Empedocle.

L’Hotspot funge da tappa forzata per i migranti che vi vengono condotti obbligatoriamente, in quanto la loro funzione è quella non solo di detene per un certo periodo di tempo le persone, ma sopratutto di svolgere una raccolta qualitativa e quantitativa di dati sui migranti prima che essi vengano espulsi o smistati nei vari centri di accoglienza sparsi sul territorio.

All’interno degli Hotspot il migrante può dover aspettare anche per diversi anni prima di conoscere il suo destino, prima di conoscere quindi se la sua domanda di accoglienza è stata accettata o se gli viene ordinato il rimpatrio o l’espulsione. Giorni, mesi e anni nei quali i migranti vivono in una condizione semi-detentiva, privati dei prorpi diritti, costretti a subire violenze psicologiche, morali e fisiche di vario genere fino ad arrivare alla spersonalizzazione più totale, alla perdità di identità, poichè trattati come mera merce da piazzare, ricollocare, spostare ed identificati con numeri piuttosto che in quanto essere umani,

Questa descrizione potrà apparire fin troppo cruda per apparire realistica, sembrerebbe più appropriata ad altri contesti storici, potrebbe facilmente riportare alla mente i campi di concentramento e lavoro nazisti. E invece, purtroppo, è la realtà quotidiana degli Hotspot, dei CIE, dei centri di detenzione, tanto all’interno delle frontiere europee quanto all’esterno di esse, nei paesi terzi di transito o di origine dei migranti.

Il sistema degli Hotspot è stato presentato nel 2015 come risposta dell’Unione Europea all’alto numero di arrivi di migranti nei pasi costieri dell’Europa meridionale. Come evidenziato dal rapporto di Ambesty “Hotspot Italia”, “la sua premessa fondamentale era quella di associare maggiori controlli sui rifugiati e migranti all’arrivo, con la distribuzione di una parte dei richiedenti asilo in altri stati membri per un esame successivo delle loro domande di asilo”.

Fondamentalmente gli Hotspot sono stati creati per soddisfare la necessità degli Stati europei di disporre di luoghi atti a detenere ed identificare velocemente i migranti e i rifugiati, per prima cosa attraverso il rilevamento obbligatorio delle impronte digitali.

Questi luoghi di detenzione ed identificazione hanno rafforzato l’imperativo del controllo sui flussi migratori e sulle persone migranti tanto sbandierato dall’Unione Europea attravrso le sue politiche, incontrando come risultato immediato di questa ossessione per il controllo la sistematica violazione dei diritti dei migranti e dei rifugiati.

Il processo di rilevamento obbligatorio delle impronte digitali si conclude aprendo due scenari possibili, come sostenuto anche dalla Commissione Europea nella sua Agenda sulla migrazione del maggio 2015; “chi presenterà domanda di asilo sarà immediatamente immesso in una procedura di asilo…Per chi invece non necessità di protezione è previsto che Frontex aiuti gli Stati membri coordinando il rimpatrio di migranti irregolari”.

 

 CONCLUSIONE

Come si può evincere da tutto ciò evidenziato sopra, la collaborazione tra UE e paesi terzi di origine e transito dei migranti, il controllo della dimensione esterna delle frontiere europee e il sistema degli Hotspot non sono altro che strumenti funzionali alla stessa fortezza Europea per rafforzare la protezione e la difesa dei propri confini e delle proprie frontiere dallo spettro di una invasione che rimanere solamente qualcosa di astratto non avendo nessun riscontro empirico nella realtà attuale dei fatti e mai ce l’avra.

Inoltre questi differenti strumenti di controllo e repressione messi in pratica dall’Unione Europea ai danni dei migranti, dei rifugiati, dei richiedenti asilo vanno a distruggere ogni pretesa di protezione dei diritti umani fondamentali poichè, come già sottolineato sopra,le violenze subite dai migranti sono la quotidianità, così come le violazioni delle loro libertà e dei loro diritti.

Mentre l’Europa continua a far finta di nulla e a mascherarsi dietro la retorica della salvaguardia delle vite umane e dei migranti che attraversano il Mediterraneo, gli accordi da essa stipulati con i paesi terzi permettono il perpetuarsi delle violenze nelle zone di frontiera, dove i migranti ogni giorno devono lottare contro abusi, repressione, detenzione e violenze di ogni genere per non abbandonare il loro sogno di raggiungere le coste europee.

E poichè la fortezza Europa alza i suoi muri e si impegna nella difesa dei confini piuttosto che nella protezione degli esseri umani, visti solamente come merce da piazzare per motivi economici e politici, l’unica risposta possibile è quella di opporsi e lottare contro a tutto il marcio di questo sistema. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno. Perchè potrà anche suonare banale e retorico ma sostanzialmente la verità è che siamo tutti cittadini del mondo e il mondo intero è la nostra patria, perciò non possiamo accettare che il diritto alla libertà di movimento sia un privilegio di pochi eletti. E non possiamo in nessun modo accettare una “fortezza Europa” costruita sull’ipocrisia, sulle violenze e sulle violazioni dei diritti umani.

“Distruggere le Frontiere ogni Giorno” – Due parole sul tentativo dei migranti di attraversare il confine a Ventimiglia

“Le barriere sono l’emblema del nostro presente. Accettarle rende disumani e complici. Cercare di abbatterle è l’inizio di una libertà possibile.”

Nella notte tra il 25 ed il 26 giugno, 300-400 migranti hanno provato ad attraversare il confine tra l’Italia e la Francia a Ventimiglia e come di consueto si sono trovati ad affrontare le forze dell’ordine in assetto antisommossa che hanno tentato di bloccare questo tentativo di riaffermazione della loro “libertà di movimento” con i lacrimogeni. I migranti hanno deciso di provare a oltrepassare il confine, mettendo in atto una vera e propria sfida alle politiche liberticide della Fortezza Europa, in seguito all’ordinanza emanata da Enrico Ioculano, sindaco di Ventimiglia, che prevedeva lo sgombero degli accampamenti dei migranti situati sulle sponde del fiume Roja nei quali vivevano, o meglio sopravvivevano, da mesi centinaia di persone. L’ordinanza del sindaco di Ventimiglia appare chiaramente come un’operazione che, sotto alla solita retorica della “lotta al degrado”, tenta di far “scomparire” le persone migranti attraverso azioni di sgombero o di internamento nei campi della Croce Rossa allestiti al di fuori della città, come avvenuto mesi fa. Peccato che coloro i quali pensano di risolvere il “problema” con gli sgomberi non si accorgano che questa modalità d’azione avrà come unica risposta la rinnovata determinazione dei migranti nel tentare di travalicare il confine. Come scrivono i compagni di Progetto 20k: “È una semplice questione fisica: se sgomberi le persone non puoi aspettarti che spariscano all’improvviso, se mandi le ruspe dove dormono le persone perché “indecorosi”, queste persone si sposteranno provando a superare il confine”. Lo sgombero è avvenuto effettivamente nella mattinata di lunedì 26 giugno, ma i migranti hanno anticipato tale operazione consci del fatto che se fossero rimasti all’accampamento per loro si sarebbe aperta solamente la strada della deportazione verso i famosi CPR. Purtroppo oggi 27 giugno un gruppo di migranti che era riuscito ad arrivare in Francia è stato fermato dalla polizia francese, la quale ha organizzato una vera e propria caccia all’uomo, ed è stato portato alla frontiera italiana dalla quale probabilmente alcuni saranno deportati nel CIE/CPR di Taranto mentre altri torneranno sulle sponde del Roja a Ventimiglia, dove tenteranno quasi certamente di organizzare un nuovo assalto alla frontiera.

L’azione di attraversamento del confine organizzata e messa in atto dai migranti è a risposta migliore che si poteva dare a chi continua a considerarli e trattarli come merci o come oggetti da far scomparire, posizionare, nascondere in quanto “individui indecorosi” e produttori di “situazioni di degrado”. L’attraversamento del confine dimostra ancora una volta l’importanza e la capacità dei migranti di decidere il proprio destino e di autorganizzare le proprie lotte e le azioni dirette a superare le frontiere ed i confini per sottolineare la possibilità di un attacco deciso alla Fortezza Europa. Riprendendo le parole di uno dei migranti che era pronto ad oltrepassare il confine: “vogliamo solo costruirci una vita dignitosa in cui possiamo autodeterminarci”.

Oggigiorno infatti l’Europa appare sempre più come una fortezza che sta innalzando muri invalicabili e rafforzando il controllo dei confini e delle frontiere con l’unico scopo di impedire la libera circolazione di persone provenienti da paesi esterni all’Unione Europea. Questo progressivo impegno dei paesi dell’Unione Europea di controllare le migrazioni, impedire le partenze di masse migranti, di identificare le persone che migrano e di rinchiuderle in centri di identificazione per poi espellerle, di costruire barriere artificiali e muri nelle aree di passaggio dei migranti, comporta automaticamente lo smascheramento dell’ipocrisia dell’Europa. Partendo dal controllo delle frontiere e dal rafforzamento dei confini fino ad arrivare ai CIE, agli Hotspot e a tutti quegli strumenti liberticidi atti ad identificare, espellere e rimpatriare i migranti, la fortezza Europa e i vari Stati che ne fanno parte cercano solamente di mettere in pratica nuove forme di controllo delle persone per impedire loro di godere della libertà di movimento e del diritto di cercarsi un futuro migliore, nuove opportunità, rifugio e asilo tanto in Europa quanto altrove.

Occidente in generale ed Europa nel caso specifico conferiscono dei privilegi e dei diritti ai propri cittadini solamente perchè impediscono a qualunque altro essere umano di goderne. Perchè, come ci insegna l’Unione Europea con il Trattato di Schengen, a quanto pare la libertà di circolazione è un privilegio di pochi. Per tutti gli altri la libertà di movimento che a noi appare scontata è una continua lotta quotidiana tra la vita e la morte fatta di speranze, paure, sogni e difficoltà. Una lotta continua che critica apertamente e contrasta duramente un mondo fatto di confini da oltrepassare e di muri da abbattere, perchè combattere e criticare le frontiere ed i confini significa al contempo contrastare e combattere lo Stato-Nazione e i suoi strumenti autoritari nei confronti dell’individuo e delle sue libertà, tra cui una delle più inalienabili, appunto quella di movimento. E visto che le frontiere uccidono la soluzione può essere solamente una se non si vuole essere complici delle continue violenze e delle migliaia di morti: distruggere le frontiere, ogni giorno, in ogni luogo.

“CIE o CPR? Fuoco ai Lager Moderni”- Commento sulle Proposte del Ministro Minniti

Venerdì 10 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto sull’immigrazione in merito all’introduzione di nuovi Centri che andranno a sostituire i CIE proposto dal ministro degli Interni Minniti. Sul tema dell’immigrazione Minniti si concentra sulle nuove modalità di accoglienza e sulle nuove tipologie di integrazione dei richiedenti asilo o dei migranti.

Innanzitutto il ministro degli Interni ha dichiarato che c’è l’intento di favorire un modello differente di accoglienza differente da quello attuale e che passerebbe dalla progressiva chiusura e riduzione dei grandi Centri di accoglienza, ritenuti problematici visti i grandi numeri di migranti che si trovano a dover ospitare.

Fondamentale sottolineare la decisione presa di sostituire i vecchi CIE con dei nuovi centri nominati Centri di Permanenza per il Rimpatrio, almeno uno per regione come sostenuto dallo stesso Minniti e sopratutto con una capienza complessiva di 1600 posti, ovvero, nei fatti, meno di 100 migranti per struttura. Questi centri come viene sottolineato saranno costruiti appositamente fuori dai centri urbani, in zone periferiche e lontane da zone abitate. Come già scritto in passati articoli la chiusura della maggior parte dei CIE presenti sul territorio italiana è stata possibile solamente attraverso le resistenze e le lotte di chi era detenuto e imprigionato all’interno di questi “lager moderni”, che al grido di “fuoco ai CIE” e appiccando incendi interni hanno messo in atto una pratica di auto-liberazione, “rompendo l’acciaio per rivedere il cielo”. Quindi possiamo assumere con fin troppa certezza che concretamente cambierà la denominazione data a questi luoghi ma non la loro funzione di repressione, detenzione, violenza e controllo delle vite migranti. Ed è per questo che se le rivolte interne dei migranti hanno portato alla chiusura dei CIE, le stesse rivolte, con il supporto di noi militanti ed attivisti all’esterno, porteranno alla chiusura dei nuovi Centri di Permanenza per il Rimpatrio. I CIE bruciavano, i CPR bruceranno; questa è l’unica pratica di liberazione possibile per le persone migranti illegalmente detenute in questi lager moderni.

Inoltre, come se non bastasse il ministro Minniti aggiunge che le nuove norme approvate concedono la possibilità per i comuni, in accordo con le prefetture, di “impiegare i richiedenti asilo, su base volontaria, in attività di utilità sociale in favore delle collettività locali”, in modo da mascherare dietro la scusa del “colmare il vuoto dell’attesa del riconoscimento del diritto di protezione” il chiaro intento di sfruttare il lavoro non retribuito dei richiedenti asilo, sdoganando l’idea di doversi conquistare il diritto di protezione internazionale in cambio di cosidetti “lavori socialmente utili” che nei fatti non sono altro che schiavitù legalizzata dallo Stato e dalle Istituzioni. Nonostante venga sottolineata la possibilità di adesione volontaria del migrante a svolgere questi lavori socialmente utili, questo potrebbe aprire la strada in futuro ad un modello di accoglienza che vincolerebbe il riconoscimento del diritto di protezione e dello status di richiedente asilo all’obbligo da parte dei migranti di lavorare gratuitamente per assicurarsi il loro diritto di accoglienza.

Riprendo direttamente il commento in merito alla questione del lavoro non retribuito e su base volontaristica dei richiedenti asilo scritto dalla redazione di Melting Pot: “Lo stesso principio volontaristico produce l’effetto immediato di dividere i richiedenti asilo in buoni (quelli disposti a lavorare gratuitamente) e cattivi (quelli determinati a farsi riconoscere un diritto garantito sia a livello nazionale che internazionale), minando ulteriormente, come se ce fosse ancora bisogno, l’immagine pubblica del migrante.”

Questa tendenza rischia di divenire in futuro un vero proprio ricatto ai danni dei rifugiati che li costringerebbe cosi a dover lavorare gratuitamente, e quindi senza tutele e sfruttati, per guadagnarsi il proprio legittimo diritto di essere accolti pena il rimpatrio forzato. Ed in questo modo non è difficile pensare che verrà sdoganata la schiavitù come legge sancita dallo Stato, mascherata e celata dietro l’ossessione per la sicurezza e per il controllo dei richiedenti asilo e dei migranti.

“Fuoco ai CIE” – Non Solo Uno Slogan, Ma Una Pratica di Liberazione

Il nuovo anno si è aperto con la proposta del neo ministro degli interni Minniti di un nuovo piano per l’immigrazione che ha come progetto principale la riapertura e la moltiplicazione dei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) in ogni regione italiana. Sommato a questo desiderio di moltiplicare i luoghi di detenzione dei migranti, Minniti ha mostrato l’intento di rendere più efficace il meccanismo delle espulsioni per combattere ciò che viene chiamato ” reato di clandestinità”. Io in quanto anarchico, cosi come la maggior parte dei movimenti di attivisti e militanti anti razzisti e no borders, credo nella lotta contro ogni forma di autorità e dominio ed è per questo che ritengo fondamentale lottare contro il regime delle frontiere e contro i CIE, ovvero il perfetto esempio delle forme contemporanee di controllo, di ossessione per la sicurezza e di violenza perpetuata dalla Stato-Nazione sulle persone.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire brevemente cosa sono i CIE e cosa accade al loro interno. Appena arrivato sul suolo italiano il migrante conosce uno dei vari centri di prima accoglienza situati sul territorio italiano per poi esser subito inviato in un CIE, ovvero un Centro di Identificazione ed Espulsione, in quanto considerato illegale e clandestino poichè sprovvisto di un valido documento di identificazione. I CIE sono l’evoluzione dei CPT (Centri di Permanenza Temporanea), ovvero quei luoghi di detenzione introdotti con la legge Turco-Napolitano dell’ormai lontano 1998.

I CIE possono essere considerati senza troppi problemi come dei veri e propri non luoghi di detenzione nei quali la violenza e la brutalità sono all’ordine del giorno; nei quali la sospensione dei diritti umani e la privazione della libertà diventano legali. Sono i lager del nuovo millennio; e come i lager hanno lo scopo principale di desumanizzare le persone detenute, di bestializzarle, al punto di non considerarle e non trattarle più in quanto esseri umani ma semplicemente come meri numeri e merci di scambio tra Stati-Nazione per interessi di natura geopolitca. Questi Centri di Identificazione e Espulsione sono dei veri e propri luoghi di detenzione nei quali si privano gli esseri umani della libertà e li si sottopone a violenze, torture e umiliazioni, e sopratutto luoghi nei quali spesso i migranti incontrano la morte. E appunto come i lager nazisti, i CIE sono centri nei quali le forze dell’ordine per difendere la presunta sicurezza e l’ordine dello Stato, rinchiudono individui ritenuti illegali e pericolosi in quanto privi di documento di identificazione o di regolare permesso. In questi centri di detenzione la prassi diffusa è quella dell’accoglienza attraverso pestaggi, umiliazioni e violenze ai danni dei migranti, sopratutto di coloro che tentano di ribellarsi a questa situazione di privazione di diritti e di libertà, di coloro che tentano la fuga, di coloro che si lamentano delle condizioni pessime in cui sono costretti a vivere.

Ad oggi i CIE attivi sul suolo italiano sono solamente 4: Pian del Lago (Catanisetta), Restinco (Brindisi), Corso Brunelleschi (Torino) e Ponte Galeria (Roma). Inizialmente i CIE presenti sul territorio italiano erano 13 ma grazie alle proteste e alle rivolte individuali e collettive dei migranti detenuti in questi luoghi si è arrivati, nel corso degli anni, alla chiusura della maggior parte di essi. Ed è sempre più importante, sopratutto in questo momento storico in cui si vogliono riaprire e moltiplicare questi luoghi di detenzione, evidenziare che la chiusura dei CIE è stata possibile solamente grazie alle rivolte e alle resistenze mosse dall’interno dai migranti detenuti illegalmente al grido di “Fuoco ai CIE”; non un semplice slogan ma una concreta azione di liberazione attuata dai detenuti per distruggere questi luoghi di violenza e detenzione e per riacquistare la propria libertà. Decenni di rivolte (a partire dall’apertura dei CPT nel 1998), proteste, fughe, incendi da parte dei migranti hanno portato si alla chiusura di molti CIE ma hanno anche avuto come risposta l’inasprimento delle violenze istituzionali e dei metodi di controllo e gestione di questi luoghi.

“Opporsi alla riapertura dei Centri d’Identificazione ed Espulsione non significa soltanto battersi per la libertà delle persone migranti, ma anche lottare per non rendere ancora più prigione tutto ciò che ci circonda; significa contrastare apertamente le logiche securitarie e militariste, cercando di aprire brecce per liberarsi di tutto il vecchio mondo; in poche parole, sfidare apertamente l’esistente per riprendersi la libertà che ci spetta.” riprendendo direttamente l’appello di alcuni nemici e nemiche delle frontiere per la lotta contro la riapertura dei CIE.

 

A Proposito di Legge Bossi-Fini, Centri di Permanenza Temporanea e CIE

In questo articolo, prendendo spunto dal libro “Immigrazione e Sicurezza in Italia” scritto dal sociologo Marzio Barbagli, cercherò di presentare e analizzare due importanti leggi italiane, tra di loro antitetiche, varate al fine di ridurre e regolamentare i flussi migratori irregolari e la criminalità ad essi collegata che hanno interessato l’Italia a partire dagli anni 90′, periodo nel quale il dibattito sull’immigrazione iniziò ad essere enfatizzato dai media e dai vari schieramenti politici scatenando nella popolazione la paura dell’immigrazione clandestina e della criminalità.

Facciamo un piccolo passo indietro al 1990, anno in cui entra in vigore la Legge Martelli. Questa legge prevedeva che chiunque avesse violato le norme sull’ingresso e sul soggiorno fosse espulso attraverso un provvedimento amministrativo. L’immigrato veniva intimato di lasciare l’Italia entro quindici giorni e se questo non accadeva lo straniero veniva accompagnato dalle forze dell’ordine alla frontiera per essere imbarcato verso il suo paese di origine. Nonostante questo procedura possa apparire semplice ad un primo sguardo, la realtà dimostra la sua difficile applicazione. Innanzitutto uno straniero irregolare non può essere espulso nel momento in cui egli abbia dei procedimenti penali in corso. Inoltre, ed è questo il problema più rilevante, è quasi impossibile espellere un immigrato irregolare nel momento in cui non si è in grado di identificare con certezza le sue generalità. Ed è proprio per evitare l’espulsione che nella maggioranza dei casi l’immigrato irregolare nasconde la sua vera identità. Infine la Legge Martelli impediva di trattenere lo straniero irregolare in stato di detenzione nel periodo tra l’emanazione del decreto di espulsione e la sua esecuzione.

A partire dal 1998 i partiti di centro-sinistra, fino a quel momento guidati sull’ideale delle frontiere aperte, dovettero fare i conti con il malumore dei cittadini che chiedevano maggiore sicurezza. Perciò le nuove  politiche di immigrazione del centro-sinistra adottarono come slogan “Sicurezza e Solidarietà”. Nel 1998 venne approvata la legge Turco-Napolitano che presentò interessanti innovazioni per contrastare l’immigrazione clandestina. Da una parte, per quanto riguarda i controlli esterni questa legge introdusse il respingimento degli stranieri che erano riusciti ad entrare in Italia sottraendosi ai controlli di frontiera. Dall’altra parte, nell’ambito dei controlli interni vennero introdotte tre importanti procedure:

-L’espulsione come misura di sicurezza nel momento in cui lo straniero condannato per un reato per il quale è previsto l’arresto obbligatorio e come sanzione sostitutiva al carcere

-Accompagnamento dello straniero irregolare alla frontiera

-La possibilità di trattenere lo straniero irregolare presso un Centro di Permanenza Temporanea e Assistenza per un periodo di massimo trenta giorni quando è necessario accertare la sua identità. (Questa è la vera differenza con la legge Martelli)

L’istituzione dei centri di permanenza temporanea si prefissava il fine di combattere l’immigrazione irregolare, ma nonostante questo è stata la norma meno attuata anche grazie alla lotta dei movimenti antagonisti e degli attivisti che si opposero alla creazione e lottarono per la chiusura di questi veri e propri “lager per migranti”, o come qualcuno li definì “piccole Guantanamo all’italiana”.

Alla legge Turco-Napolitano si opposero fin dal principio i partiti e le forze politiche di centro-destra che criticarono la legge accusandola di favorire l’immigrazione “clandestina” anzichè di combatterla. Nel 2001, durante la campagna elettorale le forze politiche di destra attaccarono ancor più duramente la Turco-Napolitano accusandola nuovamente di favorire gli ingressi irregolari e la criminalità ad essi collegata. I partiti di centro-destra volevano introdurre il reato di immigrazione clandestina punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni, la riduzione dei flussi migratori verso l’Italia, favorire esclusivamente la migrazione temporanea e stagionale per motivi lavorativi ed infine rendere più efficienti e ferrei i controlli. All’interno della coalizione di centro-destra, al momento della vittoria elettorale di Berlusconi, ci furono scontri tra le differenti posizioni in merito all’immigrazione irregolare e come combatterla che portarono all’abbandono di alcuni punti del programma, tra cui: la sostituzione del permesso di soggiorno con il contratto di soggiorno (non rinnovabile) con l’intento di limitare la permanenza di un immigrato sul territorio nazionale alla durata del contratto lavorativo e, punto ben più rilevante, non venne inserito il reato di immigrazione clandestina fomentato da partiti quali Lega Nord e Alleanza Nazionale. Nonostante tutto il 30 luglio 2002 vede la luce la Legge Bossi-Fini che allungo il periodo di trattenimento nei centri di permanenza temporanea da trenta a sessanta guorni; nel momento in cui, al termine dei sessanta giorni, lo straniero irregolare trattenuto in questi centri non è stato rimpatriato, gli viene ordinato di lasciare l’Italia entro cinque giorni.

I cosi detti Centri di Permanenza Temporanea introdotti con la legge Turco-Napolitano con il decreto legge n.92 del maggio 2008 furono successivamente rinominati Centri di Identificazione e di Espulsione (CIE), appunto centri volti a detenere gli stranieri irregolari “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamente eseguibile. Nonostante gli individui trattenuti in queste strutture non siano considerati dei detenuti ma semplicemente degli ospiti, i CIE possono essere considerati senza troppi errori e problemi dei veri e propri lager per migranti, luoghi nei quali violenze fisiche e psicologiche e privazioni di libertà sono all’ordine del giorno.

Citando un intervista fatta all’antropologo libertario Andrea Staid a proposito di CIE e immigrazione “Una volta dentro succede di tutto, dalle violenze quotidiane a quelle che non si vedono, cibo scadente, psicofarmaci nel cibo, soprusi linguistici e culturali, e poi chiaramente le ‘mazzate’: quando ti rivolti, quando non accetti di subire”. Nella maggior parte dei casi inoltre il migrante non viene espulso ma rilasciato con un foglio che dice che deve tornare al suo paese, e nel momento in cui non riesce, non vuole o non può tornarsene al suo paese è, per la legge, a tutti gli effetti un clandestino e quindi se viene fermato probabilmente finisce in carcere. E’ questa la realtà che si trova ad affrontare un migrante; una realtà instabile e precaria fatta di violenze, detenzioni, carceri e molto spesso realtà che presenta la delinquenza e l’illegalità come uniche scelte razionali per sopravvivere.