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Autonomia e Rivolte in Cabilia – I Leqbayel, un Popolo che Ripudia l’Autorità e lo Stato

“Un popolo né povero né ricco, che sceglie se stesso i suoi capi per ripudiarli appena cominciano
a diventare forti.” Descrizione dei Leqbayel da parte di uno storico durante l’ultima spedizione militare francese in Cabilia, Algeria (1871).

 

Tamurt n Leqbayel in lingua berbera sta per “terra dei Cabili” e indica quella vasta regione montuosa che si trova intrappolata all’interno dei confini dello Stato algerino e che si affaccia sul Mediterraneo, oggi normalmente conosciuta con il nome di Cabilia. Terra dei Leqbayel, o dei Cabili se preferite, popolo di lingua berbera che da sempre si è opposto con tenacia e dignità ai tentativi di colonizzazione francese e all’assimilazione culturale-politica da parte dello Stato algerino, cercando di mantenere intatte la propria autonomia e le proprie forme di autorganizzazione comunitaria. I Leqbayel sono soliti definirsi “gente di montagna” e perciò, come la maggior parte dei popoli abitanti delle montagne e dei deserti del Nord Africa (ma non solo), sono stati e rimangono tutt’oggi una delle popolazioni più ribelli e resistenti nei confronti dei tentativi di assoggettamento e di oppressione dello Stato algerino finalizzati a privarli della loro autonomia sociale, culturale e politica. Questa loro intrinseca avversione nei confronti dell’autorità coloniale prima e di quella statale oggi e la loro tenacia ribelle nel voler mantenere la propria autonomia sono emerse nuovamente con l’insurrezione popolare del 2001, conosciuta con il nome di “Primavera Nera”, un’estesa rivolta del popolo cabilo nei confronti dello Stato algerino e delle sue continue violenze e tentativi di oppressione. Questa introduzione voleva essere un breve riassunto degli argomenti che andrò a trattare nel seguente articolo e nel prossimo, partendo dall’organizzazione sociale-politica dei Leqbayel fino a giungere a raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), il tutto per comprendere ed analizzare un’ulteriore esempio di lotta contro lo Stato e contro ogni autorità, quella dei Cabili.

Come ho già accennato i Leqbayel o Cabili (da questo momento utilizzerò entrambe le denominazioni) sono stati e, come dimostrato dall’insurrezione popolare del 2001, sono ancora oggi uno dei popoli più ribelli e più resistenti alle ingerenze dei vari Stati (quello coloniale francese una volta, quello algerino oggi) finalizzate all’assimilazione culturale e politica, all’oppressione e alla repressione di ogni forma di autonomia dei Cabili. Nel corso dei secoli infatti le comunità cabile hanno dovuto affrontare per diverse volte i tentativi ed i progetti di assoggettamento ed assimilazione messi in pratica sia durante l’epoca del colonialismo francese sia in epoca moderna dallo Stato algerino, ma questo non hai mai spento il fuoco della rivolta e della libertà che anima il popolo Leqbayel. Il colonialismo francese è stato il primo ad addentrarsi militarmente nelle zone montuose della Cabilia fino a raggiungere i villaggi al fine di “civilizzarli”; la crudele missione civilizzatrice, elemento intrinseco dell’epoca coloniale, era la manifestazione concreta del dogma evoluzionista che vedeva negli Stati dell’europa continentale la fase ultima e definitiva del progresso umano al quale tutte le società dovevano giungere, anche e sopratutto attraverso l’imposizione forzata e violenta delle strutture statali e della cultura politica occidentale. Fino all’espansione coloniale francese e l’invasione militare in quella regione i Leqbayel erano sempre riusciti a respingere gli invasori e nessuno era riuscito ad abbattere la loro resistenza. Ma i Leqbayel non sono l’unico esempio in Nord Africa di popolo che ha resistito per anni e che si è ribellato a difesa della propria autonomia nei confronti delle potenze coloniali; i popoli abitanti delle montagne e dei deserti (basti pensare ai Tuareg, ai Rif in Marocco, i Masiri nel sud della Libia e così via) hanno rappresentato per i vari imperi e per le potenze coloniali un problema permanente a causa della tenacia con cui erano pronti a morire per difendere la loro autonomia e la libertà.

Prima dell’avanzata del colonialismo francese in Nord Africa e precisamente in Cabilia, i Leqbayel erano un popolo legato ad una cultura contadina di stampo comunitario in cui la terra è bene comune e la comunità rappresenta un’entità indipendente ed autonoma da qualsiasi Stato, potere, autorità o potere centralizzato. La società cabila era una società fortemente comunitaria e di conseguenza la terra era proprietà comune della comunità di base e veniva suddivisa tra le famiglie al solo fine di lavorarla e goderne i frutti, ognuno sulla base dei propri sforzi e delle proprie necessità. Il lavoro della terra si svolgeva per la maggior parte del tempo nell’ambito della famiglia e nonostante fosse praticamente assente qualsiasi forma di lavoro dipendente (nessuno era esclusivamente al servizio di qualcun’altro, piuttosto tutti erano al servizio della comunità), esisteva l’obbligo (non scritto) comunitario di partecipare alla Tiwizi, lavoro collettivo in occasione dei grandi raccolti.

A livello “politico” la comunità di base era il centro del potere (nella sua accezione antropologica di sociopotere, ossia, riprendendo un mio vecchio articolo e il saggio “Culture e Poteri” di Stefano Boni, quel potere diffuso in modo egualitario a tutta la comunità che implica una bassa o inesistente capacità degli individui di dominare e vincolare gli altri) mentre la società e la sua gestione erano compito dei consigli di famiglia e del consiglio di quartiere; a loro volta i quartieri si incontrano e confluiscono nel Consiglio di Villaggio. Spetta ai villaggi scegliere l’Amin (il segretario) e i delegati che, pur detenendo pochissimo potere decisionale poichè è la comunità nel suo insieme ed il suo organo principale, il consiglio di villaggio, a detenere il potere, rappresentano il consiglio e applicano le decisioni prese dalla comunità. Solitamente gruppi di villaggi che abitano e occupano la stessa area geografica tendono a riunirsi e a formare un Aarch; le uniche condizioni da rispettare sia all’interno dell’Aarch che nella comunità di base (il vilaggio) erano l’adesione ad un codice di condotta comune e la partecipazione alla vita comunitaria. La società cabila è quindi fondata su due pilastri fondamentali: solidarietà e responsabilità, intrinsecamente intrecciate tra loro visto che ogni individuo della società cabila deve sentirsi responsabile della vita della comunità e pronto alla ricerca di soluzioni per il bene comunitario. La caratteristica principale, nonché la forza, dei Leqbayel è sempre stata la loro organizzazione sociale orizzontale, egualitaria, comunitaria e priva di capi o autorità; probabilmente è stato proprio il riconoscimento della cultura anti-autoritaria ed estremamente egualitaria di questo popolo, considerata incompatibile con la struttura istituzionale dello Stato coloniale, che ha dato il via ai tentativi violenti e repressivi di assoggettamento ed assimilazione da parte della potenza coloniale francese che non poteva permettere l’esistenza di “uno stadio inferiore dell’evoluzione dell’organizzazione socio-politica umana”.

Nonostante la feroce resistenza del popolo cabilo all’invasione coloniale, la superiorità militare dello Stato francese ebbe la meglio e andò a sconvolgere la vita e l’organizzazione sociale di questo popolo. Difatti per la Francia il modello sociale e culturale dei Leqbayel non poteva essere tollerato e doveva quindi essere distrutto e represso con la violenza in quanto incompatibile con la struttura politica dell’impero coloniale francese. Avvenne così una vera e propria assimilazione forzata e violenta dell’organizzazione socio-politico cabila attraverso la sostituzione dei consigli di villaggio con istituzioni politiche tipiche degli Stati-Nazione europei come tribunali e comuni. L’assimilazione però non si limitò alla sfera sociale e politica ma andò anche a sconvolgere la cultura dei Leqbayel; infatti l’impero coloniale impose nei villaggi della Cabilia l’insegnamento della lingua e della cultura francese. Oggigiorno il sistema comunitario dei Cabili è quasi completamente scomparso e i pochi consigli di villaggio che ancora esistono e sopravvivono vedono limitato il loro raggio d’azione, finendo per ricoprire un ruolo formale che si limita alla gestione degli aspetti più banali della vita quotidiana della società cabila.

Nonostante le difficoltà che hanno dovuto affrontare i Leqbayel durante l’epoca coloniale francese, nelle zone montuose della Cabilia la resistenza e l’indole ribelle, così come alcune forme di autogestione, di cooperazione comunitaria, di autonomia, di questo popolo persistono ancora oggi e sono state alimentate in questi secoli, a partire dalla Guerra per l’indipendenza dell’Algeria fino a giungere alla fatidica Primavera Nera del 2001. Come già detto più volte in questo articolo i Cabili sono un popolo ribelle che ripudia ogni forma di autorità, sopratutto l’autorità dello Stato-Nazione che storicamente ha cercato di privarli della libertà e della loro autonomia attraverso violenze e oppressione. Ed è proprio questa loro indole anti-autoritaria, anti-statale e ribelle che li renderà protagonisti agli inizi degli anni 2000 di un’estesa e spontanea insurrezione popolare conosciuta con il nome di “Primavera Nera”. Ma questa è un’altra storia; una storia che sarà oggetto del prossimo articolo.

I Fuegini della Terra del Fuoco – Tra Comunismo Primitivo, Evoluzionismo e Genocidio

La perfetta uguaglianza fra gli individui nelle tribù fuegiane, ritarderà per lungo tempo la loro civilizzazione…Nella Terra del Fuoco, fino a quando non verrà qualche capo con poteri sufficienti per assicurare qualsiasi vantaggio acquistato, come l’addomesticamento degli animali, sembra difficilmente possibile che la condizione politica del paese possa migliorare. Oggi, anche un pezzo di panno dato a un singolo individuo è diviso a brandelli e distribuito e nessuno diventa più ricco di un altro. D’altra parte, è difficile comprendere come possa sorgere un capo fino a quando non vi sia una proprietà di qualche genere, con la quale egli possa manifestare la sua superiorità e aumentare il suo potere. Credo che in questa parte estrema dell’America meridionale l’uomo viva in uno stato di civiltà inferiore a quella di qualsiasi altra parte del mondo

Questa è una delle tante descrizioni scritte con toni denigratori da Darwin intorno alla prima metà dell’800 in merito alle condizioni di vita degli indigeni della Terra del Fuoco. Una descrizione che rientra perfettamente nel contesto storico dell’epoca caratterizzato dall’egemonia del paradigma antropologico evoluzionista e dalla visione etnocentrica europea. Gli evoluzionisti partivano dal presupposto che la cultura umana fosse una sola e che si fosse sviluppata progressivamente nel tempo, seguendo la stessa sequenza di sviluppo presso tutte le popolazioni presenti sulla terra. L’idea che sta alla base del paradigma evoluzionista è quella secondo la quale i differenti popoli, nel loro cammino evolutivo, hanno percorso o stanno ancora percorrendo degli stadi culturali fissi, identici e comuni, che li avrebbero permesso di raggiungere lo stadio finale incarnato dalla civiltà rappresentata dalla società europea dell’800. In questo modo gli evoluzionisti, partendo dal concetto di progresso, poterono applicare la legge evolutiva (e qui si torna a Darwin) a tutte le culture umane, evidenziando il presunto stadio di arretratezza di tutti gli altri popoli rispetto alla civiltà europea e alla cultura occidentale, uno stadio di arretratezza e primordiale che la società occidentale aveva già da parecchio tempo superato.

Ma, come ci ha insegnato l’antropologia attraverso il paradigma del relativismo culturale, “in realtà ogni cultura è il prodotto di una storia particolare che deve essere ricostruita nella sua specificità” (citando direttamente l’antropologa Angela Biscaldi); quindi il riconoscimento della particolarità e della specificità delle culture, nonchè della loro pluralità, va a scontrarsi e a smentire inesorabilmente la teoria evoluzionista-etnocentrica fondata sull’ideologia del progresso (ideologia specifica della cultura occidentale) che oltre a non riconoscere la valenza delle differenze culturali, vedeva nelle altre culture solamente una testimonianza di stadi evolutivi che la società occidentale aveva già superato.

Dopo questo lungo excursus meramente tecnico sul paradigma antropologico evoluzionista, che mi permette di inserire la testimonianza sopracitata in un contesto storico-intellettuale ben preciso e che permette al lettore di comprendere l’approccio di Darwin verso gli indigeni, vorrei iniziare a parlare dell’argomento principale di questo articolo, ossia i Fuegini della Terra del Fuoco, prendendo come punto di partenza l’omonimo libro dello scrittore  Riccardo Ianniciello.

Tra i gruppi di cacciatori-raccoglitori di indigeni fuegini, che si stima fossero dodicimila all’inizio dell’Ottocento, si possono distinguere quattro etnie: gli Yamana e gli Alacaluf, definiti i fuegini marittimi poichè stanziati nelle isole occidentali della Terra del Fuoco; i Selknam (chiamati anche Ona) si dividevano in due grandi gruppi, quello settentrionale (i kojuka) e quello meridionale, ed erano sostanzialmente definiti fuegini pedestri dediti alla caccia; infine nella penisola Matre vivevano gli Haush. Come tutte le culture umane di cacciatori-raccoglitori, anche i fuegini hanno dovuto far i conti con l’invasione e la brutale civiltà dell’uomo bianco, anche se loro rispetto ad altri popoli primitivi hanno forse avuto una sorte peggiore, essendo stati vittime di un sanguinoso genocidio che ha decretato la scomparsa di questi popoli.

Oltre alle testimonianze, infarcite di inesattezze antropologiche e pregiudizi etnocentrici, lasciate da Darwin durante i suoi viaggi a bordo della Beagle verso l’estremo lembo del Sud America, ritengo importante riportare anche una testimonianza di un altro personaggio caro all’antropologia, James Cook, che nel gennaio 1769 incontra per la prima volta un gruppi di Haush. Cook parla di loro in questi termini: <<Non siamo riusciti a scoprire se avevano un capo o alcuna forma di governo… in una parola forse sono le creature più miserabili che vi siano oggi sulla terra>>. Ricorrono spesso nelle testimonianze e nelle descrizioni di Darwin e Cook, così come di altri, termini quali “creature abbiette”, “miserabili”, “vendicativi”, “menzogneri”, “irosi”, “razza mezza morta di fame”, tutti termini che danno un chiaro esempio dell’approccio evoluzionista ed etnocentrico sviscerato all’inizio di questo articolo.

Riprendiamo ora la testimonianza iniziale di Darwin; quest’ultimo, oltre a considerare i fuegini come esseri miserabili ed abbietti, accusa la loro perfetta uguaglianza sociale, che si tramuta in una forma di comunismo primordiale, di esser la causa dell’impossibilità della loro evoluzione verso la civiltà. La visione fortemente critica dell’estrema uguaglianza e dell’assenza di divisione gerarchica della società fuegina di Darwin è influenzata da tutti quei valori tipici della società e della cultura europea dell’epoca e che sono tutt’ora la base fondante dell’attuale concezione sociale, politica ed economica dell’Occidente, ossia l’accumulazione di beni, la proprietà privata, la divisione della società in classi, la gerarchia tra governanti e governati e lo sfruttamento. Questi presunti valori tipicamente occidentali erano però estranei alle comunità primitive, in particolare ai fuegini, i quali al contrario si dimostrarono capaci di sviluppare una reale uguaglianza interna alla comunità, base perfetta per la possibilità di una organizzazione sociale definibile senza troppi problemi come “comunismo primitivo”.

Avviandoci verso la conclusione di questo articolo, penso sia utile, per ricollegarmi alla condizione di estrema uguaglianza sociale delle società fuegine e alla concezione di “comunismo primitivo”, riprendere la tesi di Pierre Clastres secondo la quale le società selvagge e primitive non sono affatto società immature ed arretrate poichè caratterizzate dall’assenza di una autorità politica, di divisione e di una gerarchia sociale tra governanti e governati e di una entità statuale. Al contrario questi insiemi sociali indivisi, resistendo e opponendosi ad ogni possibile forma di accumulazione e di accentramento di potere nelle mani di uno o pochi individui che provocherebbe la disuguaglianza interna al corpo sociale, scelgono volontariamente in realtà non di essere senza ma contro lo Stato.

Per concludere, come già sottolineato sopra, le quattro differenti etnie in cui si suddividono gli indigeni fuegini della Terra del Fuoco sono state vittime di un brutale genocidio perpetuato ai loro danni dagli immigrati europei che giunsero in quella regione a partire dalla metà dell’Ottocento. I “miserabili” indigeni costituivano un ostacolo per gli interessi dei pionieri europei in quelle terre, perciò l’unica soluzione possibile agli occhi dell’uomo bianco era quella di perseguitarli e sterminarli. Citando direttamente la testimonianza di Gusinde, sacerdote famoso per le sue opere etnografiche riguardanti gli indigeni della Terra del Fuoco, si conclude questo articolo: <<La presa con la forza, il furto delle terre, prima invase e poi occupate dai civilizzatori, tolse agli aborigeni qualsiasi mezzo di sussistenza. L’indio patagonico indifeso fu cacciato dalla sua terra sulla quale aveva titoli legittimi. L’avidità e l’inumanità dell’uomo civilizzato arrivò ad un tale livello di bassezza tanto che le teste degli aborigeni costituirono per l’uomo bianco un articolo commerciale…>>. La tragica vicenda dello sterminio degli indigeni fuegini per mano dell’uomo “civilizzato” bianco rappresenta così una delle pagine più cruente scritte nella storia della colonizzazione e della civilizzazione forzata dei popoli primitivi di cacciatori-raccoglitori.