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“Per la Rivoluzione e l’Anarchia” – La Guerriglia Anarchica dell’IRPGF in Rojava

“La Rivoluzione in Rojava è una lotta indigena contro lo Stato, il Capitale, il colonialismo ed il fascismo. Così anche se non è una rivoluzione anarchica, sicuramente ha in sé molti aspetti libertari e per questo è una rivoluzione che tutti gli anarchici e le anarchiche dovrebbero sostenere.” Compagni dell’IRPGF

“Noi portiamo un mondo nuovo qui, nei nostri cuori. Quel mondo sta crescendo in questo istante.”, queste le parole del rivoluzionario anarchico Buenaventura Durruti in merito a quella “utopia fatta storia” che è stata la Rivoluzione spagnola del 1936, una rivoluzione nata inizialmente per contrastare e sconfiggere il golpe militare del generale fascista Francisco Franco, ma che si trasformò quasi immediatamente in una vera e propria rivoluzione in senso anarchico, volta alla ricerca appassionata di un mondo nuovo senza sfruttati‭ ‬né sfruttatori, senza servi né padroni. E’ proprio partendo dalle parole di Durruti, e dal ricordo sempre vivo della Rivoluzione spagnola, che mi appresto ad introdurre l’argomento centrale di questo articolo: il ruolo degli anarchici, in particolare dell’IRPGF, nella Rivoluzione in Rojava.

La scelta di aprire questo articolo con una frase del rivoluzionario anarchico Durruti non è stata affatto casuale. Le somiglianze e le affinità tra la Rivoluzione spagnola del ’36 e l’attuale Rivoluzione in Rojava difatti sono molte, anche se dobbiamo sempre tener in mente che il cambiamento messo in atto dai Curdi nelle regioni settentrionali della Siria, pur portando con se molti aspetti libertari (la lotta allo Stato-Nazione e la creazione di comunità libere fondate sull’autogoverno, volendone citare due), non è una rivoluzione anarchica in senso stretto. Citando direttamente le parole dell’International Revolutionary People’s Guerrilla Forces (IRPGF), formazione guerrigliera operante in Rojava che più avanti mi impegnerò a presentare in modo (il quanto più possibile) esaustivo, “il Rojava è importante per la lotta anarchica transnazionale perché mette in luce come una rivoluzione potrebbe essere realizzata e mantenuta”. Del resto, come i rivoluzionari spagnoli, anche i combattenti e rivoluzionari Curdi e i compagni internazionalisti sperano di creare la visione di una società libera dalla quale tutto il mondo possa trarre ispirazione. Per evitare di dilungarci troppo sulle somiglianze e le differenze tra le due Rivoluzioni, argomento certamente interessante ma che non è il tema principale di questo articolo, mi appresto a parlare dell’IRPGF e del suo ruolo militante all’interno della Rivoluzione in Rojava.

A partire dallo scoppio della Guerra Civile siriana nel 2012 e successivamente della Rivoluzione curda per l’autonomia di Kobane, Afrin e Jazira, i tre cantoni che formano la ragione del Rojava, la partecipazione e l’interesse degli anarchici per l’ “alternativa curda” allo Stato-Nazione è stata molto ampia. Ben presto la Rivoluzione in Rojava a visto l’arrivo di combattenti (socialisti, comunisti, anarchici, antifascisti) provenienti da tutto il mondo per supportare l’esperimento di autogoverno democratico del popolo nella regione e la conseguente formazione di brigate armate internazionaliste impegnate su più fronti nella lotta contro il fascismo islamista di Daesh, l’autoritarismo dello Stato turco (da sempre oppressore del popolo Curdo) e nella difesa del processo rivoluzionario di “confederalismo democratico”. Come accennato quindi l’IRPGF non è la prima formazione guerrigliera presente in Rojava e che opera nella Rivoluzione. Basti pensare all’International Antifascist Tabur, battaglione internazionalista antifascista, o l’International Freedom Battalion, brigata armata di matrice marxista-leninista attiva dal 2015, ed è chiaro fin da subito che la creazione di un gruppo militante armato autorganizzato ed internazionalista come l’IRPGF non è assolutamente nulla di nuovo nel contesto curdo. E allora perchè ve ne voglio parlare? Perchè questo articolo pone l’attenzione sull’IRPGF invece che sulle altre forze rivoluzionarie internazionaliste presenti sul territorio curdo che lottano per la libertà e per un “mondo nuovo”? E’ presto detto.

Ho già accennato al fatto che la partecipazione di foreign fighters internazionalisti anarchici nella Rivoluzione in Rojava è stata fin da subito ampia. Fino ad oggi i combattenti e i militanti anarchici che giungevano nella regione finivano però per andare a infoltire le fila di brigate internazionaliste rivoluzionarie eterogenee, cioè composte da socialisti, comunisti, marxisti-leninisti, ecc. Con la creazione dell’International Revolutionary People’s Guerrilla Forces, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile del 2017, per la prima volta fa la sua comparsa sullo scenario curdo e in Rojava una nuova formazione guerrigliera inedita, un gruppo armato autorganizzato, dichiaratamente anarchico e impegnato, difendendo la Rivoluzione del Rojava, a combattere per la causa internazionale dell’anarchia. E’ questa la specificità dell’IRPGF che differenzia la suddetta forza guerrigliera dalle altre presenti in Rojava.

Come possiamo apprendere dal comunicato dell’aprile scorso che sancisce la nascita dell’IRPGF (http://rupturacolectiva.com/anarchist-guerrilla-irpfg-is-born-in-rojava-to-fight-for-the-revolution-in-kurdistan-and-the-world/) questa brigata armata internazionalista si pone due principali obiettivi; la difesa della Rivoluzione del Rojava e l’avanzamento della causa dell’anarchia; obiettivi che i militanti anarchici dell’IRPGF portano avanti prendendo posizione a difesa di tutte le rivoluzioni sociali nel mondo, come hanno fatto, per esempio, dichiarando il loro totale sostegno alle occupazioni e alle autogestioni degli anarchici in Grecia. Secondo loro infatti tutte le rivolte contro ogni forma di autorità e di dominazione dell’uomo sull’uomo, in poche parole la rivolta contro il Capitale ed il Leviatano (lo Stato), che scoppiano nel mondo sono intrinsecamente collegate tra loro e questo è dovuto al fatto che la lotta anarchica è per sua stessa natura una lotta internazionalista. Difatti definendosi internazionalisti i rivoluzionari dell’IRPFG tendono a sottolineare non solo il fatto di essere una brigata che comprende combattenti anarchici provenienti da tutto il mondo, ma sopratutto la loro convinzione del fatto che la lotta contro il dominio deve per forza di cose essere una lotta trasnazionale, che oltrepassa i confini e li dissolve, ed internazionale, implicando ribellioni e insurrezioni in senso anarchico ovunque nel mondo, promuovendo in questo modo il sorgere del Sol dell’avvenire.

Riprendendo un intervista rilasciata ad “Enough is Enough” e tradotta in italiano per “Umanità Nova”, i compagni dell’IRPGF definiscono la Rivoluzione del Rojava come una lotta indigena contro lo Stato, il Capitale, il colonialismo ed ogni forma di fascismo-autoritarismo; inoltre ci tengono a sottolineare che tale rivoluzione si pone come concreto obiettivo la liberazione della donna e la distruzione del patriarcato, perchè ritengono che la dominazione (e lo sfruttamento) dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura non potrà mai essere sradicato senza combattere la dominazione e l’oppressione della donna da parte dell’uomo. I guerriglieri dell’IRPGF sono comunque ben consapevoli, come dimostra la loro dichiarazione posta ad incipit di questo articolo, che la Rivoluzione in Rojava, pur portando con se e concretizzando alcuni aspetti libertari come il rifiuto dello Stato, l’autogoverno popolare tramite le assemblee di quartiere, la formazione di gruppi di difesa armata che resistono sulle barricate nelle strade contro il fascismo dell’Isis o l’autogestione di campi e fabbriche (tutti aspetti già presenti nella già citata Rivoluzione spagnola del 1936), non può essere considerata un processo rivoluzionario anarchico in senso stretto. Sempre riprendendo direttamente le loro parole, “il Rojava è importante per la lotta anarchica transnazionale perchè mette in luce come una rivoluzione può essere messa in atto e mantenuta”.

La guerriglia dell’IRPGF, in quanto anarchica, si scaglia quindi contro i due pilastri che mantengono e assicurano la dominazione dell’uomo sull’uomo, lo Stato ed il Capitale. Secondo i compagni dell’IRPGF quest’ultimo, il sistema capitalista, sta avanzando in modo irreversibile verso la sua fine e si troverà ben presto, dopo aver messo in atto per secoli la sua strategia di saccheggio di risorse e devastazione in giro per il mondo, sopratutto ai danni delle popolazioni del Sud del globo, ad affrontare una delle crisi più acute della sua storia. Questa crisi senza ritorno che dovrà affrontare il Capitalismo globale si manifesterà con lo scoppiare ovunque di insurrezioni e rivolte nei confronti tanto dell’autorità incarnata dallo Stato-Nazione e dai governi quanto dal Capitale e dai suoi simboli; insurrezioni e rivolte delle quali saranno protagonisti tutti coloro che, all’interno del sistema capitalistico su scala globale, si trovano in una situazione di emarginazione, esclusione, sfruttamento e oppressione. E quando scoppieranno queste insurrezioni spontanee noi in quanto anarchici, come affermano anche i rivoluzionari dell’IRPGF, dovremo esser pronti a salire sulle barricate per combattere questo sistema di oppressione guidato dal gelido mostro a due teste (lo Stato ed il Capitale) che cercherà di perpetuarsi e mantenersi in vita, inasprendo le sue misure repressive ed oppressive per superare l’ennesima crisi.

Altra questione fondamentale che interessa il ruolo degli anarchici dell’IRPGF è quella della lotta armata nel contesto rivoluzionario del Rojava. Storicamente il movimento anarchico, sopratutto quando è insorto imbracciando le armi come nella già citata Spagna, in Ucraina con Nestor Makhno o a Kronstadt subito dopo la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, ha sempre rifiutato la logica militarista, l’autoritarismo e la gerarchia, aspetti caratteristici di ogni esercito permanente, ossia statale. Allo stesso modo gli anarchici hanno sempre preso posizione contro gli eserciti rivoluzionari che tendevano ad accentrare il potere sociale nelle loro mani, attuando una vera e propria militarizzazione della società e della lotta libertaria. La domanda quindi sorge spontanea: nel contesto della Rivoluzione in Rojava la lotta armata dell’IRPGF come può evitare di trasformarsi in un esercito permanente? come è possibile, sostenendo la necessità della lotta armata e della Rivoluzione, evitare il processo di militarizzazione della società?

Sempre basandomi sull’intervista sopracitata, i compagni dell’IRPGF, in merito alla questione della lotta armata e della sua militarizzazione, dichiarano che la brigata agisce senza leader, senza gerarchia militare, senza autorità che impartisce ordini, ma piuttosto ispirandosi alla lotta armata dell’EZLN e al loro concetto di rivoluzione; una rivoluzione, quella degli zapatisti del Chiapas, che rifiuta ogni forma di gerarchia e di protagonismo, che respinge comandanti (caudillos in lingua spagnola), autortià e dirigenti che vogliono trasformare la rivoluzione collettiva del popolo in armi in una lotta individualizzata. Un esercito quello zapatista che aspira alla sua dissoluzione, che non ha comandanti e che si limita ad essere il braccio armato delle comunità indigene alle quali obbedisce. Come gli zapatisti che coprono i loro volti con il celebre passamontagna per focalizzarsi sulla forza collettiva e non sul singolo individuo, così fanno anche i guerriglieri dell’IRPGF in Rojava.

Stando a quanto dichiarato dai rivoluzionari anarchici, l’IRPGF è sprovvisto di una struttura di comando permanente, le posizioni di responsabilità ruotano e le decisioni vengono prese per consenso al fine di evitare di riprodurre le strutture di gerarchia e comando tipiche degli eserciti permanenti e dei ranghi militari. Si commetterebbe però un errore enorme nel pensare alla lotta armata degli anarchici dell’IRPGF come una forma di avanguardia rivoluzionaria tipica di moltissimi eserciti guerriglieri emersi nel corso dei secoli. Storicamente il movimento anarchico nel suo complesso (e l’IRPGF nel caso specifico) si è posto e si pone in netto contrasto tanto con la gerarchia militare ed il comando, quanto con l’assunzione del ruolo di avanguardia della rivoluzione (roba da marxisti-leninisti), rifiutando entrambi i ruoli perchè consapevole del carattere sociale del processo rivoluzionario e del fatto che la liberazione totale non può avvenire senza una rivoluzione sociale. Difatti, così come nel Chiapas zapatista, anche in Rojava è fondamentale la partecipazione delle comunità e dei villaggi al fine del trionfo della rivoluzione.

L’IRPGF sembra aver interiorizzato perfettamente gli insegnamenti dell’insurrezione zapatista del 1994 e dell’EZLN e lo dimostra quando sostiene che il ruolo dell’anarchico all’interno di una rivoluzione in senso libertario deve essere al contempo quello del guerrigliero e quello del membro della comunità. Il rivoluzionario anarchico deve essere un combattente per la libertà senza dimenticare di essere parte attiva anche nei progetti e nelle questioni che interessano la società civile. Se le forze guerrigliere anarchiche si lasciassero trasportare da quella che è a tutti gli effetti una necessità strutturale, ossia l’accentramento e l concentrazione di potere, finirebbero per perdere la loro specificità anarchica e liberatrice, sancendo di conseguenza il fallimento della Rivoluzione in senso libertario. L’IRPGF ha una struttura autorganizzata ed orizzontale e questo gli permette di rimanere immune dalla trasformazione in un esercito rivoluzionario che accentra il potere, crea delle gerarchie militari e centralizza la propria autorità. Citando ancora una volta direttamente le parole dei compagni dell’IRPGF “la lotta armata deve sempre avere una correlazione con la comunità, cosa che preverrà la formazione e lo sviluppo di avanguardie e di posizioni sociali gerarchizzate”.

Il contesto della Rivoluzione in Rojava è complesso, non è una novità questa. Gli attori che operano in questo scenario sono molteplici ed eterogenei; alcuni sono decisi a portare a pieno compimento il processo rivoluzionario di natura libertaria e anti-statale, altri sognano ancora uno stato Curdo fondato sui principi del marxismo-leninismo ed altri ancora sembrano disposti a scendere a compromessi con le forze occidentali democratiche. Per quanto riguarda l’IRPGF invece, la sua guerriglia non vuole essere solamente una lotta di difesa della Rivoluzione del Rojava ma aprire la strada ad un più ampio processo rivoluzionario in senso anarchico che si propone come fine quello di abbattere ogni forma di oppressione e di dominazione dell’uomo sull’uomo perpetuate dallo Stato e dal Capitale. Nessuno può sapere come si svilupperà la situazione in Rojava, come proseguirà la rivoluzione o se sopravviverà il progetto di confederalismo democratico applicato dalle comunità autonome curde di Kobane, Jazira ed Afrin, ma possiamo dire con certezza e con speranza, ma senza cedere a facili illusioni, riprendendo per l’ultima volta le parole rilasciate dall’IRPGF “che più anarchici arrivano in Rojava per aiutarci a costruire strutture anarchiche, più saremo influenti ed avremo la possibilità di tramutare i nostri obiettivi in realtà”. Per la Rivoluzione e l’Anarchia!

“Avevamo Ragione Noi…” – A Proposito di Anarchismo e Anti-Globalizzazione

“Il dito indicava la globalizzazione e avevamo ragione, ma voi avete visto l’estintore”

20 luglio 2001, Genova. Un ragazzo privato della vita disteso sull’asfalto rovente, un estintore, un assassino in divisa al sicuro nel suo blindato. Una città teatro di una lotta spietata tra chi aveva capito che la globalizzazione avrebbe globalizzato lo sfruttamento e non i diritti e i difensori dell’ordine e della legge che, quel giorno più che mai, indossarono i panni dei carnefici e dei boia per difendere i privilegi e gli interessi del capitalismo neo-liberista. Una città che ha conosciuto la brutale violenza poliziesca per le strade, nelle piazze, alla Diaz, a Bolzaneto. Un movimento deciso a contrastare in ogni modo la creazione di un sistema-mondo basato sulla crescente integrazione economica, politica e sociale di stampo neo-imperialista e neo-liberista.

E avevamo ragione noi. La globalizzazione nella sua forma di capitalismo neo-liberista globale, conferendo il primato al mercato, alle sue leggi e alla merce, si è dimostrata nel XXI secolo per quello che realmente era: la globalizzazione dello sfruttamento della classe lavoratrice mondiale, dei poveri e degli sfruttati; la libertà di movimento per le merci ed il capitale, ma non per le persone;

In seguito a questo incipit che ci permette di delineare a grosse linee il contesto, la domanda che voglio porre ai lettori, e che di conseguenza voglio porre a me stesso, è la seguente: qual è stato e qual è tuttora il rapporto tra anarchismo e movimento anti-globalizzazione?

Innanzitutto è importante sottolineare come gli anarchici abbiano partecipato attivamente sia nelle proteste del 1999 a Seattle che in quelle del 2001 a Genova, dimostrando in questo modo di essere una componente rilevante all’interno del movimento “no global”, prendendo in prestito un termine tanto caro ai media e all’opinione pubblica. Ma, pur vedendo nel concetto astratto di globalizzazione (anche se sarebbe meglio utilizzare il termine “internazionalizzazione) un importante possibilità di sviluppo della coscienza di classe a livello internazionale con conseguente lotta di classe internazionalizzata, gli anarchici si sono sempre situati al di là della semplice dicotomia “Globalisti vs Scettici della globalizzazione. Questo perchè, pur essendo anti-globalisti, noi anarchici non eravamo, e non possiamo essere per nostra natura, dalla parte di quella frangia del movimento anti-globalista di stampo statalista che faceva e fa tuttora leva sulla difesa della sovranità dello Stato-Nazione e delle identità nazionali-culturali (intese come entità immutabili, chiuse e monolitiche) attraverso la retorica della “chiusura delle frontiere”.

Difatti gli anarchici all’interno del movimento anti-globalizzazione si son da subito opposti a quegli aspetti neoliberisti e capitalisti della globalizzazione contemporanea che, per difendere gli interessi e i privilegi dei capitalisti, vanno ad attaccare ferocemente tanto i salari quanto i sistemi di welfare. Secondo gli anarchici sono questi gli aspetti della globalizzazione che possono permettere uno sviluppo a livello globale di una coscienza di classe.

La globalizzazione contemporanea, come già detto, è dominata dalle logiche del libero mercato. Questa globalizzazione economica è la conseguenza principale della crisi del Capitalismo iniziata nel 1973 con lo shock petrolifero. Se non voleva soccombere, il capitalismo necessitava di riformarsi e ristrutturarsi attorno ad un nuovo modello favorevole al libero mercato privo di regolamentazione e di interferenze statali, quello neo-liberista appunto. In questo modo il modello economico neo-liberista si è imposto a livello globale, tanto da poter vedere la globalizzazione economica come il trionfo del capitalismo neo-liberista guidato dalle potenze occidentali (USA in primis) e dagli organismi finanziari internazionali come Fondo Monetario Internazionale (FMI) e World Trade Organization (WTO) creati dagli stessi paesi dominanti del Nor del mondo. La globalizzazione economica di stampo neo-liberista ha quindi imposto a livello mondiale una serie di politiche come la flessibilità della forza lavoro, la privatizzazione, la liberalizzazione del mercato e del capitale, i tagli allo stato sociale, orientate all’interesse della classe dominante incarnata dalla classe capitalista a livello globale.

Come si è detto sopra, noi anarchici siamo anti-globalisti anche se prendiamo le distanze da tutto quello spettro di posizioni scettiche incentrate sulla centralità del ruolo dello Stato-Nazione e a difesa della sua sovranità erosa dal processo di globalizzazione. Infatti secondo gli anarchici lo Stato-Nazione capitalista non è affatto una vittima della globalizzazione capitalista (come sostenuto dagli anti-globalisti statalisti), bensì uno, se non il, principale attore protagonista della globalizzazione economica di stampo neo-liberista. Gli statalisti sostengono che lo sviluppo delle multinazionali e delle istituzioni multilaterali di governance regionale e globale implichi l’erosione della legittimità e della sovranità dei singoli Stati-Nazione. La ristrutturazione neoliberista ha in realtà rafforzato il ruolo dello Stato, in quanto attore che ha reso possibile lo sviluppo di un mercato internazionale del lavoro, un vero e proprio “mercato dello sfruttamento su scala globale”.

In realtà questa posizione statalista non tiene conto della funzione reale e del ruolo che ha lo Stato-Nazione all’interno dell’economia capitalista globale, ossia quello di motore trainante della ristrutturazione economica neo-liberista. Perciò gli statalisti presentano lo Stato come una vittima innocente da difendere da una globalizzazione “brutta e cattiva”, quando in realtà l’entità statale è storicamente riconosciuta come l’attore principale dell’economia capitalista poichè da un lato permette lo sfruttamento della classe lavoratrice e dall’altra difende la proprietà privata dei mezzi di produzione, attraverso il monopolio dell’uso “legittimo” della violenza, difendendo di conseguenza i privilegi e gli interessi della classe dominante, fungendo in questo modo da “cane da guardia” del capitalismo. E questo suo ruolo, anche se leggermente ridimensionato, permane anche all’interno della globalizzazione economica di stampo neo-liberista. Lo Stato-Nazione è quindi parte del problema anziché vittima. Perciò combattere la globalizzazione non può prescindere dall’attaccare i suoi due principali cardini, il capitalismo e lo Stato-Nazione

Per concludere, noi anarchici, che da sempre combattiamo e ci opponiamo tanto lo Stato quanto il Capitalismo, ritenute le due principali fonti di oppressione e di violenza per i lavoratori e per i popoli, vediamo nella lotta contro la globalizzazione la possibilità di uno sviluppo dell’autorganizzazione dei lavoratori su scala internazionale in vista di una lotta di classe internazionalista; sviluppando in questo modo l’opposizione allo stato ed al capitale in vista del trionfo del socialismo autogestito e senza Stato.

Avevamo ragione.‭ ‬Ma non è servito a nulla.‭ ‬Avevamo detto cosa avrebbe causato la globalizzazione e le nostre previsioni si sono puntualmente verificate.‭ Abbiamo combattuto la globalizzazione nel momento in cui cercava di imporsi,‭ ‬a cavallo del passaggio di millennio,‭ ‬a Seattle,‭ ‬a Genova e ovunque ce ne fosse l’occasione.‭ ‬Abbiamo pagato un prezzo altissimo in termini di morti,‭ ‬feriti,‭ ‬arresti,‭ ‬torture e repressione,‭ ‬ma non siamo riusciti ad impedirla.‭ ‬Ed oggi viviamo in un mondo che ne sta pagando le conseguenze.” (Estratto tratto da un articolo di Umanità Nova)

(Anarchici durante il G8 di Genova)

 

I Tuareg – Insurrezione, Nomadismo e Resistenza allo Stato-Nazione

Nel 1990 scoppia l’insurrezione armata dei Tuareg contemporaneamente sul fronte del Mali e su quello del Niger, insurrezione per contrastare la tendenza dei due stati di spartirsi e annettere il territorio Tuareg, controllando e rendendo stanziali le varie tribù nomadi Tuareg. Nel maggio del 1990, successivamente ad uno scontro tra insorti e l’esercito e la conseguente repressione militare inizia l’insurrezione armata Tuareg in Niger. Il conflitto armato Tuareg si caratterizza per una fondamentale particolarità, ovvero il fatto che sia emerso contemporaneamente in due Stati confinanti: Mali e Niger. Questa insurrezione armata da inizio a quella che può essere definita a tutti gli effetti una guerra civile, durata 6 anni e che ha provocato migliaia e migliaia di morti.

L’idea che esista un “particolarismo Tuareg”, utilizzata dalle varie autorità politiche statali per delegittimare le rivendicazioni autonomiste degli insorti e da contrapporre all’universalismo della modernità incarnata dallo Stato-Nazione, è la tendenza razzista e discriminatoria con cui è stata trattata la questione Tuareg. I Tuareg vengono visti come una minoranza ingombrante e di difficile gestione per le autorità politiche degli stati sovrani in quanto popolo nomade difficilmente controllabile per uno Stato-Nazione.

Le autorità politiche di Mali e Niger non considerano l’insurrezione armata Tuareg come la reazione logica alle ingiustizie, alle repressioni e alle violenze subite, bensì l’espressione diretta dell’indole tuareg caratterizzata da disordine e disorganizzazione, aspetti riconducibili al loro essere un popolo nomade. Inoltre le autorità politiche di Mali e Niger sono convinti dell’idea che i Tuareg non siano un vero e proprio popolo caratterizzato da omogeneità ed unità, ma solamente un insieme di tribù nomadi isolate. Questa retorica perpetuata dalle autorità politiche statali non fa altro che rafforzare e giustificare la tendenza dei governi di Niger e Mali a ritenere illegittime le richieste di autonomia espresse dagli insorti Tuareg; e inoltre ribadisce il totale rifiuto delle autorità governative di dialogare con il popolo Tuareg e ascoltare le sue rivendicazioni.

I Tuareg rappresentano, come evidenziato sopra, un caso di difficile gestione per lo Stato-Nazione moderno che basa la sua esistenza e la sua legittimità sul controllo di un territorio delimitato da precisi confini e della popolazione che vive stabilmente su quel territorio. I Tuareg storicamente manifestano la loro appartenenza ad una specifica comunità, come sostengono loro ad una “nazione nella nazione” e contemporaneamente ribadiscono la loro identità Tuareg collettiva che convive con il loro stile di vita nomade transnazionale e transfrontaliero.

L’esistenza stessa del popolo Tuareg si presenta come il migliore esempio da contrapporre all’artificialità e illegittimità degli Stati moderni concepiti come entità omogenee, che tendono all’esclusione e che sono delimitati da confini artificiali che non solo dividono popoli, comunità e tribù (come avviene in Africa dal periodo coloniale ad oggi) ma che impediscono lo spostamento ed il movimento libero dei popolo nomadi che non vogliono perdere la propria autonomia. Sintetizzando molto si può sostenere senza grossi problemi che il popolo Tuareg rappresenta un ottimo esempio di trasgressione all’ordine politico vigente dominato dallo Stato-Nazione caratterizzato da confini e popolazioni stanziali-sedentarie.

Le autorità politiche del Niger e del Mali hanno portato avanti un discorso politico sulla questione Tuareg per dimostrare il carattere illegittimo e inaccettabile delle loro rivendicazioni basato su degli assunti comuni. Innanzitutto i vari governi tendono a sottolineare l’inesistenza di un mondo Tuareg omogeneo e unito politicamente ed economicamente. Questa posizione si fonda sulla diffusa convinzione che un popolo nomade non può “possedere” nessun territorio, in quanto i nomadi sarebbero a tutti gli effetti “uomini senza patria” e perciò senza terra e senza stato.

Da questi discorsi e da queste posizioni emerge il paradigma evoluzionista intrinseco nei discorsi e nelle azioni delle autorità politiche e militari per quanto riguarda l’atteggiamento nei confronti della “questione Tuareg”. Infatti viene perpetuata la convinzione che i Tuareg, in quanto popolo nomade e privo di entità statale, rappresentano uno stadio primitivo dell’evoluzione sociale e politica umana. Questo stadio primitivo dell’evoluzione sarebbe caratterizzato da una carenza di razionalità economica, incapacità di organizzare la vita politica, l’assenza dell’idea di nazione e di unità, tutte caratteristiche riconducibili, secondo un ottica evoluzionista tipicamente etnocentrica, alla mancanza di civiltà e di razionalità dei popoli nomadi. Questo paradigma evoluzionista viene utilizzato come giustificazione per le violenze commesse dagli eserciti statali e dalle milizie paramilitari ai danni dei Tuareg, intesi come nemici del progresso e della modernità e al contempo visti come popolo bloccato ad uno stadio primitivo ed arretrato (ovvero il nomadismo) ed in netta controtendenza con il mondo moderno “evoluto”, “civilizzato”, dominato dallo Stato-Nazione, dai confini e dalla sedentarizzazione.

L’insurrezione armata del popolo Tuareg per opporsi alle repressioni, alle violenze, alle discriminazioni perpetuate dalle autorità statali pongono un quesito fondamentale alla modernità: Com’è possibile resistere all’ordine politico imposto dall’esterno e com’è possibile sopravvivere e rivendicare la propria autonomia contro le tendenze egemoniche e le violenze perpetuate dagli Stati-Sovrani?

(Articolo ispirato dall’articolo di Helene Claudot-Hawad “Rivolta tuareg e Stati: iato culturale o mancanza di democrazia?”)

Nomadismo e Confini in Età Contemporanea

Nonostante si è portati a pensare che in epoca contemporanea e moderna popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori siano praticamente inesistenti o nel peggiore dei casi vengono dipinte come retaggi del passato, come qualcosa di primitivo e di arretrato e quindi da superare, il nomadismo storicamente è stato la spina dorsale dell’evoluzione e dell’organizzazione sociale dell’uomo e continua ad esistere ancora oggi. La Storia evidenzia che la condizione naturale dell’essere umano è quella del nomade e solo durante il Neolitico con la nascita dell’agricoltura è avvenuto il passaggio da nomadismo a sedentarietà. Passaggio che ha fatto emergere la dicotomia “nomade/sedentario” della quale si serve il sedentario per definire se stesso e costruire la propria identità in contrasto al nomade, e viceversa.

Il nomadismo è ancora presente in alcune regioni africane e asiatiche e in epoca contemporanea le popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori si trovano a dover fronteggiare un contesto economico-politico che li sottopone a pressioni per indurli a modificare i propri mezzi di sussistenza e adottando uno stile di vita sedentario e passando all’agricoltura. Spesso sono gli Stati a esercitare pressione sulle popolazioni nomadi affinchè esse si insedino stabilmente dedicandosi all’agricoltura; questo perchè il nomadismo, ovvero lo spostamento ciclico di questi popoli di cacciatori-raccoglitori entra in conflitto con il concetto di Stato-Nazione territoriale basato sul rispetto ed il controllo dei confini.

Dopotutto il nomade è per sua essenza in continuo movimento e quindi per sua natura sfugge al controllo di un un mondo basato su Stati-Nazione e confini e perciò in costante conflitto con chiunque cerca di sedentarizzarlo e modificare il suo stile di vita e di organizzazione sociale. Infine è innegabile che all’interno del mondo contemporaneo globalizzato e dominato da società sedentarie tese al controllo di tutto e tutti il nomade rimane sempre e ovunque straniero e altro, cercando di riaffermare il suo stile di vita in contrapposizione alla sedentarietà che domina la società capitalista moderna.

Bisognerebbe iniziare a vedere il nomadismo come colonna portante della storia dell’essere umano e come una realtà possibile da opporre all’egemonica visione della società sedentaria ed immobile, abbandonando l’idea occidentalecentrica sviluppata nel corso del colonialismo e dell’imperialismo europeo che nomadismo sia in qualche modo sinonimo di arretratezza nell’organizzazione sociale e quindi un qualcosa da superare in quanto retaggio dell’epoca primitiva.

Nomadismo quindi, per concludere, non come sinonimo di arretratezza poichè come sostiene l’antropologo Marco Aime ” la storia degli esseri umani è fatta di migrazioni e di movimenti” e sopratutto perchè quella che oggi noi identifichiamo come civiltà esiste anche grazie al fondamentale apporto di popolazioni e culture nomadi.