“Non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere” – Teorie Sociologiche della Devianza

“Se prendo la parola non è per difendermi degli atti di cui mi si accusa, poichè solo la società che con la sua organizzazione mette gli uomini in continua lotta gli uni con gli altri, è l’unica responsabile. Atti del genere di quelli che mi si rimproverano non sono altro che la logica conseguenza della lotta per l’esistenza che si fanno gli uomini, che per vivere sono obbligati ad impiegare tutti i mezzi possibili. Dal momento che ciascuno deve pensare a se, colui che si trova nella necessità deve agire.

Quando i padroni licenziano gli operai, si preoccupano poco di vederli morire di fame. Tutti coloro che hanno il superfluo si interessano della gente che manca delle cose necessarie? Vi sono alcuni che danno un qualche aiuto, ma sono impotenti a sollevare tutti coloro che si trovano in stato di necessità e che muoiono prematuramente in seguito a privazioni di ogni tipo, o volontariamente suicidandosi, in ogni modo per porre fine a una esistenza miserabile o per non aver potuto sopportare i rigori della fame e l’onta delle innumerevoli umiliazioni senza alcuna speranza di vederle finire. Tutto questo avviene in mezzo all’abbondanza di qualsiasi tipo di prodotto. […]

Cosa può fare colui che pur lavorando manca del necessario? Se non lavora non gli resta che lasciarsi morire di fame, e allora qualcuno getterà qualche parola di pietà sul suo cadavere. Ecco ciò che ho voluto lasciare ad altri. Ho preferito diventare contrabbandiere, falsario, ladro e omicida! Avrei potuto mendicare, ciò è degradante e vigliacco ed è anche punito dalle vostre leggi che fanno della miseria un delitto.Se tutti i bisognosi, invece di aspettare, prendessero dove vi è, e non importa con quale mezzo, può essere che i benestanti comprenderebbero più in fretta che è pericoloso voler conservare l’attuale stato sociale dove l’inquietudine è permanente e la vita è in ogni istante minacciata: finirebbero senza dubbio per comprendere che gli anarchici hanno ragione quando dicono che per avere la tranquillità morale e fisica, bisogna distruggere le cause che producono il crimine e i criminali, invece di sopprimere colui che preferisce prendere violentemente ciò che gli serve per assicurarsi il benessere, piuttosto che morire di una morte lenta dovuta alle privazioni che sopporta. […]

Ecco perchè ho commesso gli atti che mi si rimproverano e che sono la conseguenza logica dello stato barbaro di una società che non fa altro che aumentare il numero delle sue vittime col rigore delle sue leggi che intervengono sugli effetti senza mai toccare le cause. Ebbene, signori, non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere. Creando gli articoli del Codice, i legislatori hanno dimenticato che non attaccavano le cause ma solamente gli effetti e che in tal modo non distruggevano affatto il crimine. […] Cosa bisogna fare allora? Distruggere la miseria, questo genio del crimine, assicurando a ciascuno la soddisfazione di tutti i bisogni. E quanto sarebbe facile realizzarlo! Bisognerebbe stabilire la società su nuove basi in cui tutto sia in comune, in cui ciascuno producendo secondo proprie possibilità e le proprie forze, possa consumare secondo i propri bisogni.

Si lo ripeto, è la società che fa i criminali e voi, giurati, invece di colpire loro dovreste impiegare le vostre forze per trasformare la società. Di colpo sopprimereste tutti i crimini e la vostra opera, attaccando le cause, sarebbe più grande e più feconda di quanto non lo sia la vostra giustizia che si limita a colpire gli effetti.[…] Dove prendete il diritto di uccidere o rinchiudere un uomo che, messo sulla terra con la necessità di vivere, si è visto nella necessità di prendere ciò che gli occorre? […] “

Voglio iniziare questo articolo in merito alle differenti teorie sociologiche (almeno quelle più importanti ed interessanti a parer mio) in materia di criminalità e devianza riportando degli estratti del discorso pronunciato dall’anarchico Francois Koenigstein, famoso con lo pseudonimo di Ravachol, durante il processo che lo avrebbe portato alla ghigliottina. Decisione di introdurre l’articolo con tale dichiarazione perchè ritengo il discorso di Ravachol del 1892 il precursore di tutta la sociologia della devianza e della criminalità  (almeno di una certa corrente che vedremo in seguito) e dal quale si possono estrapolare interessantissimi spunti di analisi e di critica al sistema capitalistico, cosi come alle istituzioni poliziesche e giudiziarie che si impegnano a far rispettare con la forza (il famoso “monopolio della violenza legittima”) una presunta legge neutrale che è in realtà chiara emanazione della volontà della classe dominante di mantenere i propri privilegi.

Tralasciando le teorie funzionaliste di Durkehim, che seppur fondamentali non ritengo inerenti all’idea espressa nella dichiarazione di Ravachol, riguardanti la necessità sociale della devianza in quanto incoraggerebbe la definizione dei confini tra comportamenti socialmente ritenuti “buoni” e quindi accettati e comportamenti inaccettabili in quanto “cattivi”, vorrei iniziare questa mia discesa nella sociologia della devianza parlando di un sociologo importante ma spesso tralasciato, ovvero Kai Erikson. Costui sosteneva che anzichè eliminare completamente la devianza, è più probabile che la società abbia bisogno di mantenerla entro certi limiti accettabili. Lui giunse a concludere che il livello di devianza di una determinata società dipende ed equivale alla sua capacità di gestirlo, espressa dal numero di tribunali, giudici e forze dell’ordine; tutte queste istituzioni, secondo Erikson, hanno un interesse nella criminalità e nella devianza e perciò, piuttosto che eliminarle completamente e di conseguenza eliminandone le cause scatenanti, si accontentano di limitarle e reprimerle.

Passiamo ora alle teorie interazioniste, le quali concepiscono la devianza come un prodotto della società, o per meglio dire un fenomeno socialmente costruito, e si interrogano sul perchè alcuni comportamenti ed alcuni gruppi sociali rispetto ad altri vengano etichettati come “devianti”. La principale teoria interazionista è la teoria dell’etichettamento che concentra la propria attenzione sul rapporto tra i soggetti “devianti” e i non-devianti, interrogandosi sul perchè alcuni individui (e alcune categorie sociali) vengano etichettate come devianti. La conclusione iniziale a cui arrivano i sostenitori di questa teoria evidenzia come i processi di etichettamento tendono ad esprimere la struttura del potere dominante all’interno del contesto sociale, poichè i criteri di definizione del comportamento deviante e i contesti in cui si manifestano tali comportamenti vengono stabiliti da coloro che si ritengono e si auto-etichettano come non devianti (es. è la classe dominante che attraverso la legge stabilisce quali siano i comportamenti devianti e pericolosi che potrebbero destabilizzare l’ordine costituito e minacciare i suoi privilegi per reprimerli con l’uso della violenza); per concludere e sintetizzare le posizioni espresse da questa teoria possiamo sostenere che non esistono atteggiamenti e comportamenti intrinsecamente “devianti”, ma solamente l’artificale definizione di deviante formulata attraverso le leggi e interpretata dalle forze di polizia e dai tribunali che hanno compito punitivo-correttivo, e quindi applicata dall’alto a determinati soggetti e gruppi sociali considerati destabilizzanti per l’ordine sociale, il potere costituito e per la classe dominante.

Arriviamo a questo punto alle teorie del conflitto, chiaramente ispirate dalla teoria marxista, come possiamo vedere nel massimo esponente di questa corrente sociologica, ossia Taylor. Ispirati e fortemente influenzati dalla teoria marxista della lotta di classe, i sociologi esponenti di questa teoria affermano che la devianza è una scelta deliberata, e spesso rappresenta un atto fortemente politico. Gli esponenti della teoria del conflitto respingono quindi l’idea che la devianza sia qualcosa di determinato dalla personalità, dalla biologia e dall’etichettamento; piuttosto ritengono che l’adozione di un comportamento deviante sia una risposta, ed una reazione, cosciente, e quindi politica, per rispondere alle diseguaglianze prodotte dal sistema capitalistico. I comportamenti devianti e considerati criminali messi in atto dalle classi sociali escluse, proletarie ed oppresse sono perciò da considerare come veri e propri atti politici volti a mettere in discussione l’intero ordine sociale e di rapporti di forza che dominano la società, facendo emergere una netta divisione sociale tra la classe oppressa ed esclusa dei proletari e dei lavoratori e la classe dei produttori di capitale e dei detentori dei mezzi di produzione, ovvero la classe dominante degli oppressori.

Nasce dalla teoria del conflitto, la cosi detta “nuova criminologia” che studia la formazione e lo scopo delle leggi all’interno del contesto sociale, terreno di scontro nel quale si svolge la lotta di classe; i teorici della nuova criminologia affermano che le leggi, all’interno della società dominata dalle logiche del Capitalismo, non sono altro che gli strumenti utilizzati dalla classe dominante per conservare la propria posizione di potere e privilegio rispetto alle masse oppresse e sfruttate. Per questo gli esponenti di questa corrente sociologica rifiutano la possibilità dell’esistenza di fantomatiche “leggi neutrali” applicabili indistintamente ad ogni classe e gruppo sociale; loro sottolineano, al contrario, che nel momento in cui aumentano le diseguaglianze tra la classe dominante e quella lavoratrice, la legge diventa uno strumento di repressione ed oppressione nelle mani dei detentori del potere per mantenere l’ordine e i propri privilegi in nome di una presunta “pace sociale”.

Esistono all’interno del variegato panorama della sociologia della devianza anche altre correnti e teorie (una su tutte la teoria del controllo) ma che ho deciso di non prendere in esame perchè, come già detto, ritengo siano poco inerenti con la dichiarazione dell’anarchico Ravachol davanti al tribunale che lo stava condannando alla ghigliottina a causa dei reati da lui commessi. E come disse Ravachol quindi, e anche rifacendosi alla maggior parte delle teorie sopra esposte, possiamo ribadire che “non ci sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere!”. Ma questo non avverrà fin quando si manterrà in vita e si difenderà il sistema capitalistico, principale produttore delle cause del crimine e della devianza e perciò primo bersaglio da abbattere per far trionfare la giustizia proletaria.

 (Arresto dell’anarchico Ravachol)

 

Resistenze Indigene – La Guerriglia dei Modoc

Con l’articolo in cui trattavo la Battaglia di Mactan ho deciso di dare inizio ad una nuova categoria di articoli che riguarderanno le numerose resistenze indigene contro le innumerevoli manifestazioni dell’oppressione e della violenza che hanno caratterizzato la storia del colonialismo e dell’imperialismo europeo nel continente americano, così come in Asia, in Africa e in Oceania. L’articolo scritto in merito alla morte di Magellano per mano del Raja indigeno Lapu Lapu segna così l’inizio di una serie di articoli che prenderà il nome di “Resistenze Indigene”; articoli che saranno volti a riscoprire il tentativo coraggioso dei differenti popoli indigeni di non sottomettersi e di mantenere la propria autonomia politica e culturale dinanzi alla progressiva conquista e all’oppressione europea.

Nell’articolo di oggi si parlerà di quella che è passata alla Storia come “La Guerra dei Modoc” e che riguarda il biennio 1872-1873 nel quale la tribù nativa americana dei Modoc riuscì, con non più di una cinquantina di uomini, a tener testa all’esercito americano e al suo ingente dispiego di uomini e armamenti. Come al solito andiamo con ordine.

I Modoc erano una tribù di nativi americani stanziata sulla costa del Pacifico, nell’Oregon lungo la frontiera caliorniana, territorio che condividevano con un altro popolo a loro culturalmente legato, i Klamaths. I Modoc erano una popolazione di cacciatori-raccoglitori che negli anni ’50 del 1800 iniziò a provare un forte sentimento di ostilità nei confronti degli europei, dopo che questi ultimi si erano macchiati di diversi attacchi di rappresaglia e di violenze contro villaggi Modoc innocenti uccidendo donne e bambini; per questo motivo i Modoc nella figura del loro capo più carismatico e famoso, Kintpuash (noto con il soprannome affibbiatogli dai bianchi di Captain Jack che io cercherò di non utilizzare in questo articolo), decisero di vendicarsi e cercare di fermare l’invasione europea attaccando ogni uomo bianco che si sarebbero addentrato nei loro territori con l’intento di occuparli. Le vendette dei Modoc non si fecero aspettare, infatti durante gli anni ’50 ci fu un escalation di attacchi alle carovane con la conseguente uccisione di coloni e di pionieri. Questi avvenimenti evidenziarono la volontà del popolo Modoc di non cedere e di non sottomettersi alla conquista europea senza combattere.

Intanto negli anni ’60, l’Ufficio per gli Affari Indiani decise che sia i Modoc che i Klamaths avrebbero dovuto abbandonare le loro terre per esser condotti e rinchiusi in una riserva stabilità dal governo americano. Questo provvedimento fu preso per tentare di placare il carattere riottoso e ostile del popolo Modoc e per cercare di piegare la loro volontà di autonomia e resistenza al dominio americano; i Modoc dimostrando per l’ennesima volta il loro atteggiamento ostile all’uomo bianco che tentava di sottometterli e di espropriarli delle terre e della libertà, rifiutarono il trasferimento nella riserve rifugiandosi lungo il fiume Lost, a nord della frontiera californiana.

il 28 novembre del 1872, il maggior generale giunse nei pressi del fiume Lost insieme a una quarantina di soldati per catturare Kintpuash e riportarlo alla riserva; la tensione sfociò in uno scontro armato che vide la morte di un soldato e di tre Modoc. A seguito di questo scontro i Modoc fuggirono nuovamente, questa volta in direzione del Lava Beds a sud del lago Tule nella California settentrionale, uccidendo al loro passaggio diciotto coloni ma risparmiando donne e bambini.

Il 16 gennaio del 1873, il generale maggiore Frank Wheaton, seguito da circa quattrocento uomini, mosse verso Lava Beds, diventata roccaforte dei ribelli Modoc, deciso a riportare l’ordine e a ripulire quella che lui definì “terra di nessuno”. Durante i primi giorni di questa campagna militare, i soldati stanziati in quella zona rocciosa e desertica caratterizzata da crepacci e caverne naturali, incontrarono solamente un ribelle Modoc; nonostante questo apparente immobilismo della campagna militare, i Modoc, che attuarono una vera e propria guerriglia sfruttando il territorio ostile e sconosciuto ai soldati americani, riuscirono in quei giorni a uccidere sedici soldati e a ferirne altri quarantaquattro.

Arrivati a questo punto, vedendo l’impossibilità di uno sviluppo e di una conclusione militare del conflitto contro i ribelli Modoc, una delegazione governativa americana intraprese dei negoziati con i rappresentanti della tribù, tra cui Kintpuash, che però sfociarono l’11 aprile in un vero e proprio massacro attuato dai Modoc ai danni dei rappresentanti governativi delle trattative di pace. La decisione di Kintpuash e degli altri rappresentanti della tribù di compiere il massacro era stata presa dopo che la commissione di pace propose nuovamente ai Modoc di trasferirsi in una riserva e sopratutto di processare i ribelli colpevoli dell’omicidio dei coloni.

Dopo questo fatto la repressione governativa dei ribelli Modoc si fece più dura; il 15 aprile infatti il maggiore Alvan C. Gillen si mise in marcia verso la regione di Lava Bends tagliando ai Modoc tutte le riserve d’acqua, in modo da indebolirli e portarli cosi a deporre le armi. I ribelli rimasero invisibili fino al 26 aprile, data in cui tennero un’imboscata al maggiore Evan Thomas nella quale furono uccisi due tenenti e diciotto soldati, mentre un’altra ventina di uomini rimase ferita. Successivamente a questo ennesima azione di guerriglia Modoc, il comando della campagna militare per sedare la resistenza dei ribelli passo nelle mani del generale Jefferson Davis, anche se fu il capitano Henry Hasbrouk a dirigere l’ultimo fase della guerra contro i Modoc.

Il 10 maggio 1973 i Modoc sferrarono la loro ultima offensiva contro il campo del capitano Hasbrouk situato nei pressi di Dry Lake. Nonostante fossero stati presi di sorpresa i soldati di Hansbrouk riuscirono a contrastare l’attacco dei ribelli, infliggendo ai Modoc la prima vera sconfitta dall’inizio della guerra. Al termine dello scontro i ribelli sopravvissuti, tra cui Kintpuash, furono catturati e scortati come prigionieri di guerra a Fort Klamath, dove in seguito ad un processo furono condannati a morte e quindi impiccati.

Termina così l’intensa resistenza Modoc e la Guerra contro i soldati americani. Resistenza che nonostante si sia dimostrata mossa dall’assoluta volontà dei ribelli Modoc di non privarsi della propria libertà e di non sottomettersi al dominio americano senza combattere, ha purtroppo decretato (come spesso accade nella Storia) la vittoria dell’esercito americano, proiezione del dominio europeo ed occidentale e del suo tentativo di egemonizzare qualsiasi popolazione considerata inferiore, primitiva e selvaggia. Nonostante tutto i “selvaggi” e “primitivi” Modoc riuscirono a infliggere gravi perdite all’esercito, resistendo per ben due anni alla superiorità militare americana grazie alla loro guerriglia rurale e sfruttando il territorio che conoscevano bene. Alla fine furono rinchiusi in una riserva e domati gli uomini, ma non lo spirito ribelle del popolo Modoc ostile a qualsiasi tentativo di sottomissione e privazione di autonomia.

 

 

Resistenze Indigene – La Battaglia di Mactan

Qualche giorno fa, precisamente il 27 aprile, è caduto l’anniversario della Battaglia di Mactan, battaglia nella quale perse la vita il famoso navigatore e conquistatore Ferdinando Magellano. E visto che in questo blog non parlo solamente di anarchismo e antropologia (che pur rimangono gli argomenti principali), ma anche di storia (sopratutto quella che riguarda le popolazioni indigene extraeuropee), oggi ho deciso di focalizzare la mia attenzione sulla Battaglia di Mactan per scriver questo articolo. Ma andiamo con ordine, spiegando premesse e avvenimenti di questa battaglia.

La Battaglia di Mactan fu combattuta il 27 aprile 1521 sull’Isola di Mactan, nelle attuali Filippine, tra Ferdinando Magellano e i soldati spagnoli e i guerrieri indigeni dell’isola guidati dal capo Lapu-Lapu.

Le premesse dello scontro dell’Isola di Mactan possono essere ritrovate nel secondo sbarco di Magellano a Cebu, avvenuto il 14 aprile, dove il navigatore portoghese aveva intessuto relazioni amichevoli con il Raja Humabon; quest’ultimo aveva deciso in quei giorni di sottomettersi alla corona spagnola incarnata dalla figura di Magellano e di convertirsi al Cristianesimo per assicurarsi l’alleanza della Spagna. A causa di questa sottomissione (opportunistica) di Humabon, Magellano si decise a voler dimostrare al Raja che, nel caso avesse avuto bisogno di aiuto militare per rafforzare il proprio potere e legittimare la propria autorità sui territori vicini, le forze spagnole sarebbero state in prima linea sul campo di battaglia; si evidenzia in questo modo la totale disponibilità di sostegno militare di Magellano e dei suoi soldati al Raja Humabon.

Allo stesso tempo in quei giorni il Raja dell’Isola di Mactan, Lapu Lapu, si era ribellato all’autorità di Humabon rifiutandosi di accogliere sulla sua isola e di offrire assistenza a Magellano e i suoi uomini, nuovi alleati e ospiti del Raja di Cebu. La mancata accoglienza e la decisione di ribellarsi a Humabon era stata dettata dal rancore provato da Lapu Lapu vero Magellano e i soldati spagnoli; questi ultimi infatti avevano commesso nei giorni precedenti atroci violenze ai danni della popolazione indigena locale, tra le quali le violenze ai danni delle donne e l’incendio delle abitazioni.

L’occasione della rivolta armata degli indigeni di Mactan contro l’autorità di Humabon fu il pretesto perfetto per Magellano per attaccare l’isola e dimostrare al Raja Humabon la superiorità militare degli spagnoli e per cementare sul campo la loro alleanza. Sull’onda dell’entusiasmo per sedare la rivolta di Lapu Lapu e dei suoi uomini, nella notte a cavallo tra il 26 ed il 27 di aprile, 3 battelli con a bordo 60 soldati spagnoli armati partirono alla volta dell’Isola di Mactan.

L’intenzione iniziale del navigatore portoghese era quella di offrire a Lapu Lapu una pace preventiva e totalmente sfavorevole per il Raja indigeno in modo da assicurarsi la sua sottomissione alla corona spagnola; se Lapu Lapu avesse rifiutato la trattativa di pace e le condizioni imposte da Magellano sarebbe stata guerra. E così è stato, poichè Lapu Lapu non aveva alcuna intenzione di sottomettersi alla dominazione spagnola. A questo punto, all’alba del 27 aprile, Magellano decise di scendere sulla terra ferma a capo di una cinquantina di soldati equipaggiati con armi sconosciute agli indigeni, Arrivati a riva i soldati si trovarono ad accoglierli più di millecinquecento indigeni armati di frecce e lance. Iniziò cosi uno scontro mortale che portò alla morte di Magellano per mano del Raja Lapu Lapu. Oltre al navigatore portoghese, nello scontro armato morirono anche otto soldati spagnoli e una quindicina di guerrieri indigeni.

Lapu Lapu e i suoi uomini armati di sole frecce e lance riuscirono fronteggiare e sconfiggere i soldati spagnoli e Magellano che volevano privarli della loro libertà, sottomettendoli al dominio imperialista e coloniale della corona spagnola.

Questo evento rappresenta solamente una delle innumerevoli rivolte e resistenze mosse dalle popolazioni indigene per tentare di contrastare l’espansione imperialista e l’invasione europea dei loro territori. Lapu Lapu incarna alla perfezione la lotta di resistenza del mondo indigeno contro la presunta superiorità della civiltà europea che è stata imposta con la forza durante la Storia attraverso l’imperialismo ed il colonialismo. Resistenze indigene che continuano ancora oggi dinanzi a fenomeni di natura neo-imperialista atti a devastare e saccheggiare i territori indigeni in nome del Capitale e della presunta superiorità (in termini evoluzionistici) dell’Occidente, che proietta la sua immagine di incarnazione di progresso e civiltà sul mondo indigeno ritenuto erroneamente primitivo, arretrato e perciò non ancora evoluto. Nonostante questa sua “arretratezza” il mondo indigeno, attraverso le sue rivolte e resistenze, ha dimostrato però più volte di poter sconfiggere la “superiorità” e l’arroganza della civiltà occidentale; e la Battaglia di Mactan è solo uno dei tantissimi esempi di resistenze indigene.

A Proposito di Disuguaglianza e Sfruttamento nella Società Primitiva – P.Clastres

Ricollegandomi ad uno dei temi maggiormente affrontati in questo blog, non che uno dei principali argomenti trattati nei primissimi articoli, ho decido di riportare un estratto di “L’Anarchia Selvaggia” opera antropologica scritta dal francese Pierre Clastres (antropologo e opera che mi diedero la spinta per aprire questo blog) sul tema dello sfruttamento, della disuguaglianza sociale e della divisione del lavoro all’interno della società primitiva. Società primitiva che Clastres ama definire “contro lo Stato” proprio perchè si oppone all’emergere della divisione sociale tra chi governa e chi viene governato, cosi come alla disuguaglianza economica tra chi sfrutta e chi viene sfruttato. Di seguito troverete l’estratto:

“Poichè ne impedisce la comparsa, la società primitiva ignora la differenza tra ricchi e poveri, la contrapposizione tra sfruttatori e sfruttati, il dominio del capo sulla società. Il modo di produzione domestico che assicura l’autarchia economica della comunità in quanto tale, permette l’autonomia dei gruppi parentali che compongono l’insieme sociale e anche l’indipendenza degli individui. Tranne quella relativa al sesso, nella società primitiva non esiste infatti alcuna divisione del lavoro. Ogni individuo è in qualche misura polivalente: gli uomini sanno far tutto quello che gli uomini devono saper fare, le donne sanno svolgere tutte le mansioni che ogni donna deve saper svolgere.

Nell’ordine del sapere e del saper-fare, a nessun individuo viene attribuita un’inferiorità che possa lasciare spazio alle imprese di un altro più dotato e meglio fornito: il gruppo parentale della “vittima” contesterebbe subito la vocazione dell’apprendista-sfruttatore.

Gli etnologi hanno fatto a gara nel rilevare l’indifferenza dei selvaggi rispetto ai propri beni e possessi, che rifabbricano facilmente quando sono consumati o rotti, e l’assenza di qualsiasi desiderio di accumulazione. E perchè mai dovrebbe esserci un desiderio del genere? L’attività di produzione è esattamente commisurata alla soddisfazione dei bisogni e non va oltre; la produzione di un surplus è del tutto possibile nell’economia primitiva, ma anche del tutto inutile: a che servirebbe? D’altra parte l’attività di accumulazione (produzione di un surplus inutile) in questo tipo di società potrebbe essere solamente un’impresa strettamente individuale e l’ “imprenditore” potrebbe contare solo sulle sue forze, poichè lo sfruttamento degli altri sarebbe sociologicamente impossibile.

Immaginiamo tuttavia che, nonostante la solitudine del proprio impegno, l’imprenditore selvaggio riesca, con il sudore della fronte, a costituire una riserva di risorse della quale, non dimentichiamolo, non sa che farsene, perchè si tratta di un surplus di una quantità di beni non necessari che non servono alla soddisfazione dei bisogni. Che succederebbe allora? Semplicemente, la comunità lo aiuterebbe a consumare quelle risorse gratuite: l’uomo fattosi così ricco con le proprie mani vedrebbe svanire la sua ricchezza in un batter d’occhio nelle mani dei suoi vicini. La realizzazione del desiderio di accumulazione si ridurrebbe cosi a un puro fenomeno di autosfruttamento dell’individuo e di sfruttamento del ricco da parte della comunità.

I selvaggi sono abbastanza assennati da non cedere a questa follia: la società primitiva funziona in modo da rendere impossibili la disuguaglianza, lo sfruttamento e la divisione.”