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“Non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere” – Teorie Sociologiche della Devianza

“Se prendo la parola non è per difendermi degli atti di cui mi si accusa, poichè solo la società che con la sua organizzazione mette gli uomini in continua lotta gli uni con gli altri, è l’unica responsabile. Atti del genere di quelli che mi si rimproverano non sono altro che la logica conseguenza della lotta per l’esistenza che si fanno gli uomini, che per vivere sono obbligati ad impiegare tutti i mezzi possibili. Dal momento che ciascuno deve pensare a se, colui che si trova nella necessità deve agire.

Quando i padroni licenziano gli operai, si preoccupano poco di vederli morire di fame. Tutti coloro che hanno il superfluo si interessano della gente che manca delle cose necessarie? Vi sono alcuni che danno un qualche aiuto, ma sono impotenti a sollevare tutti coloro che si trovano in stato di necessità e che muoiono prematuramente in seguito a privazioni di ogni tipo, o volontariamente suicidandosi, in ogni modo per porre fine a una esistenza miserabile o per non aver potuto sopportare i rigori della fame e l’onta delle innumerevoli umiliazioni senza alcuna speranza di vederle finire. Tutto questo avviene in mezzo all’abbondanza di qualsiasi tipo di prodotto. […]

Cosa può fare colui che pur lavorando manca del necessario? Se non lavora non gli resta che lasciarsi morire di fame, e allora qualcuno getterà qualche parola di pietà sul suo cadavere. Ecco ciò che ho voluto lasciare ad altri. Ho preferito diventare contrabbandiere, falsario, ladro e omicida! Avrei potuto mendicare, ciò è degradante e vigliacco ed è anche punito dalle vostre leggi che fanno della miseria un delitto.Se tutti i bisognosi, invece di aspettare, prendessero dove vi è, e non importa con quale mezzo, può essere che i benestanti comprenderebbero più in fretta che è pericoloso voler conservare l’attuale stato sociale dove l’inquietudine è permanente e la vita è in ogni istante minacciata: finirebbero senza dubbio per comprendere che gli anarchici hanno ragione quando dicono che per avere la tranquillità morale e fisica, bisogna distruggere le cause che producono il crimine e i criminali, invece di sopprimere colui che preferisce prendere violentemente ciò che gli serve per assicurarsi il benessere, piuttosto che morire di una morte lenta dovuta alle privazioni che sopporta. […]

Ecco perchè ho commesso gli atti che mi si rimproverano e che sono la conseguenza logica dello stato barbaro di una società che non fa altro che aumentare il numero delle sue vittime col rigore delle sue leggi che intervengono sugli effetti senza mai toccare le cause. Ebbene, signori, non vi sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere. Creando gli articoli del Codice, i legislatori hanno dimenticato che non attaccavano le cause ma solamente gli effetti e che in tal modo non distruggevano affatto il crimine. […] Cosa bisogna fare allora? Distruggere la miseria, questo genio del crimine, assicurando a ciascuno la soddisfazione di tutti i bisogni. E quanto sarebbe facile realizzarlo! Bisognerebbe stabilire la società su nuove basi in cui tutto sia in comune, in cui ciascuno producendo secondo proprie possibilità e le proprie forze, possa consumare secondo i propri bisogni.

Si lo ripeto, è la società che fa i criminali e voi, giurati, invece di colpire loro dovreste impiegare le vostre forze per trasformare la società. Di colpo sopprimereste tutti i crimini e la vostra opera, attaccando le cause, sarebbe più grande e più feconda di quanto non lo sia la vostra giustizia che si limita a colpire gli effetti.[…] Dove prendete il diritto di uccidere o rinchiudere un uomo che, messo sulla terra con la necessità di vivere, si è visto nella necessità di prendere ciò che gli occorre? […] “

Voglio iniziare questo articolo in merito alle differenti teorie sociologiche (almeno quelle più importanti ed interessanti a parer mio) in materia di criminalità e devianza riportando degli estratti del discorso pronunciato dall’anarchico Francois Koenigstein, famoso con lo pseudonimo di Ravachol, durante il processo che lo avrebbe portato alla ghigliottina. Decisione di introdurre l’articolo con tale dichiarazione perchè ritengo il discorso di Ravachol del 1892 il precursore di tutta la sociologia della devianza e della criminalità  (almeno di una certa corrente che vedremo in seguito) e dal quale si possono estrapolare interessantissimi spunti di analisi e di critica al sistema capitalistico, cosi come alle istituzioni poliziesche e giudiziarie che si impegnano a far rispettare con la forza (il famoso “monopolio della violenza legittima”) una presunta legge neutrale che è in realtà chiara emanazione della volontà della classe dominante di mantenere i propri privilegi.

Tralasciando le teorie funzionaliste di Durkehim, che seppur fondamentali non ritengo inerenti all’idea espressa nella dichiarazione di Ravachol, riguardanti la necessità sociale della devianza in quanto incoraggerebbe la definizione dei confini tra comportamenti socialmente ritenuti “buoni” e quindi accettati e comportamenti inaccettabili in quanto “cattivi”, vorrei iniziare questa mia discesa nella sociologia della devianza parlando di un sociologo importante ma spesso tralasciato, ovvero Kai Erikson. Costui sosteneva che anzichè eliminare completamente la devianza, è più probabile che la società abbia bisogno di mantenerla entro certi limiti accettabili. Lui giunse a concludere che il livello di devianza di una determinata società dipende ed equivale alla sua capacità di gestirlo, espressa dal numero di tribunali, giudici e forze dell’ordine; tutte queste istituzioni, secondo Erikson, hanno un interesse nella criminalità e nella devianza e perciò, piuttosto che eliminarle completamente e di conseguenza eliminandone le cause scatenanti, si accontentano di limitarle e reprimerle.

Passiamo ora alle teorie interazioniste, le quali concepiscono la devianza come un prodotto della società, o per meglio dire un fenomeno socialmente costruito, e si interrogano sul perchè alcuni comportamenti ed alcuni gruppi sociali rispetto ad altri vengano etichettati come “devianti”. La principale teoria interazionista è la teoria dell’etichettamento che concentra la propria attenzione sul rapporto tra i soggetti “devianti” e i non-devianti, interrogandosi sul perchè alcuni individui (e alcune categorie sociali) vengano etichettate come devianti. La conclusione iniziale a cui arrivano i sostenitori di questa teoria evidenzia come i processi di etichettamento tendono ad esprimere la struttura del potere dominante all’interno del contesto sociale, poichè i criteri di definizione del comportamento deviante e i contesti in cui si manifestano tali comportamenti vengono stabiliti da coloro che si ritengono e si auto-etichettano come non devianti (es. è la classe dominante che attraverso la legge stabilisce quali siano i comportamenti devianti e pericolosi che potrebbero destabilizzare l’ordine costituito e minacciare i suoi privilegi per reprimerli con l’uso della violenza); per concludere e sintetizzare le posizioni espresse da questa teoria possiamo sostenere che non esistono atteggiamenti e comportamenti intrinsecamente “devianti”, ma solamente l’artificale definizione di deviante formulata attraverso le leggi e interpretata dalle forze di polizia e dai tribunali che hanno compito punitivo-correttivo, e quindi applicata dall’alto a determinati soggetti e gruppi sociali considerati destabilizzanti per l’ordine sociale, il potere costituito e per la classe dominante.

Arriviamo a questo punto alle teorie del conflitto, chiaramente ispirate dalla teoria marxista, come possiamo vedere nel massimo esponente di questa corrente sociologica, ossia Taylor. Ispirati e fortemente influenzati dalla teoria marxista della lotta di classe, i sociologi esponenti di questa teoria affermano che la devianza è una scelta deliberata, e spesso rappresenta un atto fortemente politico. Gli esponenti della teoria del conflitto respingono quindi l’idea che la devianza sia qualcosa di determinato dalla personalità, dalla biologia e dall’etichettamento; piuttosto ritengono che l’adozione di un comportamento deviante sia una risposta, ed una reazione, cosciente, e quindi politica, per rispondere alle diseguaglianze prodotte dal sistema capitalistico. I comportamenti devianti e considerati criminali messi in atto dalle classi sociali escluse, proletarie ed oppresse sono perciò da considerare come veri e propri atti politici volti a mettere in discussione l’intero ordine sociale e di rapporti di forza che dominano la società, facendo emergere una netta divisione sociale tra la classe oppressa ed esclusa dei proletari e dei lavoratori e la classe dei produttori di capitale e dei detentori dei mezzi di produzione, ovvero la classe dominante degli oppressori.

Nasce dalla teoria del conflitto, la cosi detta “nuova criminologia” che studia la formazione e lo scopo delle leggi all’interno del contesto sociale, terreno di scontro nel quale si svolge la lotta di classe; i teorici della nuova criminologia affermano che le leggi, all’interno della società dominata dalle logiche del Capitalismo, non sono altro che gli strumenti utilizzati dalla classe dominante per conservare la propria posizione di potere e privilegio rispetto alle masse oppresse e sfruttate. Per questo gli esponenti di questa corrente sociologica rifiutano la possibilità dell’esistenza di fantomatiche “leggi neutrali” applicabili indistintamente ad ogni classe e gruppo sociale; loro sottolineano, al contrario, che nel momento in cui aumentano le diseguaglianze tra la classe dominante e quella lavoratrice, la legge diventa uno strumento di repressione ed oppressione nelle mani dei detentori del potere per mantenere l’ordine e i propri privilegi in nome di una presunta “pace sociale”.

Esistono all’interno del variegato panorama della sociologia della devianza anche altre correnti e teorie (una su tutte la teoria del controllo) ma che ho deciso di non prendere in esame perchè, come già detto, ritengo siano poco inerenti con la dichiarazione dell’anarchico Ravachol davanti al tribunale che lo stava condannando alla ghigliottina a causa dei reati da lui commessi. E come disse Ravachol quindi, e anche rifacendosi alla maggior parte delle teorie sopra esposte, possiamo ribadire che “non ci sono criminali da giudicare ma le cause del crimine da distruggere!”. Ma questo non avverrà fin quando si manterrà in vita e si difenderà il sistema capitalistico, principale produttore delle cause del crimine e della devianza e perciò primo bersaglio da abbattere per far trionfare la giustizia proletaria.

 (Arresto dell’anarchico Ravachol)

 

Decreto Minniti sulla Sicurezza Urbana: Guerra ai Poveri, agli Ultimi e agli Esclusi

Nel mondo attuale, quello che l’antropologo Marc Augè definisce “surdmodernità”, pensare al corpo sociale come una mera e netta divisione tra le due classi evidenziate dalla critica marxista, ovvero quella proprietaria-capitalista e quella proletaria-lavoratrice, potrebbe essere una riduzione della complessità sociale tanto da rendere impossibile il nostro tentativo di comprensione della realtà surmoderna e della sua divisione sociale. Infatti, sempre riprendendo l’analisi di Augè, la realtà surmoderna presenta tre ordini sociali (o meglio tre classi se vogliamo utilizzare un lessico fortemente marxista) che in un certo modo ampliano la visione marxista della società divisa tra classe privilegiata di proprietari dei mezzi di produzione e classe proletaria che vende il proprio lavoro venendo sfruttata. Queste tre nuove classi sociali, caratteristiche principali della surmodernità, sono rappresentate dagli oligarchi, i consumatori e gli esclusi. Gli oligarchi non differiscono da ciò che rappresenta(va) la classe proprietaria-capitalista, poichè anch’essi concentrano nelle loro mani potere politico e potere economico, ricoprendo in questo modo il ruolo di classe dirigente che sottomette e sfrutta il resto della massa sociale. I consumatori rappresentano la maggioranza della popolazione surmoderna, una massa anonima che si muove a seconda delle logiche del consumo e del mercato. All’ultimo gradino della gerarchia sociale surmoderna troviamo gli esclusi, coloro che, a cause di svariate ragioni, non partecipano al mercato mosso dalle logiche del consumo esasperato.

Vi starete chiedendo il perchè di questo corposo incipit, giustamente. La risposta è semplice: la categoria sociale degli esclusi presentata da Marc Augè mi permette di collegarmi al tema trattato in questo articolo, ovvero l’approvazione alla Camera del decreto Minniti sull’immigrazione e sulla sicurezza urbana.

Infatti, il 12 aprile la Camera ha approvato il decreto Minniti, che era stato presentato a febbraio, rendendolo di fatto legge. In passati articoli di un paio di mesi fa spesi già parole in merito al suddetto decreto, concentrandomi sulla questione dell’immigrazione e sui cambiamenti che avrebbe introdotto il ministro Minniti, primo su tutti l’introduzione di nuovi centri per la detenzione ed il rimpatrio delle persone migranti denominati CPR (Centri Permanenti per il Rimpatrio), passando in questo modo dai 4 attuali CIE presenti sul territorio italiano ai 20 nuovi centri di detenzione e rimpatrio che saranno sparsi su tutta la penisola, uno per regione.

Avendo già parlato ampiamente del decreto Minniti in merito alla questione dell’immigrazione in altri articoli e avendo sempre lasciato da parte la questione della sicurezza urbana anch’essa presente nel suddetto decreto, oggi mi voglio concentrare proprio su questa seconda parte cercando di dare un commento e muovere una dura critica a questa ennesima guerra ai poveri da parte delle istituzioni statali.

“…necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano.” Si apre in questo modo la parte in merito alla sicurezza urbana del decreto Minniti. Un decreto dal carattere fortemente repressivo e liberticida nelle sue misure volte a mantenere il decoro urbano e al controllo ossessivo delle manifestazioni di dissenso sociale. Il testo del decreto evidenzia infatti una ossessiva preoccupazione per il mantenimento della sicurezza e dell’ordine stabilito, che in un momento di forte crisi economica, di diseguaglianza sociale e di possibili tensioni non può che rappresentare l’ordine e la sicurezza della classe che governa ai danni delle classi meno abbienti.

Il decreto Minniti mostra, senza vergogna, la sua natura poliziesca e repressiva e il suo tentativo securitario di controllare, prevenire e reprimere qualsivoglia manifestazione di dissenso o conflitto sociale, definendo gli atti di insubordinazione sociale come un presunto attacco e disturbo del “decoro urbano”. Ogni manifestazione di dissenso, di malessere sociale, di tensione, poichè interpretate dal decreto come “pericolo per l’ordine pubblico”, riceveranno come unica risposta la repressione violenta e poliziesca.

Una delle misure introdotte da Minniti è il “daspo urbano” volto a colpire chiunque manifesti comportamenti o azioni contrari al pubblico decoro, comportamenti e azioni percepiti come sintomo di degrado e quindi considerati un pericolo, o semplicemente un fastidio, per l’ordine e per il decoro urbano. Questa misura andrà perciò a colpire le classi sociali in difficoltà, gli ultimi, gli esclusi, ovvero chiunque che all’interno della surmodernità capitalistica, citando direttamente Augè, non fa pate della massa di consumatori, risultando in questo modo un pericolo per la classe oligarchica che governa e che muove l’economia ed il mercato. Il daspo urbano andrà a colpire presumibilmente chi chiede l’elemosina, chi vive per strada, i venditori ambulanti privi di permesso, gli occupanti di immobili a scopo abitativo e tutta una serie di categorie sociali escluse che lottano per sopravvivere all’interno del contesto urbano. Il daspo prevede per queste categorie sociali l’ordine di allontanamento dal luogo in cui essi hanno tenuto la loro condotta contraria al decoro urbano.

Le principali tendenze che emergono dal decreto Minniti, come evidenziato sopra, sono quindi, da una parte l’ossessione per la sicurezza e l’ordine pubblico che si tramuta in una lotta al “degrado” (e quindi una lotta agli ultimi, ai poveri e agli esclusi), e dall’altra la repressione e la prevenzione, non che il vero proprio impedimento di manifestazione del dissenso e della protesta sociale, in un ottica di controllo sempre più esteso di ogni forma possibili di conflitto e tensione.

Il decreto Minniti si dimostra uno strumento fondamentale nella lotta di classe, parlando sempre in termini marxisti. Infatti risulta essere lo strumento perfetto per le classi governanti e dirigenti per mantenere i propri privilegi, attaccando direttamente le classi subordinate e meno abbienti in modo da rendere impossibile e placare sul nascere ogni possibile manifestazione di dissenso e di tensione sociale. Il suddetto decreto funge da ennesimo strumento repressivo, oppressivo e violento che, mascherandosi dietro una presunta “lotta al degrado”, in realtà mostra il suo reale intento di combattere i poveri, gli ultimi e gli esclusi, ovvero quelle categorie sociali che potrebbero incanalare la tensione proveniente dalle diseguaglianze socio-economiche attuali in un duro attacco alle istituzioni e all’ordine vigente. Come al solito la classe che governa quando parla di “ordine e sicurezza” sta in realtà parlando del mantenimento di quell’ordine e di quella sicurezza che giovano a lei, ai suoi interessi e al mantenimento dei suoi privilegi, reprimendo con misure poliziesche e liberticide il dissenso, la tensione ed il conflitto che emergono dalle classi subordinate. Il decreto Minniti è la rappresentazione delle paure borghesi della surmodernità; e come insegna la storia, quando la borghesia ha paura e quando le diseguaglianze sociali-economiche crescono, l’unica risposta istituzionale è il controllo, la repressione e l’oppressione violenta e poliziesca della classe subordinata e del dissenso di cui si fa portatrice. L’unica risposta istituzionale è l’ennesima guerra ai poveri, agli ultimi e agli esclusi della surmodernità capitalistica.

Dopo tutto la storia della lotta di classe ci ha abituati a questo tipo di misure governative volte a reprimere prima con le leggi, poi con la vera e propria violenza poliziesca, ogni qualsiasi tensione, conflitto o manifestazione di dissenso emerso dalla diseguaglianza e dalle difficoltà socio-economiche che subisce la classe subordinata. Basti pensare alla repressione dei “moti per il pane” di Milano nel 1889, quando il “feroce monarchico Bava gli affamati con il piombo sfamò”…ma questa è un’altra storia.

 

“Chiediamo Terra, ci danno Piombo” – Riforma Agraria e Massacro di Casas Viejas

Nella Spagna della Seconda Repubblica (1931-36) la percentuale dei lavoratori impegnati nell’agricoltura era ancora elevata nonostante stesse iniziando anche in terra iberica il processo di industrializzazione. La struttura della proprietà terriera è ancora saldamente ancorata ad un modello latifondista; infatti agli inizi degli anni ’30 il 3,5% dei proprietari terrieri che risiedevano nella capitale Madrid, possedevano la maggior parte delle terre coltivate. Questa situazione di privilegio si scontra con la situazione di malcontento delle famiglie di braccianti e dei piccoli contadini che iniziano a manifestare questa loro fame di terra.

La Seconda Repubblica spagnola, che vedeva a capo del governo Manuel Azaña e il cattolico Alcalà Zamora in veste di presidente, promette fin dai suoi primi passi un processo di mutamento radicale, sopratutto per quanto riguarda la situazione delle campagne e delle classi agricole. E’ per questo motivo che nel maggio 1931 viene presentata la proposta di riforma agraria che sarebbe stata applicata da un apposito Instituto de Reforma Agraria. Questa riforma agraria, tutt’altro che moderata, inizia a far emergere i malumori dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri che si coalizzano in difesa delle loro terre e stringono alleanze con le gerarchie militari per provare a boicottare la temuta riforma.

Nell’estate del 1932 accadde un fatto di fondamentale importanza all’interno del contesto di riforma agraria. Infatti il capo della Guardia Civil, il generale Sanjuro, prova ad avviare un golpe contro la Repubblica a Siviglia che però fallisce grazie soprattutto alla eroica opposizione delle forze popolari. Il golpe organizzato da Sanjuro aveva come finalità principale quella di annullare la riforma agraria in modo da difendere i privilegi dei latifondisti e dei grandi proprietari terrieri. Il governo repubblicano evita di punire in modo esemplare Sanjuro per evitare un peggioramento dei rapporti con le forze armate. Ma in questo modo dimostra la propria estrema debolezza e la subordinazione del potere politico a quello militare incarnato dalla Guardia Civil.

Quello che è accaduto nell’estate del ’32 da il colpo di grazia alla riforma agraria, segnando il suo fallimento completo. La reazione nelle campagne arrivò immediatamente; nelle zone rurali aumentarono le tensioni sociali tra classe contadina, al grido di “terra a chi la lavora” (che evoca la famosa formula usata da Emiliano Zapata durante la rivoluzione messicana, “Tierra y Libertad”) e latifondisti, il tutto condito con la brutale repressione della Guardias de Asalto (polizia repubblicana) ai danni dei contadini. Nel Gennaio del 1933 iniziano le insurrezioni nelle campagne; numerosi contadini andalusi rispondono all’appello insurrezionale della CNT-FAI e si apprestano a disarmare la Guardia Civil proclamando il “comunismo libertario”. Il gesto probabilmente di maggior valor simbolico è stata l’occupazione degli archivi comunali con la conseguenza di aver dato alle fiamme i documenti che attestano la proprietà terriera.

All’interno di questo contesto insurrezionale, di fallimento della riforma agraria, di scontri sociali tra contadini e latifondisti e di brutalità repressiva delle forze armate, avviene un fatto che è passato alla storia come il “massacro di Casas Viejas”. Casas Viejas era un piccolo villaggio andaluso vicino a Jerez de la Frontera, nel quale una famiglia di anarchici (i Seisdedos) convinta della via insurrezionale intrapresa e decisa a non cedere alla brutalità della polizia repubblicana, non si arrese decidendo di barricarsi in casa per resistere e rispondere all’assalto e al fuoco della Guardia Civil. Nonostante la situazione fosse chiaramente sotto il contro delle forze poliziesche della Guardia Civil in quanto gli insorti erano assediati e non avrebbero potuto resistere al fuoco nemico a lungo, le forze repressive della Guardias de Asalto appena giunte sul posto decisero di reprimere nel sangue la rivolta di questa famiglia anarchica. La casa venne incendiata e le persone che provarono a fuggire vennero fucilate dalla Guardias de Asalto; non soddisfatte le forze armate repubblicane arrestano nel paese decine di uomini accusati di legami con l’insurrezione degli anarchici; questi vennero portati nei pressi della casa ormai distrutta e data alle fiamme per poi essere fucilati. Alla fine degli scontri si contarono una ventina di morti, tra cui anche donne e anziani che non rappresentavano assolutamente un pericolo per l’ordine pubblico.

La CNT e la FAI denunciarono questo massacro e accusarono il governo repubblicano di aver risposto al malcontento del proletariato rurale dovuto alla mancata riforma agraria con la repressione e la brutale violenza delle forze armate e di polizia. Nelle campagne spagnole e nelle zone rurali, successivamente al massacro di Casas Viejas, inizia a diffondersi lo slogan “Chiediamo terra e ci danno piombo!” (che riporta alla memoria la risposta del monarchico Bava alla popolazione milanese che manifestava per la fame) che segna l’inizio dell’allontanamento del consenso contadino al governo repubblicano-socialista.

La Violenza Urbana Esercitata dalla Città sull’Individuo

 

Quando si pensa al termine “Violenza Urbana” le prime immagini che ci vengono in mente sono quelle degli scontri di piazza che sfociano nella violenza diffusa esercitata dagli individui sulle cose, siano esse proprietà private come auto o negozi, siano esse proprietà comuni. In realtà in questa analisi con “Violenza Urbana” voglio sottolineare esattamente l’opposto, ovvero la violenza che il contesto urbano e la sua organizzazione votata al controllo e alla repressione esercitano sulle vite degli individui che abitano le città.

Credo infatti sia giunto il momento di iniziare un serio discorso e una cruda analisi in grado di mettere in luce la tensione esistente tra l’intento repressivo dell’organizzazione urbana e le strategie di resistenza e liberazione messe in atto da chi vive in questo contesto, ovvero di tutti coloro che sentendosi oppressi dall’organizzazione delle città provano a sperimentare forme nuove ed alternative di convivenza e modi d’uso creativo dello spazio cittadino.

L’organizzazione dello spazio urbano è per sua natura progettata per addomesticare I cittadini: è uno spazio alienante, repressivo e frustrante, pieno di regole da rispettare e di sguardi indiscreti. In questo momento storico la tendenza generale è quella di costruire agglomerati urbani dove gli abitanti sono sottoposti al costante e ossessivo controllo da parte delle varie autorità e del loro braccio armato, le forze dell’ordine e le forze armate che mascherano l’intento di militarizzare le città in nome di una serie di non meglio specificate “operazioni di sicurezza” o di “lotta al degrado urbano”.

Dovremmo iniziare tutti a prendere coscienza di questo intento repressivo e addomesticante dello spazio urbano in cui ogni giorno viviamo, lavoriamo e ci muoviamo in modo schizofrenico. Schizofrenia che descrive perfettamente la nostra stessa organizzazione sociale.

Schizofrenia a cui si sommano la paranoia e la paura, le quali diventano emozioni costanti nelle nostre vite e che sono le caratteristiche che dipingono perfettamente la vita sociale all’interno del contesto urbano, sorpatutto delle società capitalistiche occidentali; ed ecco allora che militari armati pattugliano le strade insieme ai poliziotti; ed ecco un aumento generale dei dispositivi di controllo come telecamere e zone ipercontrollate, come le stazioni, le piazze, le zone residenziali.

Bisognerebbe quindi avviare una riflessione ampia sulla qualità dello “spazio” nelle nostre città. Gli spazi nei quali la maggior parte della gente vive e trascorre la sua giornata sono sempre più spazi-spazzatura. Il concetto “junk space”, ovvero spazio-spazzatura, è stato coniato dall’architetto olandese Rem Koohlas. Pensate ai centri commerciali, ai complessi industriali, agli uffici, alle stazioni, alle metropolitane… enormi contenitori semivuoti, dove lo spazio eccede di gran lunga rispetto all’uso. Oggi le nostre città, dal centro alla periferia, fino all’amorfo ed anonimo hinterland, sono invase da spazi-spazzatura, nei quali l’individuo si aliena (gli spazi di lavoro) e nei quali si compiono azioni prive di qualsiasi componente sociale (i grandi magazzini, gli ipermercati, gli shopping center…). Questi sono non-luoghi (in merito ai quali scrissi un articolo qualche mese fa) vacui, brutti, anaffettivi, prede dell’anomia che esasperano il senso di alienazione, di controllo e di repressione che l’individuo tende a provare e subisce all’interno di uno spazio urbano rigido, freddo, apatico e nonostante la sua ossessiva frenesia tendente all’immobilismo generalizzato, all’inazione sociale e collettiva più radicale.

In contrasto agli spazi-spazzatura/non luoghi urbani troviamo gli spazi occupati che sono invece spazi vissuti, condivisi e abitati. Negli spazi occupati si cresce umanamente, artisticamente e politicamente. Purtroppo il destino degli spazi occupati é quello di essere demoliti, chiusi e sgomberati per essere riconsegnati ad una cittadinanza che non sa che farsene e che tornerà a dimenticarsi della loro esistenza. Gli spazi occupati sono solamente uno degli esempi che ci mostra come sia fondamentale riappropriarci dei non-luoghi come unica strada percorribile per sfuggire all’estenuante controllo sociale, all’ossessione per la repressione messa in atto dall’organizzazione del contesto urbano e all’anomia dilagante della società capitalistica moderna caratterizzata da non luoghi e spazi-spazzatura che alimentano l’individualismo più sfrenato a discapito del lato relazionale della vita sociale.

In poche parole riappropiarsi dei non-luoghi e degli spazi-spazzatura per sottrarsi alla quotidiana violenza che il contesto urbano infligge ai suoi abitanti, diffondendo autogestione delle proprie vite e degli spazi cittadini.

 (Centro Sociale Forte Prenestino – Roma)

Resistere Per Esistere – La Resistenza Sioux Contro la DAPL

“Sabato 2 Aprile, North Dakota. Decine e decine di nativi americani appartenenti alla Standing Rock Nation dei Sioux, agli Cheyenne River Lakota e ai Rosebud Sioux attuano una protesta per opporsi alla costruzione dell’oleodotto denominato “Dakota Access Pipeline”. Questo oleodotto prevede l’attraversamento della riserva Dakota e, soprattutto, passerebbe al di sotto del letto del fiume Missouri, unica fonte d’acqua potabile per l’intera riserva. I nativi americani hanno manifestato a cavallo, recandosi fino ai terreni in cui dovrebbero iniziare i lavori di costruzione del’oleodotto, occupandoli e assicurando che la loro protesta non si sarebbe conclusa fin quando non fosse annullato il progetto dell’oleodotto. I nativi hanno costruito un accampamento nelle zone in cui dovrebbe passare l’oleodotto con lo scopo di bloccare i lavori. “Non abbiamo bisogno di petrolio per vivere, ma dell’acqua. Acqua che è un diritto umano, non un privilegio” queste le parole di uno dei manifestanti nativi.”

Questo quello che scrivevo ad aprile per quanto riguarda la protesta e la lotta della Standing Rock Nation dei Sioux contro la costruzione dell’oleodotto “DAPL” (Dakota Access Pipeline) che sarebbe passato attraverso la riserva dei nativi passando al di sotto del fiume Missouri. Queste erano le prime notizie che trapelarono dagli USA al riguardo di quella che sembrava essere, nonostante l’immensa mobilitazione e l’occupazione dei terreni, una protesta temporanea e costretta a terminare di li a poco. E invece no, fortunatamente questo scenario non si è presentato. Infatti oggi a distanza di quasi 7 mesi, non solo i Sioux di Standing Rock ma anche nativi di altre tribù e altre First Nation, attivisti e civili hanno abbracciato la protesta dando vita ad una vera e propria lotta di resistenza ad oltranza fin quando il progetto di costruzione del DAPL non verrà abbandonato dal governo statunitense.

Il progetto di costruzione del Dakota Access Pipeline venne presentato nel 2014, suscitando già allora l’immediata protesta e opposizione dei nativi della riserva di Standing Rock. Oggi nel 2016 si contano più di 800 attivisti e manifestanti che presiedono stabilmente i territori interessati dai lavori di costruzione dell’oleodotto; attivisti e manifestanti in gran parte appartenenti alle tribù di nativi americani che si identificano come “protettori” sia delle proprie terre sacre, sia del fiume Missouri, unica fonte d’acqua della riserva di Standing Rock. Di questi 800 manifestanti, almeno 400 sono stati arrestati ad agosto durante i duri scontri avvenuti con le forze dell’ordine e dell’esercito in tenuta antisommossa schierati a difesa del sito in cui avvengono i lavori di costruzione.

Il 14 settembre la situazione, che sembrava essersi stabilizzata e aver perso la sua forza dopo gli arresti avvenuti in agosto, si è riaccesa dando vita a nuove proteste ancora più violente, riottose e combattive. Questo perchè il ricorso presentato dai Sioux di Standing Rock contro l’opera per la mancata consultazione delle popolazioni locali prima di dare il via libera alla costruzione dell’oleodotto è stato respinto portando ad un inevitabile inasprimento delle proteste dei nativi e degli attivisti che supportano la lotta contro la DAPL.

Da quel momento la tattica adottata dal movimento è stata quella della resistenza ad oltranza e dell’azione diretta volta ad impedire fisicamente l’avanzamento dei lavori tramite azioni di sabotaggio e l’occupazione dei territori. Tutto questo ha inevitabilmente avuto come risposta l’aumento degli arresti, della repressione e delle violenze perpetuate dalle forze dell’ordine ai danni degli attivisti.

Nonostante il fatto che stiano ricevendo da mesi come unica risposta politica la violenza e la repressione degli agenti di polizia e dell’esercito, i nativi e gli attivisti hanno mantenuto la protesta su un piano pacifico, limitandosi ad atti ed azioni di disobbedienza civile più che legittimi. Le provocazioni delle autorità e della compagnia Dakota Access continuano con l’intento di scatenare una reazione violenta da parte del movimento di protesta di Standing Rock cosi da giustificare ogni tipo di repressione ed arresto.

Ad oggi 11 novembre le proteste contro la DAPL proseguono, vedendo aumentare ogni giorno il numero di manifestanti che abbracciano la lotta iniziata l’aprile scorso dai Sioux della Standig Rock Nation, perchè come sostiene il movimento questa lotta contro la costruzione dell’oleodotto è una lotta di tutti coloro che vogliono opporsi allo sfruttamento e alla distruzione dei territori da parte delle multinazionali mosse solamente dai propri interessi capitalistici che, con l’aiuto della violenza e della repressione poliziesca-militare, vengono difesi da chiunque cerchi, legittimamente e giustificatamente, di sabotarli ed opporsi ad essi.

“Ancora una volta si evidenzia l’importanza della resistenza concreta, del sabotaggio e della disobbedienza civile per opporsi all’egemonia di un’unica visione del mondo: quella capitalistica dell’uomo bianco in cui tutti hanno un prezzo e tutti possono essere comprati, sottomessi e sfruttati, natura in primis.” Così si concludeva l’articolo che scrissi ad aprile, ed oggi queste parole risultano ancora più vere dopo mesi di proteste e di brutale repressione.

I STAND WITH STANDING ROCK – NO DAPL

(Immagini prese dalla pagina Facebook https://www.facebook.com/Standing-Rock-Rising-1131347910264898/?fref=nf)