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La Crisi di Oka – l’Ultima Resistenza dei Mohawk

Il 26 settembre del 1990 si concluse un’importante disputa territoriale tra il governo canadese e le popolazioni originarie Mohawk; la disputa, che viene considerata come l’ultima grande rivolta e resistenza del popolo Mohawk, iniziò solamente pochi mesi prima, ne luglio del 1990 e passò alla storia con il nome di “Crisi di Oka”. Ma andiamo con ordine cercando di ricostruire gli eventi per evidenziare, nella sua breve durata, l’importanza di questo momento di lotta e di resistenza che ha interessato la comunità Mohawk di Kanesatake.

La disputa è scoppiata nel momento in cui le autorità della città di Oka, nel Quebec, hanno deciso in modo arbitrario, ossia senza previa discussione con i popoli nativi, di utilizzare un terreno sacro della comunità Mohawk di Kanesatake (che loro chiamavano con il nome di “terra dei pini”) per costruirvi sopra un campo da golf e un complesso residenziale di lusso. Appena la notizia trapelò, le comunità delle nazioni indigene originarie decisero di rispondere a questo attacco istituzionale di stampo neocoloniale ergendo alcune barricate per impedire l’accesso al territorio sacro e di conseguenza bloccando l’inizio dei lavori che avrebbero violato, devastato e saccheggiato il territorio Mohawk.

Il sindaco di Oka dinanzi alla Resistenza messa in atto dalle comunità Mohawk a difesa delle proprie terre decise di far intervenire la Surete du Québec, ossia la polizia provinciale della regione. Le forze di polizia, schierate in assetto militare sul territorio occupato dai nativi, iniziarono immediatamente ad assaltare le barricate con lanci di lacrimogeni e di bombe accecanti, cercando in questo modo di spezzare la resistenza dei Mohawk, i quali però erano disposti a tutto tranne che ad indietreggiare e abbandonare la lotta. In questa situazione confusa di scontro aperto, un uomo rimane disteso a terra senza vita; si tratta del caporale Marcel Lemay, ucciso da alcuni colpi di pistola sparati da qualcuno di cui fu impossibile stabilirne l’identità. È a questo punto che le forze poliziesche della Surete du Québec capiscono che non gli resta altra alternativa se non abbandonare le terre occupate dai nativi Mohawk e ritirarsi.

Nei giorni seguenti all’assassinio di Lemay si manifestò in tutta la sua brutalità l’azione vendicativa e repressiva dello stato canadese che diede inizio ad una serie di arresti arbitrari ed indiscriminati di uomini, donne e anziani Mohawk in tutto il paese, anche coloro che vivevano lontani dalle terre occupate e che non avevano partecipato agli scontri. Successivamente a questa imponente azione repressiva dello Stato canadese, una moltitudine di nativi appartenenti ad altre First Nations e comunità indigene del Nord America raggiunsero i territori occupati dove resisteva la lotta della comunità Mohawk di Kanesatake. A questo punto le forze poliziesche del Québec decisero di bloccare ogni via di accesso alla cittadina di Oka, in modo da impedire che aumentasse il numero di nativi che resistevano sulle barricate a difesa delle terre sacre occupate. La tensione tra istituzioni dello Stato canadese, cittadinanza di Oka e Mohawk cresceva giorno dopo giorno e presto la situazione precipitò al punto che il governo dovette schierare contro i resistenti nativi 2500 soldati appartenenti alla Royal Canadian Mounted Police, alzando ancora di più il livello di provocazione e scontro. Provati dalla crescente repressione, dagli scontri, dalle violenze e dagli sgomberi, in data 29 agosto i Mohawk si apprestarono a negoziare la fine delle ostilità. Infine, il 26 di settembre, con l’atto simbolico di bruciare le loro armi in un incendio appiccato nei pressi dei territori sacri occupati, i resistenti Mohawk si arresero alla violenza militare e alla repressione poliziesca messe in atto dallo Stato canadese. Come conseguenza di questi tre mesi di resistenza e di rivolta i nativi che avevano partecipato attivamente all’occupazione delle terre furono arrestati, picchiati brutalmente ed infine condannati.

Questo breve ricordo della Crisi di Oka vuole fungere semplicemente da ennesimo esempio e simbolo di resistenza indigena contro le costanti violenze governative che proseguono da secoli ai danni delle comunità e delle popolazioni native, le quali attraverso lo strumento della lotta (armata e non) possono difendersi e contrastare l’oppressione dello Stato e del Capitale.

Per completare la narrazione degli eventi dell’ultima grande resistenza dei Mohawk riporto un contributo del compagno Olmo pubblicato su Earth Riot:

“Il 26 settembre 1990 è una data tristemente nota. Trascorsi mesi di combattimenti i guerrieri Mohawk dei territori di Kahnawake e Kanesatake vicino a Montreal in Quebec (Canada) si arrendono. Dopo aver fronteggiato l’esercito di terra canadese, formato da migliaia di soldati, (aiutato dalla marina militare e l’aviazione) per oltre 80 giorni, in un ultimo disperato tentativo di resistenza, cercano di salire sui monti ma vengono raggiunti e colpiti brutalmente dai soldati armati. La loro colpa? Salvaguardare dei luoghi che loro ritenevano sacri e che una società americana aveva deciso di occupare per costruire immensi campi da golf. Foreste, fiumi, altipiani meravigliosi inceneriti per il divertimento di imprenditori e dirigenti di multinazionali. E’ dal 1614 che i Mohawk combattono contro l’invasione delle loro terre, prima gli olandesi poi i francesi e infine gli americani di fine ottocento. Gli amministratori della società di golf pensavano di minacciare dei nativi mezzi ubriachi e comprabili con una stecca di sigarette, non avrebbero mai immaginato lontanamente di trovarsi davanti invece il coraggio di uomini e donne che per 4 secoli non si erano mai fatti piegare da nessuno.

<Volete le nostre terre ? Bene!
Allora bruceremo tutto>.”

 

 

Autonomia e Rivolte in Cabilia – Dalla Guerra d’Indipendenza alla Primavera Nera

 

Questo articolo rappresenta la seconda parte di un macroargomento, ossia l’autonomia e le rivolte che hanno interessato la regione della Cabilia ed il suo popolo di cultura berbera, i Leqbayel, che ho iniziato a presentare nello scorso articolo dal titolo “i Leqbayel, un popolo che ripudio l’autorità e lo Stato (http://anarcoantropologo.altervista.org/autonomia-rivolte-cabilia-leqbayel-un-popolo-ripudia-lautorita-lo/). Nel seguente articolo, partendo dalla Resistenza al colonialismo francese e dalla Guerra per l’Indipendenza e la decolonizzazione dell’Algeria, cercherò di analizzare e raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), evento fondamentale nella storia recente della Cabilia e del suo popolo ribelle.

Per giungere all’insurrezione popolare scoppiata nel 2001, passata alla storia appunto con il nome di “Primavera Nera”, dobbiamo quindi fare un bel salto indietro nel tempo e nella storia dell’Algeria. La Guerra d’Indipendenza algerina scoppiò nel 1958 per mano delle popolazioni berbere, degli indipendentisti algerini e del Fronte di Liberazione Nazionale, un movimento rivoluzionario di stampo socialista, ed era mossa dal desiderio di porre fine all’epoca coloniale francese in terra d’Algeria. Nonostante venga definita da molti come una rivoluzione, la Guerra d’Algeria non ha mai avuto il carattere di rivoluzione popolare capace di coinvolgere tutto il popolo algerino e anzi questo conflitto si è svolto principalmente in due zone a maggioranza berbera, l’Aures e appunto la Cabilia. Nel 1962 si conclude la Guerra d’Indipendenza, viene completata la decolonizzazione dell’Algeria e di conseguenza prende vita il nuovo Stato-Nazione algerino. Al momento della proclamazione dell’indipendenza fa però l’apparizione sullo scenario algerino il cosidetto “Esercito delle Frontiere”, un esercito che si era formato al di fuori dei confini, composto da giovani reclutati nei campi profughi in Marocco e Tunisia e che non aveva quindi partecipato alla Resistenza e alla sanguinosa guerra per la decolonizzazione e l’indipendenza, ma che aveva il solo scopo di prendere il potere nel nuovo Stato algerino appena formatosi. In realtà i “maquisard”, ossia i partigiani della Resistenza interna che avevano combattuto tra le montagne della Cabilia l’esercito coloniale francese ed erano morti per l’indipendenza, si trovavano ora in una situazione disastrosa di isolamento e decimazione. Si può quindi ben notare come, mentre all’interno del territorio algerino i partigiani berberi (Cabili ma non solo) combattevano l’invasore francese, al di fuori si era andato a creare un esercito (il già citato “Esercito delle Frontiere”), manifestazione concreta dell’accordo segreto tra il nazionalismo arabo (di stampo nasseriano), il blocco socialista-sovietico e il blocco occidentale guidato da Francia e USA al fine di sancire la permanenza del nuovo Stato algerino indipendente nella sfera di influenza francese.

Nonostante il grande apporto delle popolazioni berbere della Cabilia e dell’Aures nella guerra per la decolonizzazione dell’Algeria, nel periodo post indipendenza, con la nascita dello Stato-Nazione algerino queste due regioni sono state quelle maggiormente colpite dagli attacchi e dalla repressione governativa a causa della loro indole ribelle e della tenacia con la quale tentavano di salvaguardare le loro pratiche di autonomia e di comunitarismo dai tentativi di assimilazione statale. L’”Esercito delle Frontiere” non fece nessuna fatica a disarmare gli ultimi partigiani Cabili che si erano rifugiati in montagna decisi a continuare la resistenza (questa volta contro il nuovo Stato algerino) e ad accentrare nelle proprie mani il potere governativo.

Inizialmente fu creata un assemblea costitutiva che rappresentava tutte le fazioni politiche del Fronte di Liberazione Nazionale che avevano preso parte alla resistenza e alla guerra di indipendenza; questo clima di partecipazione pluralista però ebbe vita breve. Con il passare del tempo gli spazi di espressione e di movimento iniziarono a chiudersi per coloro che la pensavano in modo differente dai colonnelli dell’Esercito delle Frontiere, i quali avevano ormai egemonizzato la vittoria nella guerra di liberazione e consolidato il loro ruolo all’interno del Fronte di Liberazione Nazionale. Nel 1963, come conseguenza di questo clima di tensione tra l’Esercito delle Frontiere e altre anime della resistenza, la regione della Cabilia si trovò nuovamente in aperto conflitto con il neo-regime di Algeri; difatti un gruppo di “maquisard” decise di imbracciare nuovamente le armi e rifugiarsi tra le montagne cabile per continuare la resistenza armata, questa volta però contro il nuovo stato algerino. A differenza però della guerra di liberazione contro i francesi, questa volta la maggioranza del popolo cabilo, provato e logorato da sette lunghi anni di conflitto, decise di manifestare apertamente la loro volontà di non collaborare con gli ultimi partigiani cabili rifugiatosi in montagna.

Si giunge così al 1980, anno in cui scoppiano una serie di rivolte e di sommosse passate alla storia con il nome di Primavera Berbera, dalla quale nascerà il MCB (Movimento Culturale Berbero). Questo movimento ricopre un ruolo fondamentale nel contesto berbero degli anni ’80 innanzitutto per la sua struttura fortemente orizzontale che implica l’assenza totale di leader e sopratutto per una serie di rivendicazioni per cui si batte: dal riconoscimento della lingua berbera e dell’arabo popolare algerino alla libertà di espressione e di organizzazione socio-politica, passando per una richiesta di maggiore giustizia sociale nei confronti delle comunità berbere oppresse e attaccate continuamente dal governo centrale di Algeri. Per un decennio il MCB fu la principale forza politica berbera che si poneva in netta opposizione e in alternativa al partito unico al potere; il movimento culturale berbero però fu “ucciso” dalla nuova costituzione algerina scritta nel 1989 la quale sancì l’introduzione del multipartitismo nello scenario politico nazionale. L’ingresso del multipartitismo e la nascita di circa 60 nuovi partiti ebbe una conseguenza diretta anche sulla vita politica della stessa Cabilia; difatti la regione si trovò presto spaccata in due, a causa della presenza di due partiti che tentarono di egemonizzare lo scenario politico cabilo: l’FFS (Fronte delle Forze Socialiste) di Hocine Ait Ahmed, partigiano e storico leader del partito d’opposizione al governo di Algeri nato dall’insurrezione contro i colonnelli dell’Esercito delle Frontiere del 1963, ed il RCD (Rassemblement pour la Culture et la Democratie) di Said Saadi, già animatore carismatico del MCB. Il movimento cabilo-berbero si spacca del tutto nel 1995, proprio nel momento in cui il Movimento Culturale Berbero mette in atto la sua più radicale azione: il famoso “sciopero della cartella”, una vera e propria azione di boicottaggio da parte di migliaia di studenti di lingua berbera nei confronti della scuola statale algerina, accusata nuovamente di voler soppiantare la cultura e la lingua cabila incentrando l’insegnamento scolastico sull’uso esclusivo della lingua francese. Dinanzi a questa imponente azione di boicottaggio che riuscì a fermare e a tener chiuse le scuole per più di un anno la popolazione della Cabilia dimostrò nuovamente tutta la sua capacità di organizzare una mobilitazione popolare dal basso che mise in seria difficoltà lo stato centrale algerino che si dimostrava sempre più oppressore della cultura delle popolazioni cabile.

Bisogna però tener conto di un fattore fondamentale per comprendere appieno l’importanza di questo evento nella storia della Cabilia: questo sciopero infatti è avvenuto contemporaneamente allo scoppio di una sanguinosissima guerra civile tra i gruppi islamici armati (GIA) e lo Stato algerino che attraverso il terrorismo cercava di mantenere in vita il proprio regime dittatoriale e liberticida. La Cabilia ed il suo popolo si trovarono così stretti tra due fuochi: da una parte i guerriglieri integralisti sfruttarono le montagne e le foreste della regione per rifugiarsi, dall’altra il governo algerino cercò di guadagnarsi l’appoggio e la collaborazione delle popolazione cabile per opporsi ai GIA. La popolazione della Cabilia rimane neutrale e continua la sua resistenza tanto contro l’avanzata dell’integralismo islamista quanto nei confronti del corrotto e invasivo Stato algerino. Le popolazioni cabile si sono limitate organizzare delle vere e proprie forme di autodifesa armata popolare e comunitaria nelle zone maggiormente minacciate dall’intrusione dei gruppi islamisti armati. Il popolo Leqbayel avevano preso una posizione netta: nè con lo Stato algerino nè con la sua creatura, l’integralismo islamico.

Passati gli anni della Guerra Civile si arriva al 2001, probabilmente l’anno più importante della storia recente della Cabilia e del suo popolo; difatti è proprio nel 2001 che scoppia quella grande insurrezione popolare passata alla storia come “Primavera Nera”, con la quale il conflitto passa finalmente nelle mani del popolo cabilo, non più spettatore neutrale ma artefice e combattente del proprio destino.

La rivolta ebbe inizio il 18 aprile del 2001 a Beni-Douala, un piccolo villaggio situato sulle montagne della Grande Cabilia, a seguito dell’assassinio di un liceale per mano di alcuni gendarmi (ossia un membro dell’esercito governativo). Il giorno dopo, il 19 aprile, scoppia effettivamente la rivolta quando i compagni di classe del ragazzo ucciso dallo Stato algerino vanno a manifestare al grido di “ulac smah ulac” (niente perdono) fuori dalla gendarmeria e ricevono come unica risposta nuove raffiche di kalashnikov. Si era ormai arrivati ad un punto di non ritorno: lo Stato aveva ucciso un ragazzo e l’esercito non si faceva problemi ad aprire il fuoco nei confronti di chiunque manifestasse contro tale situazione. Iniziò così un escalation di rivolte e manifestazioni dal basso che interessarono l’intero territorio della Cabilia e che ben presto si trasformarono in una imponente e partecipata insurrezione popolare animata da un sentimento anti-governativo e di aperta ostilità nei confronti del potere statale. Quando ormai l’intera regione era stata messa a dura prova dalla repressione e dalle violenze dell’esercito algerino e dallo Stato, tutti i villaggi reagirono e cominciarono a consultarsi nelle antiche piazze del consiglio di villaggio per organizzare una nuova resistenza e il successivo contrattacco. Persa ormai la fiducia verso la politica istituzionale, verso le rappresentanze politiche ed i partiti accusati di esser solamente in cerca di potere e poltrone, le comunità cabile riscoprirono gli antichi meccanismi della democrazia diretta e dell’autorganizzazione comunitaria: la consultazione più ampia possibile, l’ascolto, il consenso, la solidarietà e la responsabilità. E’ in questo contesto di attacchi violenti da parte dello Stato e di riscoperta della propria tradizione socio-politica che, per la prima volta dopo la sconfitta del 1871, vengono ricostruiti gli Aarch della Cabilia. L’aspetto più interessante di questa riscoperta della propria tradizione politica e sociale da parte dei Leqbayel è stato sicuramente il fatto di non aver rappresentato un ritorno monolitico ed immutabile al passato e ai suoi arcaismi, bensì di essersi confrontato direttamente con i problemi della modernità; da sottolineare infatti come il ruolo delle donne, in passato escluse totalmente dai consigli di villaggio, durante la Primavera Nera, abbia assunto un ruolo rilevante all’interno delle mobilitazioni anti governative. Infine la riscoperta della democrazia diretta, della partecipazione popolare, dell’autogestione comunitaria, del consenso contrapposto alla logica del voto hanno dato prova ancora una volta dell’esistenza di un’alternativa valida al potere statale centralizzato e alla democrazia rappresentativa, istituzioni per la loro natura sorde alle idee di libertà, autonomia e autogestione popolare e comunitaria tipiche di gran parte delle popolazioni indigene, di cui i Leqbayel ne sono un esempio perfetto. La Primavera Nera, Tafsut taberkant, terminò solamente agli inizi del 2003 e contò più di 120 vittime tra la popolazione cabila insorta contro l’esercito algerino ed il potere governativo, il quale non ha smesso di ricorrere agli arresti, alle denunce e alle condanne per reprimere un’insurrezione popolare dal basso che chiedeva maggiore autonomia e libertà.

Termina così il nostro viaggio diviso in due parti nella storia della Cabilia e del suo popolo, i Leqbayel. Una storia fatta di autonomia e rivolte; la storia di un popolo che ripudia ogni forma di autorità e di potere e che da sempre si ribella allo Stato-Nazione; un popolo che non ha mai dimenticato e abbandonato del tutto le tradizionali ed ancestrali forme di autorganizzazione popolare che le comunità berbere hanno da sempre opposto ai progetti di colonizzazione francese e di assimilazione culturale e politica da parte del centralismo di Stato.

Autonomia e Rivolte in Cabilia – I Leqbayel, un Popolo che Ripudia l’Autorità e lo Stato

“Un popolo né povero né ricco, che sceglie se stesso i suoi capi per ripudiarli appena cominciano
a diventare forti.” Descrizione dei Leqbayel da parte di uno storico durante l’ultima spedizione militare francese in Cabilia, Algeria (1871).

 

Tamurt n Leqbayel in lingua berbera sta per “terra dei Cabili” e indica quella vasta regione montuosa che si trova intrappolata all’interno dei confini dello Stato algerino e che si affaccia sul Mediterraneo, oggi normalmente conosciuta con il nome di Cabilia. Terra dei Leqbayel, o dei Cabili se preferite, popolo di lingua berbera che da sempre si è opposto con tenacia e dignità ai tentativi di colonizzazione francese e all’assimilazione culturale-politica da parte dello Stato algerino, cercando di mantenere intatte la propria autonomia e le proprie forme di autorganizzazione comunitaria. I Leqbayel sono soliti definirsi “gente di montagna” e perciò, come la maggior parte dei popoli abitanti delle montagne e dei deserti del Nord Africa (ma non solo), sono stati e rimangono tutt’oggi una delle popolazioni più ribelli e resistenti nei confronti dei tentativi di assoggettamento e di oppressione dello Stato algerino finalizzati a privarli della loro autonomia sociale, culturale e politica. Questa loro intrinseca avversione nei confronti dell’autorità coloniale prima e di quella statale oggi e la loro tenacia ribelle nel voler mantenere la propria autonomia sono emerse nuovamente con l’insurrezione popolare del 2001, conosciuta con il nome di “Primavera Nera”, un’estesa rivolta del popolo cabilo nei confronti dello Stato algerino e delle sue continue violenze e tentativi di oppressione. Questa introduzione voleva essere un breve riassunto degli argomenti che andrò a trattare nel seguente articolo e nel prossimo, partendo dall’organizzazione sociale-politica dei Leqbayel fino a giungere a raccontare i fatti della fatidica Primavera Nera (Tafsut taberkant in berbero), il tutto per comprendere ed analizzare un’ulteriore esempio di lotta contro lo Stato e contro ogni autorità, quella dei Cabili.

Come ho già accennato i Leqbayel o Cabili (da questo momento utilizzerò entrambe le denominazioni) sono stati e, come dimostrato dall’insurrezione popolare del 2001, sono ancora oggi uno dei popoli più ribelli e più resistenti alle ingerenze dei vari Stati (quello coloniale francese una volta, quello algerino oggi) finalizzate all’assimilazione culturale e politica, all’oppressione e alla repressione di ogni forma di autonomia dei Cabili. Nel corso dei secoli infatti le comunità cabile hanno dovuto affrontare per diverse volte i tentativi ed i progetti di assoggettamento ed assimilazione messi in pratica sia durante l’epoca del colonialismo francese sia in epoca moderna dallo Stato algerino, ma questo non hai mai spento il fuoco della rivolta e della libertà che anima il popolo Leqbayel. Il colonialismo francese è stato il primo ad addentrarsi militarmente nelle zone montuose della Cabilia fino a raggiungere i villaggi al fine di “civilizzarli”; la crudele missione civilizzatrice, elemento intrinseco dell’epoca coloniale, era la manifestazione concreta del dogma evoluzionista che vedeva negli Stati dell’europa continentale la fase ultima e definitiva del progresso umano al quale tutte le società dovevano giungere, anche e sopratutto attraverso l’imposizione forzata e violenta delle strutture statali e della cultura politica occidentale. Fino all’espansione coloniale francese e l’invasione militare in quella regione i Leqbayel erano sempre riusciti a respingere gli invasori e nessuno era riuscito ad abbattere la loro resistenza. Ma i Leqbayel non sono l’unico esempio in Nord Africa di popolo che ha resistito per anni e che si è ribellato a difesa della propria autonomia nei confronti delle potenze coloniali; i popoli abitanti delle montagne e dei deserti (basti pensare ai Tuareg, ai Rif in Marocco, i Masiri nel sud della Libia e così via) hanno rappresentato per i vari imperi e per le potenze coloniali un problema permanente a causa della tenacia con cui erano pronti a morire per difendere la loro autonomia e la libertà.

Prima dell’avanzata del colonialismo francese in Nord Africa e precisamente in Cabilia, i Leqbayel erano un popolo legato ad una cultura contadina di stampo comunitario in cui la terra è bene comune e la comunità rappresenta un’entità indipendente ed autonoma da qualsiasi Stato, potere, autorità o potere centralizzato. La società cabila era una società fortemente comunitaria e di conseguenza la terra era proprietà comune della comunità di base e veniva suddivisa tra le famiglie al solo fine di lavorarla e goderne i frutti, ognuno sulla base dei propri sforzi e delle proprie necessità. Il lavoro della terra si svolgeva per la maggior parte del tempo nell’ambito della famiglia e nonostante fosse praticamente assente qualsiasi forma di lavoro dipendente (nessuno era esclusivamente al servizio di qualcun’altro, piuttosto tutti erano al servizio della comunità), esisteva l’obbligo (non scritto) comunitario di partecipare alla Tiwizi, lavoro collettivo in occasione dei grandi raccolti.

A livello “politico” la comunità di base era il centro del potere (nella sua accezione antropologica di sociopotere, ossia, riprendendo un mio vecchio articolo e il saggio “Culture e Poteri” di Stefano Boni, quel potere diffuso in modo egualitario a tutta la comunità che implica una bassa o inesistente capacità degli individui di dominare e vincolare gli altri) mentre la società e la sua gestione erano compito dei consigli di famiglia e del consiglio di quartiere; a loro volta i quartieri si incontrano e confluiscono nel Consiglio di Villaggio. Spetta ai villaggi scegliere l’Amin (il segretario) e i delegati che, pur detenendo pochissimo potere decisionale poichè è la comunità nel suo insieme ed il suo organo principale, il consiglio di villaggio, a detenere il potere, rappresentano il consiglio e applicano le decisioni prese dalla comunità. Solitamente gruppi di villaggi che abitano e occupano la stessa area geografica tendono a riunirsi e a formare un Aarch; le uniche condizioni da rispettare sia all’interno dell’Aarch che nella comunità di base (il vilaggio) erano l’adesione ad un codice di condotta comune e la partecipazione alla vita comunitaria. La società cabila è quindi fondata su due pilastri fondamentali: solidarietà e responsabilità, intrinsecamente intrecciate tra loro visto che ogni individuo della società cabila deve sentirsi responsabile della vita della comunità e pronto alla ricerca di soluzioni per il bene comunitario. La caratteristica principale, nonché la forza, dei Leqbayel è sempre stata la loro organizzazione sociale orizzontale, egualitaria, comunitaria e priva di capi o autorità; probabilmente è stato proprio il riconoscimento della cultura anti-autoritaria ed estremamente egualitaria di questo popolo, considerata incompatibile con la struttura istituzionale dello Stato coloniale, che ha dato il via ai tentativi violenti e repressivi di assoggettamento ed assimilazione da parte della potenza coloniale francese che non poteva permettere l’esistenza di “uno stadio inferiore dell’evoluzione dell’organizzazione socio-politica umana”.

Nonostante la feroce resistenza del popolo cabilo all’invasione coloniale, la superiorità militare dello Stato francese ebbe la meglio e andò a sconvolgere la vita e l’organizzazione sociale di questo popolo. Difatti per la Francia il modello sociale e culturale dei Leqbayel non poteva essere tollerato e doveva quindi essere distrutto e represso con la violenza in quanto incompatibile con la struttura politica dell’impero coloniale francese. Avvenne così una vera e propria assimilazione forzata e violenta dell’organizzazione socio-politico cabila attraverso la sostituzione dei consigli di villaggio con istituzioni politiche tipiche degli Stati-Nazione europei come tribunali e comuni. L’assimilazione però non si limitò alla sfera sociale e politica ma andò anche a sconvolgere la cultura dei Leqbayel; infatti l’impero coloniale impose nei villaggi della Cabilia l’insegnamento della lingua e della cultura francese. Oggigiorno il sistema comunitario dei Cabili è quasi completamente scomparso e i pochi consigli di villaggio che ancora esistono e sopravvivono vedono limitato il loro raggio d’azione, finendo per ricoprire un ruolo formale che si limita alla gestione degli aspetti più banali della vita quotidiana della società cabila.

Nonostante le difficoltà che hanno dovuto affrontare i Leqbayel durante l’epoca coloniale francese, nelle zone montuose della Cabilia la resistenza e l’indole ribelle, così come alcune forme di autogestione, di cooperazione comunitaria, di autonomia, di questo popolo persistono ancora oggi e sono state alimentate in questi secoli, a partire dalla Guerra per l’indipendenza dell’Algeria fino a giungere alla fatidica Primavera Nera del 2001. Come già detto più volte in questo articolo i Cabili sono un popolo ribelle che ripudia ogni forma di autorità, sopratutto l’autorità dello Stato-Nazione che storicamente ha cercato di privarli della libertà e della loro autonomia attraverso violenze e oppressione. Ed è proprio questa loro indole anti-autoritaria, anti-statale e ribelle che li renderà protagonisti agli inizi degli anni 2000 di un’estesa e spontanea insurrezione popolare conosciuta con il nome di “Primavera Nera”. Ma questa è un’altra storia; una storia che sarà oggetto del prossimo articolo.

“Resistenze Montane e l’Arte di Non Farsi Governare” – Stefano Boni

James C. Scott è un accademico libertario che negli ultimi tre decenni ha studiato il rapporto
tra dominio (padronale, statale, schiavista) e insubordinazione sociale, principalmente in
Malesia, Sud-Est Asia. Già alla fine degli anni Settanta, quando molti degli studi di scienze
umane erano ancorati al paradigma marxista e rivoluzionario, ha pubblicato “The Moral
Economy of the Peasant: Rebellion and Subsistence in Southeast Asia” (Yale University Press,
1979), che descrive le minute resistenze dei contadini malesi per evitare le tasse, le imposizioni
padronali e le invadenze governative. In “Weapons of the Weak: Everyday Forms of Peasant
Resistance” (Yale University Press, 1985), le forme di silenziosa ribellione dei contadini
sono esaminate in prospettiva comparativa, illustrando le strategie eversive in vari circuiti
culturali. Scott invita a soffermarsi sui tentativi del corpo sociale di sottrarsi alle imposizioni
tramite sovversioni quotidiane e invisibili ai poteri piuttosto che sui grandi eventi rivoluzionari.
In “Il dominio e l’arte della resistenza” (1990, Eleuthera, 2006), la tesi centrale di Scott è che le masse popolari in diversi contesti culturali non hanno aderito alla ideologia propagandata dai poteri forti. Sebbene pubblicamente e ufficialmente i dominati applaudissero e si prestassero a fare parte dei rituali dei potenti senza ribellioni esplicite, i “verbali segreti”, propri dei contesti in cui gli oppressi erano liberi di esprimersi, deridevano i potenti e comunicavano volontà di eguaglianza e vendetta.

In “Seeing Like a State: How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed”
(Yale University Press, 1998), l’analisi di Scott si sofferma sulla notevole capacità di penetrazione dello Stato moderno e contemporaneo sulla vita quotidiana. Secondo Scott le amministrazioni, grazie ad apparati tecnologici sempre più sofisticati, riescono ad esercitare un notevole controllo sul corpo sociale, imponendo misure che lo rendono omogeneo e leggibile, ovvero ispezionabile secondo canoni burocratici. La schedatura di vari aspetti del territorio e del tessuto sociale è indispensabile allo Stato per poter intervenire con rapidità ed efficacia nella implementazione delle sue politiche. Da un lato quindi lo Stato acquisisce informazioni che facilitano le sue operazioni, dall’altra, mediante i suoi interventi, lo Stato trasforma il reale per renderlo semplice, codificabile, quantificabile secondo le logiche di lettura dello Stato. Tra i campi di intervento dell’invadenza statale, Scott esamina la standardizzazione nell’uso dei cognomi per poter schedare la popolazione; l’abbattimento di quartieri difficilmente penetrabili perché caotici e ingovernabili sostituiti da isolati squadrati tagliati da viali dove esercito e polizia possono muoversi facilmente
e velocemente; la registrazione dei diritti fondiari eliminando gli usi comuni; l’imposizione di una agricoltura ‘scientifica’ e centralmente pianificata; la codificazione nazionale delle unità di misura. Nell’imporre le proprie logiche di omogeneità e controllo burocratico, lo Stato soffoca quella che Scott chiama la mtis, ovvero il sapere pratico, il modo di fare locale e peculiare, sviluppato dall’esperienza pratica delle varie comunità.

L’ultimo libro, “The Art of not being governed. An anarchist history of upland southeast Asia” (Yale University Press, 2009), mi pare particolarmente coerente con i temi proposti da Nunatak. Scott sostiene che in un’enorme area dell’Asia sudorientale, equivalente alle dimensioni dell’Europa, non si sono consolidati Stati fino a metà Novecento. Questa area, chiamata Zomia dall’autore, comprende le colline e le montagne di vaste aree delle attuali Laos, Cambogia, Tailandia, Birmania, India, Malesia. Le riflessioni e le analisi sono estese, oltre le peculiarità di Zomia, alle popolazioni che hanno cercato di sottrarsi alla dominazione statale, ovvero ai Pashtun, rom, cosacchi, berberi, comunità amazzoniche, nonché agli scozzesi e irlandesi
pre-annessione. La tesi di fondo per Zomia è che nelle vallate caratterizzate dalla coltivazione di riso si
creano Stati che controllano contadini sedentari, tassabili, costretti al lavoro forzato, arruolabili. Nelle colline, nei terreni impervi e soprattutto in alta montagna dove ci sono serie difficoltà di trasporto per merci ed eserciti, prevale una società egualitaria e frammentata: le esperienze di centralizzazione del potere in Stati sono rare ed effimere. Secondo Scott, se in alcuni periodi di particolare prosperità dello Stato prevale lo spostamento di popolazione dalle colline alle vallate, in genere avviene il contrario: i contadini degli Stati sono attratti dalla libertà e dall’uguaglianza delle comunità collinari e montane perché prive di guerre, leggi, imposizioni, tasse ed epidemie (più frequenti dove c’è una concentrazione della popolazione). Le alture accolgono contadini impoveriti dalle tasse, uomini indisposti ad arruolarsi, fuorilegge, disertori ed interi villaggi che fuggono dall’arrivo eserciti. Gli Stati si trovano spesso alla ricerca di contadini da tassare, ottenuti con spedizioni schiaviste in collina: il bottino umano veniva ricollocato in vallata e obbligato a
produrre riso.

Le comunità che si organizzano nelle colline hanno le seguenti caratteristiche.
1. L’economia si basa su caccia e raccolta, pastorizia, brigantaggio, agricoltura itinerante
(con una preferenza per coltivazioni che crescono velocemente e sono difficili da trasportare).
In alcuni periodi le colline riescono ad imporre il pagamento di tributi agli Stati a valle.
2. La residenza è mobile. Alcuni gruppi si muovono con continuità altri son pronti a farlo se
si avvicinano guerre o spedizioni schiaviste. La capacità di segmentarsi e disperdersi manda
a vuoto i tentativi di conquista statale.

3. L’identità religiosa è eclettica, sincretica ed eretica: non si seguono i canoni, la liturgia, i
dogmi della religiosità ufficiale, associata ai poteri politici statali. L’identità etnica è plurima
e cangiante, spesso vivono a stretto contatto gente con origini diverse, formando un mosaico
culturale complesso, mutevole, ibrido.
4. L’organizzazione sociale è tendenzialmente egualitaria, basata su fragili accordi tra comunità
e reti familiari. Quando il potere si accentra, a volte prendendo la forma di protoStati,
segue rapidamente una fase di dissoluzione e frammentazione. Quando esce sconfitto
in un conflitto, assume atteggiamenti dispotici o è lacerato da fratture interne il proto-Stato
si disgrega e perde settori di popolazione che si allontanano dal suo raggio di azione.
5. C’è una cosciente dimenticanza della scrittura per lasciare spazio all’oralità che garantisce
il flusso e la negoziabilità della memoria. Sono assenti storie ufficiali o etniche.

La storia che si racconta è la storia dei vincitori, tra i vincitori di questi ultimi secoli ci sono gli Stati. Questi hanno propagandato e imposto tramite le istituzioni che hanno generato (scuola, informazione, media) una narrazione della storia centrata su un cammino verso un progresso positivo e indubitabile che porta verso… lo Stato. Scott dimostra che la storia del sud-est asiatico e di altre popolazioni che sono vissute fuori dal controllo di Stati non è comprensibile secondo lo schema egemonico. Lo Stato si afferma solo in certe nicchie ecologiche; altre, anche estese, accolgono gente che rifiuta il lavoro agricolo intensivo e l’autorità
Statale. Queste comunità collinari e montane non possono essere considerate degli aborigeni in attesa della redenzione evolutiva statale ma il frutto di un continuo flusso di umanità che rifiuta lo Stato e si organizza sulle alture per tenerlo a distanza.

 

[Articolo scritto dall’antropologo italiano Stefano Boni per il numero 23 della rivista Nunatak, rivista di storie, culture, lotte della montagna]

Resistenze Indigene – La Guerra di Guerriglia dei Seminole

I Seminole, tra le numerosissime tribù di nativi americane venute in contatto con l’uomo bianco, sono stati certamente, oltre che un popolo particolare e unico, uno dei più bellicosi e tenaci nel difendere la propria autonomia e la propria libertà con tutti i mezzi possibili. Ancora oggi infatti il popolo Seminole è ricordato e fa vanto di esser stata l’unica tribù di nativi a non aver mai firmato un trattato di Pace con il governo degli Stati Uniti d’America. Inoltre le guerre avvenute tra i Seminole e il governo americano sono state le più lunghe, logoranti e costose sia in termini di perdite umane che di denaro per il governo USA tra tutti i conflitti mossi contro i nativi. In questo articolo della serie “Resistenze Indigene” parlerò nello specifico della Seconda Guerra Seminole, anche conosciuta come Resistenza Seminole, e della tattica militare utilizzata dai nativi per contrastare l’espansione dei coloni e dell’esercito americano nei territori paludosi della Florida, ovvero la guerriglia.

Prima di iniziare dovremmo chiarire chi furono i Seminole. I primi gruppi di nativi che si stanziarono nelle zone attorno alle paludi della Florida, erano in realtà delle comunità di migranti formate da individui appartenenti alle tribù Creek e Chickasaw che avevano deciso di abbandonare, a causa di problemi di sovrappopolazione, i propri territori di origine e le proprie tribù. Una volta giunti in Florida, queste comunità di migranti decisero di rinnegare le proprie origini adottando il nome di Seminole, che può star a significare sia “uomini liberi” sia “popolo in movimento”. E’ per questa loro natura di migranti, di fuggitivi, di uomini liberi che dovremmo pensare ai Seminole come una confederazione di comunità, piuttosto che come un vero e proprio popolo omogeneo culturalmente, linguisticamente e etnicamente. A riprova di questa loro natura culturale eterogenea è utile sottolineare che all’interno della confederazione seminole trovarono rifugio moltissimi schiavi neri fuggitivi che acquistarono la libertà all’interno delle comunità indigene, divenendo membri effettivi del popolo Seminole e combattendo al loro fianco nelle guerre contro gli americani. La confederazione seminole rappresenta quindi un caso unico all’interno del variegato panorama dei popoli nativi americani, al punto che non sarebbe affatto un errore definirla una vera e propria confederazione multiculturale. Inoltre ritengo sia importante sottolineare che, per quanto riguarda l’organizzazione politica-sociale, i Seminole erano privi di re o capi, e solamente in situazioni speciali come un conflitto, sceglievano in modo democratico, orizzontale e diretto il proprio capo di guerra.

Passiamo ora ai fatti storici. La prima data importante nella storia Seminole è il 1819, data con la quale termina la prima Guerra Seminole e che decreta l’acquisizione statunitense della Florida che fino a quel momento era stato possedimento coloniale spagnolo. Con l’acquisizione della Florida, il governo statunitense decise di intraprendere delle vere e proprie campagne militari per invadere, occupare e conquistare i territori nativi, deportando gli indigeni nelle riserve. I Seminole però non vollero saperne di abbandonare le proprie terre e di assoggettarsi al volere degli americani e per questo motivo decisero di intraprendere una guerra di guerriglia volta a scacciare l’invasore e a mantenere la propria autonomia. Alcuni anni dopo la conclusione della Prima Guerra Seminole infatti, nel 1823, il governatore della Florida W.P.Duval discusse con alcuni rappresentanti indigeni le condizioni per la stipulazione di un trattato di pace che avrebbe non solo decretato la cessione delle terre seminole al governo degli Stati Uniti, ma sopratutto l’accettazione di recarsi nelle riserve dell’Oklahoma.

Contro questo trattato e contro la deportazione in alcune riserve dell’Oklahoma, a ovest del Missisipi, si schierò con tenacia il famoso capo di guerra Osceola, il quale fu artefice dell’inizio della Resistenza Seminole che durò per 7 anni. Osceola, conscio dell’importanza che avrebbe potuto assumere il territorio paludoso della Florida e della conoscenza seminole di quell’ambiente ostile, attuò una vera e propria guerra di guerriglia contro l’esercito statunitense che si dimostrò disorientato dalla facilità di combattimento e movimento che contraddistingueva i Seminole in quelle zone ostiche e inviolabili. Prima di arrivare al vero e proprio inizio della Seconda Guerra Seminole però dobbiamo raccontare altri importanti eventi che ci permettono di fare un quadro più completo dei rapporti che intercorrevano tra il governo USA e la Confederazione Seminole.

Il 28 dicembre 1833, l’agente dell’esercito americano Thompson fu ucciso durante un imboscata; questo fatto viene ritenuto il momento preciso in cui i Seminole riconobbero ad Osceola lo status di capo di guerra che avrebbe guidato la resistenza. La sera dello stesso giorno due compagnie comandate dal maggiore Francis Dade affrontarono altri tre capi di guerra seminole; dal combattimento solamente tre soldati americani uscirono vivi. Furono questi due avvenimenti che diedero inizio alle prime fasi della Seconda Guerra Seminole, che iniziò ufficialmente solo nel 1835 e che vide nuovamente la Florida teatro di violenze e combattimenti pochi anni dopo la conclusione del primo conflitto. Nonostante la resistenza seminole durò fino al 1842 assestando gravi perdite all’esercito statunitense, nel 1838 fu colpita duramente dalla morte di Osceola, successiva alla sua cattura da parte dell’esercito americano a St.Augustine e la sua prigionia a Fort Moultrie.

Come ho già sottolineato sopra la Resistenza Seminole è stata una guerra di guerriglia nella quale il territorio paludoso della Florida ha avuto un ruolo fondamentale; da una parte permise ai guerrieri indigeni di attuare una guerriglia fatta di agguati, imboscate e repentine fughe, dall’altra risultò essere un ambiente fortemente ostile ed impenetrabile per l’esercito americano trovatosi impreparato a combattere una guerra logorante in un territorio ignoto. Come disse Osceola a proposito della pratica della guerriglia nelle paludi della Florida: “Dove loro saranno molti noi non ci saremo, dove saranno in pochi noi li colpiremo”. Non è forse questa l’essenza della guerriglia che ha fatto la fortuna di molte insurrezioni, resistenze e rivoluzioni socialiste, marxiste e anarchiche? Citando direttamente Guevara, “Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta il nemico; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti”; ed è quello che hanno fatto dal 1935 al 1942 i guerriglieri indigeni e quello che ha permesso loro di mantenere la propria autonomia, la propria essenza di uomini liberi, in poche parole la propria essenza di Seminole.