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Perché NULMAL?

Questo mondo ci fa talmente schifo che l’unica posizione che prendiamo è quella del suo possibile sconvolgimento. Per sovvertire la totalità dell’esistente desideriamo complicità e affinità, di tempi e di spazi decisi insieme, dove vediamo nel sudore delle relazioni qualcosa che non troviamo da nessun altra parte e di solidarietà; quella solidarietà che abbraccia, oltre all’affezione, anche un’idea di liberazione. La verità, gli ideali, le abitudini, il linguaggio, gli atteggiamenti e i bisogni di questo abominevole mondo ci sono del tutto estranei. La contaminazione con altri la troviamo quando nella serenità di quell’attimo sembra che questo mondo possa essere trasformato. Se rifiutiamo qualsiasi valore obbligato dell’esistente è perchè ci sentiamo stranieri in territorio nemico e vorremmo cessare di essere ospiti indesiderabili in un posto che disprezziamo, per diventare creatori di un mondo radicalmente diverso. Se solo una rottura dell’ordine costituito può far intravedere la possibilità di sperimentare modi di vivere diversificati, allora anche la rottura di un certo linguaggio può dare la possibilità di esprimere e sperimentare una lingua che rompe con omologazione e schiavitù. In gioco abbiamo una enorme prospettiva: una vita senza misure, dire parole che nessuno vuol sentire per spingersi oltre qualunque barriera linguistica. E i complici non si incontreranno su strade già battute, ma su percorsi scoscesi quanto inesplorati. Donandoci alla gioia di vivere, alla creatività ed a un immaginario di libertà, possiamo distruggere la civiltà che è in noi. (Senza Misure – Emma Varlin)

Con il termine Nulmal i Kwakiutl, popolo stanziato sulla costa settentrionale del Pacifico, identificavano il “danzatore folle”, una figura fondamentale all’interno della loro ritualità e per il funzionamento della vita sociale della comunità. Uno dei primi antropologi ad imbattersi nella figura del “danzatore folle” fu Franz Boas, il quale intorno al 1893-94 potè assistere alle cerimonie invernali che caratterizzavano il periodo rituale tra i Kwakiutl; questo periodo rituale chiamato tseka rappresentava un vero e proprio momento di trasformazione della società e della quotidiana vita comunitaria. Difatti tra i Kwakiutl, così come tra le sei nazioni che compongono la Confederazione degli Irochesi (Haudenosaunee), era diffusa la credenza che durante il periodo invernale gli spiriti si avvicinassero ai villaggi degli uomini rendendo di fatto labile ed effimero il confine tra mondo umano e mondo invisibile. Tra questi esseri spirituali misteriosi troviamo gli atlasemk, ossia coloro che iniziavano il nulmal, il “danzatore folle” che ritornava al villaggio dopo un periodo trascorso nel profondo della foresta (mondo degli spiriti) in preda ad un comportamento fortemente anti-sociale e in stato di “follia” distruttiva. Questo comportamento che caratterizzava il nulmal si poneva in aperto e netto contrasto con i valori e le norme sociali accettate e che regolano la vita comunitaria ordinaria. Tra i Kwakiutl, così come anche tra gli Irochesi (Haudenosaunee) attraverso le figure delle False Facce, gli spiriti, incarnati dal Nulmal attraverso maschere grottesche e spaventose, giungevano dal mondo selvaggio della foresta per prendere possesso del mondo dei vivi, invadendo il villaggio e le abitazioni creando scompiglio alla ricerca di doni e offerte.

Il periodo invernale per le popolazioni native stanziate sulla Costa nord-ovest del Pacifico, così come quelle che abitavano la regione dei Grandi Laghi, imponeva la temporanea sospensione delle attività di caccia e pesca e quelle di produzione agricola. Questo periodo dell’anno sembrava quindi costituire il momento adatto per mettere in atto pratiche di interruzione momentanea dell’ordine sociale. Figure come il danzatore folle incarnavano proprio questa irruzione del disordine nel mondo umano e la temporanea frattura dell’ordinario funzionamento della vita sociale.

Quindi, proprio come un danzatore folle dei Kwakiutl, portatore di creatività attraverso la sua azione distruttrice volta ad attaccare norme e valori dominanti e a destabilizzare il normale funzionamento dell’ordine sociale, ritengo che il ruolo dell’antropologia debba essere grossomodo lo stesso, ossia offrire nuove possibillità di sguardi e interpretazioni su quello che accade attorno a noi, convinto dell’importanza del disordine, della creatività dell’impeto distruttivo e della sovvesione di tutto ciò che si presenta come naturale, giusto, immutabile e dominante. Parafrasando quanto diceva Clifford Geertz, ripreso poco tempo fa dai compagni e dalle compagne dietro al progetto Naven, il compito dell’antropologia dev’essere quindi quello di destabilizzare; destabilizzare tanto norme e valori dominanti quanto una realtà sociale, politica ed economica che si continua a presentare come necessaria e come l’unica possibile. E reinterpretando quanto sostenuto da Bakunin, vedo l’antropologia come strumento di distruzione con cui minare le fondamenta del potere e dell’autorità costituita. Antropologia quindi come mezzo di sovversione e irruzione del disordine nella realtà odierna, antropologi come “danzatori folli” in rotta verso l’ignoto che apre infinite possibilità e animati da creatività distruttrice, alla ricerca di percorsi inesplorati verso imprevisti senza nessuna certezza. Perchè solo una rottura dell’ordine costituito può far intravedere la possibilità di sperimentare modi di vivere diversificati.L’unica possibilità che NULMAL prende in considerazione è quindi quella di sconvolgere questo mondo e sovvertire l’esistente e l’oppressione che impone sulle nostre vite, aprendosi alla sperimentazione di modi di vivere altri.

 

Per un’antropologia militante (di Naven)

Ho già accennato ieri all’esistenza di Naven, un “foglio volante di antropologia” come lo definisce il collettivo che sta dietro a questo progetto. Adesso invece ritengo valido riportare per intero l’articolo che ho trovato più interessante e con cui mi son ritrovato d’accordo dal titolo emblematico “Per un’antropologia militante”. Un modo anche per far conoscere ai lettori di questo blog una realtà nuova come quella incarnata da Naven alla quale partecipano individualità che rispetto e stimo sia in ambito antropologico sia in ambito politico-militante. Buona lettura.

Per un’antropologia militante

“Con non poco successo abbiamo cercato di scuotere il mondo, tirando da sotto i piedi i tappeti, rovesciando tavolini da té, facendo esplodere petardi. Compito di altri è stato di rassicurare, il nostro quello di destabilizzare. Fra australopitechi, bricconi, consonanti avulsive, megaliti noi siamo insomma venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore.” C. Geertz

Che cos’è l’antropologia? E’ forse questo il titolo più inflazionato tra seminari, convegni, festival, programmazioni e dibattiti a tema antropologico. Soltanto in questi mesi del 2018 crediamo di averne contate quasi una decina. Ogni occasione è buona per tentare definizioni, stabilire programmi, immaginare percorsi teorici, dire tutto e il contrario di tutto, giustificare, giustificarsi, esaltare e crocefiggere. Il tutto con quel fare puntiglioso da primi della classe, di quelli attenti a mettere sempre i puntini sulle “i”, smarcandosi dai letterati, ma anche dagli scienziati, dai medici ma anche dai viaggiatori. Alla fine – come spesso accade – la questione si risolve nel nulla o quasi. Che cosa sia l’antropologia e a che cosa serva resta un mistero ai più e, probabilmente, nemmeno noi siamo riusciti a capirlo.

Dopo un po’ – però- questo spiccato gusto per il detournement fa perdere di vista gli obiettivi delle ricerche, lasciando intendere che l’antropologia sia un po’ di tutto e un po’ nulla. C’è allora chi pensa che sia quel vezzo bo-boe intellettuale che a noi occidentali, meglio se di buona famiglia, piace tanto [e così troppo spesso è]; chi la paragona alle scienze “dure”: la fisica, la matematica, la chimica; chi la pensa scienza sì, ma in una versione edulcorata; chi l’avvicina alla letteratura e chi, più semplicemente, non sa dove collocarla.

Forse perché tra tutte le “scienze” (e ci teniamo ben ai margini di un dibattito troppo grande per noi), le “scienze antropologiche” sono, a buon parere nostro e di tutti, le più autoreferenziali in assoluto. Tonnellate di pagine scritte in neanche due secoli di storia; fiumi d’inchiostri e libri stampati affollano gli angoli più remoti delle librerie più fornite e le vetrine di quelle indipendenti, “alternative” [chi più e chi meno]: dimenticati. A comprarli è spesso lo stesso studente di antropologia, obbligato a imparare a memoria [certosinamente quanto inutilmente] interi capitoli, o, in casi più rari, l’inconsapevole curioso//finto o presunto intellettuale (non si è mai capito chi c’è e chi ci fa), che arrivato all’ultimo con i regali natalizi opta per una scelta letteraria un po’ snob solo cercando di attirare l’attenzione di amici o parenti con “qualcosa di diverso”. Scienza timida dal disilluso fascino esotico, troppo spesso incapace di camminare sulle proprie gambe, fatica a costruirsi spazi di credibilità o d’interesse al di fuori dell’ambiente accademico. E quando lo fa, fa disastri.

Per l’opinione pubblica l’antropologo non esiste se non sui dizionari: “l’antropologo, chi è costui?” potremmo sentirci dire da amici e parenti. E come dargli torto. In effetti, a cercarlo, un antropologo – che faccia solo l’antropologo – praticamente non esiste. Si arrabatta a scrivere di un po’ di tutto, sconfinando nella narrativa e nel giornalismo, strizza l’occhio alle ONG e accetta quasi qualsiasi impiego, tradendo tradizioni teoriche, modelli metodologici, anni di studio e di vita; infine porta a casa il pane a costo di pesi sulla coscienza.

E allora perché una rivista di antropologia? Già. La verità è che ci andava, e questo basterebbe. Di cambiare il mondo non abbiamo la stoffa né, sicuramente, la voglia. Che però una certa volontà di uscire dalle ammuffite mura dell’accademia non sia un fatto singolo, ma un’esigenza diffusa, è da annotare. Si proverà a fare questo dunque, a condividere riflessioni e analisi con chi di antropologia sa poco o nulla, cercando di comprendere – e magari di far comprendere – che le possibilità di lettura di un evento, di una situazione, di un fatto, sono molteplici e talvolta tutte egualmente valide, e che un’altra realtà c’è, anche se non si vede [o non si vuol vedere].
Non si tratta di nozioni, è una questione di sguardo. Cambiare il nostro “modo di vedere le cose” null’altro è che tentare un approccio riflessivo verso ciò che accade [spesso neanche troppo lontano da noi] negli universi della politica, dell’attualità, delle storia, delle scienze e delle cose del mondo. Uno “sguardo antropologico” può essere utile a porre l’attenzione sul come si guarda e non sul dove si guarda, a istillare in noi quel “perpetuo principio d’inquietudine”, arma preziosa contro uno status quo che aspira al riconoscimento di “unico possibile”. Val bene un’antropologia dunque, ma che sia militante, che si spenda a dire la sua, che si imponga di entrare nel dibattito, di rompere le scatole, di punzecchiare, di infastidire. Di destabilizzare, appunto.

Sito di “Naven”: http://naven.altervista.org/

NAVEN – Un Foglio Volante di Antropologia

Con non poco successo abbiamo cercato di scuotere il mondo, tirando da sotto i piedi i tappeti, rovesciando tavolini da té, facendo esplodere petardi. Compito di altri è stato di rassicurare, il nostro quello di destabilizzare. Fra australopitechi, bricconi, consonanti avulsive, megaliti noi siamo insomma venditori ambulanti di anomalie, spacciatori di stranezze, mercanti di stupore. (C. Geertz)

Che cos’è Naven? Per rispondere a questa domanda rimando il lettore direttamente alle parole di coloro che stanno dietro a questo nuovo “foglio volante di antropologia”, una fanzine/rivista/manifesto autoprodotto, anonimo e collettivo.

 

“Perché Naven? Naven è un complesso rituale collettivo di travestimento diffuso presso gli Iatmul della Nuova Guinea. Non occorre qui tentare un’impegnativa opera di descrizione dettagliata, quanto comprendere quelli che sono i tratti più interessanti di questo comportamento umano. Tralasciando dunque la spiegazione funzionalista che ne fece Bateson illo tempore, ci basta sapere che Naven significa innanzitutto “mostrarsi”, “darsi a vedere” e indica al tempo stesso un rituale consistente in insolite azioni assurde e spettacolari, dove gli uomini si travestono da donne e le donne da uomini. L’evento ha senza dubbio del comico: i partecipanti fingono di essere del sesso opposto, si travestono, enfatizzano i comportamenti, appaiono ridicoli e innaturali assumendo atteggiamenti che solitamente gli sono preclusi dall’ordine sociale. É dunque uno scherzo? Una carnevalata? No di certo,
non bisogna farsi ingannare dalle strane movenze, dalle risate, dai vestiti e dal trucco. Non c’è nulla di più serio del Naven per gli Iatmul. Si tratta, infatti, di un modo per evidenziare gli squilibri che esistono nella società, renderli espliciti alle parti coinvolte così da farli emergere, sottolinearli, e di conseguenza anche minimizzarli ed esorcizzarli. Una sorta di denuncia sociale, collettiva, verso le differenze esistenti tra uomini e donne nei loro ruoli sociali, politici e affettivi. Non è però un rituale dalla sola funzione passiva, che si limita a registrare e rendere manifesta una condizione d’ineguaglianza intollerabile. Il ruolo del Naven è profondamente attivo: strumento di reazione e provocazione, mira a sovvertire – seppur in maniera temporanea e limitata – l’ordine stabilito. Così, anche per noi, la questione non è solamente quella di far presente un rapporto sbilanciato tra studenti/professori/accademici/letterati/popolino/colti e non: non è nostro obiettivo né interesse riequilibrare rapporti di forza, restaurare la pace sociale, mettere fine alle discordie. Ciò che occorre fare riguardo a questi e altri rapporti di potere, semmai, è superarli e distruggerli.”

Per chi fosse interessato può richiedere il Pdf del primo numero di Naven a questo indirizzo mail: [email protected]… oppure potrebbe aspettare di imbattersi in Naven sui muri dell’Università Bicocca di Milano.

Un Racconto sulle Risorse e sul Potere

L’articolo in questione è in realtà direttamente ripreso dall’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo del manuale “Elementi di Antropologia Culturale” scritto dall’antropologo Ugo Fabietti, recentemente scomparso.

“In un mondo sempre più “globale”, nel quale le risorse del pianeta sono sfruttate all’infinito a vantaggio di una minoranza dei suoi abitanti, ripensare il rapportro tra la gestione delle risorse e la gestione del potere significa, in un certo senso, riconsiderare il futuro stesso del genere umano.

I miti, in qualsiasi modo li si voglia interpretare (come una spiegazione dell’origine del mondo, come un <<trucco pedagogico>>, oppure come il prodotto della <<mente classificatoria>>) hanno sempre la straordinaria capacità di fissare, in una storia, aspetti della condizione umana. I miti infatti non sono qualcosa che proviene dagli abissi dell’inconscio o del tempo, ma sono modi in cui gli esseri umani cercano di attribuire un senso alla propria condizione, alle proprie ansie, speranze e paure. Sono, secondo l’etimologia greca del termine, dei <<racconti>>. Gli esseri umani inventano racconti ogni giorno. La maggior parte di questi racconti vengono dimenticati, altri restano, e alcuni finiscono per diventare <<i miti>> per eccellenza.

Il racconto che segue è opera di un capo degli Yanomami – un popolo di orticoltori amazzonici che come abbiamo visto ha sofferto gli effetti tragici di quella logica di <<sfruttamento all’infinito>> delle risorse che sembra oggi sempre più furoreggiare sul nostro pianeta – e si ispira al presente. Mescolando elementi della tradizione cosmologica yanomami con una visione della condizione attuale di questo popolo e dell’ambiente in cui esso vive, potrebbe, un giorno, diventare un <<mito>>. Lo riportiamo perchè riflette la lucida consapevolezza che gli Yanomami hanno del rapporto che esiste tra l’uso delle risorse e il potere che le controlla. Anche se le figure del racconto sono per noi fantastiche, esse corrispondono, nei codici culturali locali, agli agenti responsabili dell’accadere degli eventi che in esso sono descritti. Il racconto parla di come lo spirito-vapore Xawara, rilasciato dal sottosuolo durante la ricerca dei minerali, porti la distruzione per tutti, Yanomami e bianchi.

Questa cosa che noi chiamiamo Xawara veniva tenuta nascosta molto tempo fa dai nostri antenati. Era Omame, lo spirito-creatore yanomami, a tenere Xawara nascosto. Lo teneva nascosto e non voleva che gli Yanomami lo disturbassero. Omame disse: <<Non toccatelo!>> Per questa ragione lo nascose nella profondità della terra. Egli disse anche: << Se Xawara torna alla superficie, tutti gli Yanomami cominceranno a morire a sciami!>>. Dopo aver detto queste parole, egli lo seppellì molto in profondità.

Ma oggi i Nabebe, i bianchi, dopo aver scoperto le nostre foreste sono stati presi dal desiderio frenetico di tirare fuori questo Xawara dal profondo della terra dove l’ha nascosto Omame. Xawara è anche il nome con cui chiamiamo Booshike, la sostanze che voi chiamate <<minerali>>. Noi ne abbiamo paura. Xawara è il nemico degli Yanomami, e anche il vostro. Vuole ucciderci. Così se cominci ad ammalarti, esso va avanti fino ad ucciderti. A causa di questo, noi Yanomami siamo molto preoccupati. Quando l’oro rimane nelle fredde profondità della terra non è un male. Allora va tutto bene. Non è pericoloso. Quando i bianchi estraggono l’oro dalla terra, lo bruciano, lo girano sul fuoco come se fosse farina di manioca. Questo fa venir fuori il fumo dall’oro. E’ così che Xawara, che è il fumo dell’oro, si viene a creare. Dopo di che lo Xawara wakexi, questo <<fumo epidemico>>, si diffonde non solo attraverso la foresta, dove vivono gli Yanomami, ma anche nelle terre dei bianchi, dappertutto. Ecco perchè stiamo morendo, a causa di questo fumo. Diventa fumo portatore di morbillo. Diventa molto aggressivo e uccide gli Yanomami.

Quando il fumo raggiunge il centro del cielo, anche il cielo comincia ad ammalarsi, comincia anch’esso ad esser colpito dallo Xawara. Anche la terra si ammala. Perfino gli Hekurabe, gli spiriti aiutanti degli sciamani, si ammalano molto. Perfino Omame è colpito. Deosime, Dio, anche. Per questo ora siamo molto preoccupati. Non sono sollo gli Yanomami a morire. Tutti moriranno insieme. Quando il centro del cielo sarà pieno di fumo, anche il cielo comincierà a morire, come uno yanomami. A causa di ciò, quando esso si ammalerà il tuono si farà sentire senza sosta. Anche il tuono si ammalerà e romberà di rabbia, senza sosta, afflitto dal calore.

Per gli Yanomami questo significa che il cielo si spezzerà e i numerosi sciamani yanomami morti vorranno vendicarsi: quando gli sciamani muoiono i loro Hekurabe, gli spiriti aiutanti, si arrabbiano molto. Essi vedono che i bianchi causano la morte degli sciamani, i loro <<padri>>. Vorranno vendetta, taglieranno il cielo a pezzi facendolo crollare sopra la terra; faranno anche cadere il sole e quando il sole cadrà diventerà tutto buio. Quando la luna e le stelle cadranno, il cielo diventerà buio. Noi vogliamo dire ai bianchi tutto questo, ma loro non ascoltano […] (cit. in Rocha, 2001, pp. 62-63) “

A Proposito di Multiculturalismo, Interculturalismo e Pensiero Meticcio

In questo articolo, prendendo come punto di partenza il saggio antropologico “Le Nostre Braccia” scritto da Andrea Staid, proverò non solo a fare luce sulle differenze sostanziali che intercorrono tra termini troppo spesso abusati e utilizzati come sinonimi (ovvero Multiculturalismo, Multietnico, Interculturalismo, ecc…), ma vorrei provare anche ad evidenziare l’importanza del così detto pensiero “meticcio” come paradigma antropologico fondamentale per approcciarsi allo studio e all’analisi dell’alterità culturale e delle comunità umane.

Chi è appassionato di antropologia e discipline affini è perfettamente conscio dell’importanza dell’identità nella vita dell’essere umano. Questo perchè l’identità permette di rispondere a due domande problematiche che l’uomo, partendo dalla suddivisione dell’umanità tra noi e loro, si pone: chi sono io? chi sono gli altri?, sono queste le domande che attanagliano la mente dell’uomo in ogni epoca e in ogni contesto storico. Credo sia utile però ricordare che l’identità culturale può essere analizzata secondo due punti di vista; infatti se da un lato permette una visione particolare del mondo, aiutandoci ad interpretare e semplificare la sua complessità, dall’altro lato l’identità impedisce di comprendere completamente le ragioni degli altri, conducendo quindi spesso, a partire da una visione etnocentrica dell’alterità culturale, all’intolleranza, ala discriminazione e al razzismo. Incontrare l’altro significa incontra l’alterità culturale in quanto ognuno vede il mondo in modo soggettivo e a partire da una propria esperienza personale.

L’errore (forse) più grande commesso dall’antropologia classica è stato quello di considerare le differenti identità culturali come entità ed oggetti monolotici, chiusi, rigidi e perciò non suscettibili di cambiamento o trasformazioni. La realtà dei fatti però è ben diversa; infatti ogni identità culturale è il risultato di un continuo processo di costruzione sociale, politica e culturale, ed è quindi in continua trasformazione, mutamento. Essendo prodotti storici suscettibili di cambiamento, le identità etnico-culturali non possono essere considerate omogenee, chiuse, fissate, bensì bisogna vederle come immesse in un processo di costruzione continua; le identità culturali sono sempre in movimento. E’ impossibile pensare ad una civiltà senza rendersi conto che essa esiste solamente grazie ad un processo storico di contatto, scontro e ibridazione tra popoli differenti portatori di tratti culturali differenti. E’ proprio per questa continua ibridazione e contaminazione tra popoli e culture differenti che è impensabile definire la cultura come un blocco omogeneo e inalterabile nel tempo. Così come è totalmente errato credere nell’esistenza di una fantomatica “cultura originariamente pura”, poichè ogni identità culturale è fin dalla sua nascita il prodotto di una contaminazione. L’impatto di una nuova cultura su una cultura autoctona è segnato dal confronto-scontro tra due modi differenti di vedere ed interpretare il mondo che partono dalle differenti categorie culturali che abbiamo interiorizzato a partire dalla socializzazione primaria. Questo confronto-scontro tra culture differenti permette alla cultura autoctona, che si sente “invasa”, di selezionare elementi della cultura nuova, cercando di rielaborarli e normalizzandoli all’interno della propria identità culturale.

All’interno della società contemporanea, influenzata in modo massiccio dalla globalizzazione, sono emersi differenti paradigmi interpretativi per analizzare il rapporto con l’alterità cultural-etnica. Sentiamo sempre più spesso infatti parlare di multiculturalismo e interculturalismo, termini spesso utilizzati come fossero sinonimi intercambiabili anche quando in realtà ognuno di loro si riferisce ad una specifica interpretazione della società moderna. Il multiculturalismo infatti contempla la semplice convivenza tra culture diverse all’interno della stessa società; convivenza che però implica che i gruppi sociali appartenenti a culture ed etnia differenti occupino spazi diversi e opposti all’interno del contesto sociale, rendendo non solo difficile ma praticamente impossibile l’incontro ed il dialogo. La visione multiculturale vede le identità culturali come dei monoliti immobili e immutabili nel tempo e nello spazio. Il limite principale del multiculturalismo è la sua incapacità o indifferenza nel far dialogare e relazionare tra loro culture differenti, mantenendolo omogenee e lontane, impedendo qualsiasi forma di ibridazione e confronto. L’interculturalismo al contrario auspica che all’interno della società moderna multietnica prevalgano gli atteggiamenti di conoscenza e scambio reciproco tra le differenti culture/etnie e che all’interno della società multietnica tutte le culture possiedono pari dignità e convivono su un piano di uguaglianza. La visione interculturalista rigetta completamente l’idea che possano esistere culture superiori o inferiori, contrapponendo ad essa semplicemente l’idea dell’esistenza di culture differenti tra loro. La problematica maggiore che emerge dall’adozione della visione interculturalista probabilmente si manifesta nell’espressione di un culto quasi morboso verso l’alterità cultural-etnica; questo porta a concepire le culture come un qualcosa da proteggere da qualsiasi tipo di ibridazione e contaminazione e tende a valorizzare i contenuti culturali che fan leva sul sentimento identitario. Se la parola d’ordine del multiculturalismo è “separare per dominare”, possiamo senza troppi problemi sostenere che quella dell’interculturalismo è “separare per proteggere”. E si arriva al punto di incontro tra i due approcci, ovvero il problema commesso da entrambi: la separazione tra le culture. La cultura (le identità culturali) non deve nè esser dominata nè esser protetta; le culture non devono esser separate perchè tale atteggiamento porta solamente all’emergere di sentimenti discriminatori, frammentazione sociale e rivendicazioni dettate dalla costruzione artificiale di identità nazionali.

A questi due paradigmi interpretativi si contrappone il modello meticcio (o meticciato, o ancora pensiero meticcio), ovvero una modalità di pensiero che si manifesta senza regole prestabilite attraverso il continuo incontro, scambio e condivisione tra individui appartenenti a mondi culturali differenti. Se l’antropologia è “un sapere che fa della molteplicità irriducibile delle soluzioni umane il suo interesse principale e il suo punto di forza” come scrive Remotti, allora approcciarsi allo studio delle comunità umane partendo da un pensiero meticcio è l’unica soluzione che permette di annullare l’assunto gerarchico secondo il quale “noi”(portatori dell’unica e vera cultura) studiamo “loro”(l’alterità culturale). Con l’avvento della globalizzazione e con l’aumento dei flussi migratori le società moderne son diventate sempre più comunità meticce; risulta quindi non solo impossibile ma anche alquanto grottesco, nel mondo globalizzato di oggi, rinchiudersi in una sola cultura, in una sola identità culturale considerata pura e immutabile. Il modello meticcio a differenza di altri modelli interpretativi sopracitati, è pienamente consapevole del carattere cangiante delle identità culturali e per questo non smette di sottolineare che ogni cultura è in continua trasformazione e cambiamento. Il modello meticcio può e deve quindi insegnarci che nel mondo contemporaneo nel quale convivono a contatto svariate culture differenti, è impossibile pensarsi bloccati in una sola identità culturale. E allo stesso tempo il pensiero meticcio smaschera ogni possibile e presunta “purezza culturale originaria” da difendere dall’ibridazione con l’alterità culturale; citando direttamente Laplantine: “Alla nozione di purezza originale noi opporremmo la nozione freudiana di “perverso, polimorfo”, applicata alla cultura. Questo significa che l’identità culturale, nel modo in cui spesso è stata appresa non esiste affatto”.

Per concludere ritengo sia utile citare direttamente Andrea Staid per sottolineare che “con il meticciato nulla è mai definitivo, stabilizzato o fissato, non possiamo immaginare che prenda il potere, che diventi dominante.” E ancora: “E’ il pensiero di un mondo dove si riconosce eguale dignità alle diverse culture ma sopratutto che auspica a un mescolamento, teso al cambiamento, a un’ibridazione continua che sappia adattarsi ai tempi in cui vive, dove le culture vanno messe nelle condizioni di cambiare più rapidamente e felicemente possibile”. Il pensiero meticcio quindi non esiste mai allo stato puro, originario ed intatto, ma solamente nel rapporto e nella relazione con l’alterità. Per questo possiamo definire il pensiero meticcio come il “pensiero della trasformazione”, parafrasando il solito Laplantine.