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“Continuare a combattere, continuare a resistere!” – i Waiapi sul piede di guerra

Le politiche recentemente presentate e adottate dal presidente brasiliano Temer indirizzate ad una liberalizzazione estrema dell’attività estrattiva nelle zone amazzoniche ricche di risorse minerarie, rischiano di mettere in serio pericolo l’esistenza e la sopravvivenza delle tribù indigene che abitano queste zone. Tra le tribù minacciate da questa apertura all’attività mineraria delle grandi multinazionali e dall’invasione dei propri territori per mano di taglialegna e minatori, quelli sicuramente più combattivi e bellicosi sono i Waiapi, popolo originario dell’area amazzonica conosciuta come Renca. I Waiapi sono entrati in contatto con la civiltà solamente nel 1973 e la loro esistenza dipende tutt’oggi esclusivamente dalla foresta e dai fiumi, questi ultimi minacciati per l’appunto dall’attività estrattiva delle grandi imprese minerarie. Oggi, in risposta alle politiche del presidente Temer decise senza interpellare i popoli originari del Brasile, i Waiapi rispondono imbracciando archi e frecce e dichiarandosi pronti a combattere fino alla morte per difendere i propri territori invasi e minacciati dalle multinazionali.

“Questo non porterà sviluppo per noi. Porterà solo una catastrofe per la foresta amazzonica in Brasile” ha dichiarato Jawaruwa, un portavoce waiãpi, in merito all’apertura della Renca all’attività estrattiva delle grandi imprese straniere.

“Continueremo a combattere. Quando le compagnie invaderanno i nostri territori noi continueremo a resistere. Se il governo brasiliano deciderà di inviare l’esercito e i soldati per ucciderci e reprimere la nostra resistenza, continueremo a resistere fin quando non saremo tutti morti” queste le parole di Tapayona, guerriero waiapi sulla trentina.

L’anziano capo waipi Tzako ha dichiarato a sua volta: “Noi stiamo combattendo affinchè in futuro questo non accada nuovamente; siamo pronti per la guerra ora, non ci arrenderemo!”

Quella tra Waiapi, governo Temer e multinazionali minerarie è solamente l’ennesima pagina del secolare conflitto che vede contrapporsi da una parte i popoli indigeni oppressi e minacciati ma pronti a combattere e resistere per difendere la propria esistenza e i propri territori e dall’altra multinazionali e governi mossi solamente dall’incessante ricerca di profitto e dagli interessi capitalistici che si concretizzano nella devastazione e nel saccheggio dei territori e nell’oppressione e nello sterminio dei popoli indigeni, in poche parole nello sfruttamento della natura e nella repressione di tutti quei popoli considerati “selvaggi” e “primitivi”. Ma la risposta dei Waiapi a questo ennesimo attacco alla loro esistenza è stata chiara: Resisteremo e combatteremo fino a quando non saremo tutti morti!

 

 

Resistenze Indigene – La Guerra di Guerriglia dei Seminole

I Seminole, tra le numerosissime tribù di nativi americane venute in contatto con l’uomo bianco, sono stati certamente, oltre che un popolo particolare e unico, uno dei più bellicosi e tenaci nel difendere la propria autonomia e la propria libertà con tutti i mezzi possibili. Ancora oggi infatti il popolo Seminole è ricordato e fa vanto di esser stata l’unica tribù di nativi a non aver mai firmato un trattato di Pace con il governo degli Stati Uniti d’America. Inoltre le guerre avvenute tra i Seminole e il governo americano sono state le più lunghe, logoranti e costose sia in termini di perdite umane che di denaro per il governo USA tra tutti i conflitti mossi contro i nativi. In questo articolo della serie “Resistenze Indigene” parlerò nello specifico della Seconda Guerra Seminole, anche conosciuta come Resistenza Seminole, e della tattica militare utilizzata dai nativi per contrastare l’espansione dei coloni e dell’esercito americano nei territori paludosi della Florida, ovvero la guerriglia.

Prima di iniziare dovremmo chiarire chi furono i Seminole. I primi gruppi di nativi che si stanziarono nelle zone attorno alle paludi della Florida, erano in realtà delle comunità di migranti formate da individui appartenenti alle tribù Creek e Chickasaw che avevano deciso di abbandonare, a causa di problemi di sovrappopolazione, i propri territori di origine e le proprie tribù. Una volta giunti in Florida, queste comunità di migranti decisero di rinnegare le proprie origini adottando il nome di Seminole, che può star a significare sia “uomini liberi” sia “popolo in movimento”. E’ per questa loro natura di migranti, di fuggitivi, di uomini liberi che dovremmo pensare ai Seminole come una confederazione di comunità, piuttosto che come un vero e proprio popolo omogeneo culturalmente, linguisticamente e etnicamente. A riprova di questa loro natura culturale eterogenea è utile sottolineare che all’interno della confederazione seminole trovarono rifugio moltissimi schiavi neri fuggitivi che acquistarono la libertà all’interno delle comunità indigene, divenendo membri effettivi del popolo Seminole e combattendo al loro fianco nelle guerre contro gli americani. La confederazione seminole rappresenta quindi un caso unico all’interno del variegato panorama dei popoli nativi americani, al punto che non sarebbe affatto un errore definirla una vera e propria confederazione multiculturale. Inoltre ritengo sia importante sottolineare che, per quanto riguarda l’organizzazione politica-sociale, i Seminole erano privi di re o capi, e solamente in situazioni speciali come un conflitto, sceglievano in modo democratico, orizzontale e diretto il proprio capo di guerra.

Passiamo ora ai fatti storici. La prima data importante nella storia Seminole è il 1819, data con la quale termina la prima Guerra Seminole e che decreta l’acquisizione statunitense della Florida che fino a quel momento era stato possedimento coloniale spagnolo. Con l’acquisizione della Florida, il governo statunitense decise di intraprendere delle vere e proprie campagne militari per invadere, occupare e conquistare i territori nativi, deportando gli indigeni nelle riserve. I Seminole però non vollero saperne di abbandonare le proprie terre e di assoggettarsi al volere degli americani e per questo motivo decisero di intraprendere una guerra di guerriglia volta a scacciare l’invasore e a mantenere la propria autonomia. Alcuni anni dopo la conclusione della Prima Guerra Seminole infatti, nel 1823, il governatore della Florida W.P.Duval discusse con alcuni rappresentanti indigeni le condizioni per la stipulazione di un trattato di pace che avrebbe non solo decretato la cessione delle terre seminole al governo degli Stati Uniti, ma sopratutto l’accettazione di recarsi nelle riserve dell’Oklahoma.

Contro questo trattato e contro la deportazione in alcune riserve dell’Oklahoma, a ovest del Missisipi, si schierò con tenacia il famoso capo di guerra Osceola, il quale fu artefice dell’inizio della Resistenza Seminole che durò per 7 anni. Osceola, conscio dell’importanza che avrebbe potuto assumere il territorio paludoso della Florida e della conoscenza seminole di quell’ambiente ostile, attuò una vera e propria guerra di guerriglia contro l’esercito statunitense che si dimostrò disorientato dalla facilità di combattimento e movimento che contraddistingueva i Seminole in quelle zone ostiche e inviolabili. Prima di arrivare al vero e proprio inizio della Seconda Guerra Seminole però dobbiamo raccontare altri importanti eventi che ci permettono di fare un quadro più completo dei rapporti che intercorrevano tra il governo USA e la Confederazione Seminole.

Il 28 dicembre 1833, l’agente dell’esercito americano Thompson fu ucciso durante un imboscata; questo fatto viene ritenuto il momento preciso in cui i Seminole riconobbero ad Osceola lo status di capo di guerra che avrebbe guidato la resistenza. La sera dello stesso giorno due compagnie comandate dal maggiore Francis Dade affrontarono altri tre capi di guerra seminole; dal combattimento solamente tre soldati americani uscirono vivi. Furono questi due avvenimenti che diedero inizio alle prime fasi della Seconda Guerra Seminole, che iniziò ufficialmente solo nel 1835 e che vide nuovamente la Florida teatro di violenze e combattimenti pochi anni dopo la conclusione del primo conflitto. Nonostante la resistenza seminole durò fino al 1842 assestando gravi perdite all’esercito statunitense, nel 1838 fu colpita duramente dalla morte di Osceola, successiva alla sua cattura da parte dell’esercito americano a St.Augustine e la sua prigionia a Fort Moultrie.

Come ho già sottolineato sopra la Resistenza Seminole è stata una guerra di guerriglia nella quale il territorio paludoso della Florida ha avuto un ruolo fondamentale; da una parte permise ai guerrieri indigeni di attuare una guerriglia fatta di agguati, imboscate e repentine fughe, dall’altra risultò essere un ambiente fortemente ostile ed impenetrabile per l’esercito americano trovatosi impreparato a combattere una guerra logorante in un territorio ignoto. Come disse Osceola a proposito della pratica della guerriglia nelle paludi della Florida: “Dove loro saranno molti noi non ci saremo, dove saranno in pochi noi li colpiremo”. Non è forse questa l’essenza della guerriglia che ha fatto la fortuna di molte insurrezioni, resistenze e rivoluzioni socialiste, marxiste e anarchiche? Citando direttamente Guevara, “Bisogna portare la guerra fin dove il nemico la porta il nemico; renderla totale. Non bisogna lasciargli un minuto di tranquillità, un minuto di calma al di fuori e all’interno delle sue caserme: attaccarlo dovunque si trovi; farlo sentire una belva braccata in ogni luogo in cui transiti”; ed è quello che hanno fatto dal 1935 al 1942 i guerriglieri indigeni e quello che ha permesso loro di mantenere la propria autonomia, la propria essenza di uomini liberi, in poche parole la propria essenza di Seminole.

“Il Dovere di Parola” – P.Clastres

 

“Parlare presuppone anzitutto il potere di parlare, o meglio, l’esercizio del potere assicura il dominio della parola: soltanto i signori possono parlare; ai sudditi il silenzio del rispetto, della venerazione e del terrore. Parola e potere intrattengono rapporti tali che il desiderio dell’una si realizza nella conquista dell’altro. Principe, despota o capo di Stato, l’uomo di potere è sempre non solo l’uomo che parla, ma la sola fonte di parola legittima: parola immiserita, parola povera, certamente, ma ricca d’efficacia, perchè si chiama comando e non vuole che l’obbedienza dell’esecutore. Potere e parola, estremi, ciascuno per sè, inerti, non sussistono che l’uno nell’altro, ciascuno è sostanza dell’altro e se il perdurare della coppia sembra trascendere la Storia, ne alimenta tuttavia il movimento: si dà evento storico quando, abolito ciò che li separa e li condanna, quindi, all’inesistenza, potere e parola si instaurano nell’atto stesso del loro incontro. Ogni presa di potere è anche acquisto di parola.

S’intende che tutto ciò concerne in primo luogo le società fondate sulla divisione: padroni-servi, signori-sudditi, dirigenti-cittadini. Il segno primordiale di questa divisione, il suo luogo privilegiato di manifestazione, è il fatto massivo, irriducibile, forse irreversibile, di un potere avulso dalla società nel suo insieme, poichè soltanto alcuni dei suoi membri lo posseggono, di un potere che, separato dalla società, si esercita su di essa e, all’occorrenza, contro di essa. Ciò a cui ci riferiamo è l’insieme delle società statuali, dai dispotismi più arcaici ai più moderni Stati totalitari, passando attraverso le società democratiche il cui apparato statale, per quanto liberale, rimane nondimeno il lontano possessore della violenza legittima.

Vicinato, buon vicinato, della parola e del potere: suona chiaro ai nostri orecchi da gran tempo avvezzi a intendere quella parola. Nè si può disconoscere questo insegnamento decisivo dell’etnologia: il mondo selvaggio delle tribù, l’universo delle società primitive, o anche (è la stessa cosa) delle società senza Stato, offre stranamente alla nostra riflessione questa alleanza già individuata, ma nelle società statuali, fra il potere e la parola. Sulla tribù regna il capo, il quale regna altresì sulle parole della tribù. In altre parole, e particolarmente nel caso delle società primitive amerindiane, gli Indiani, il capo (l’uomo di potere) detiene anche il monopolio della parola. Fra i selvaggi non si deve domandare: chi è il vostro capo? bensì: chi fra voi è colui che parla? Signore delle parole: così molti gruppi chiamano il loro capo.

Sembra dunque impossibile concepire separatamente il potere e la parola poichè il loro legame, chiaramente metastorico, non è meno indissolubile nelle società primitive che nelle formazioni statuali. Sarebbe tuttavia poco rigoroso fermarsi ad una determinazione strutturale di questo rapporto. Infatti la divisione radicale che attraversa le società, reali o possibili, secondo che siano con o senza Stato, non può non interessare il modo in cui potere e parola risultano connessi. Come si presenta questa connessione nelle società senza Stato, ce lo mostra l’esempio delle tribù amerindiane.

Qui si manifesta una differenza, la più evidente e, nello stesso tempo, la più profonda, nella coniugazione della parola e del potere: se nelle società statuali la parola è il diritto del potere, nelle società senza Stato, al contrario, essa è il dovere del potere. O, in altri termini, le società amerindiane non riconoscono al capo il diritto di parola perchè egli è il capo, ma esigono dall’uomo destinato ad essere capo che egli dia prova del suo dominio sulle parole. Parlare è, per il capo, un obbligo assoluto: la tribù vuole ascoltarlo: un capo silenzioso non è più capo.

Ma non ci si inganni: non si tratta del gusto, pur cosi vivo fra i selvaggi, per i bei discorsi, per il talento oratorio, per la magniloquenza. Non è questione di estetica, ma di politica. Nell’obbligo imposto al capo di essere uomo di parola, traspare infatti tutta la filosofia politica della società primitiva, si manifesta il vero spazio che vi occupa il potere – spazio che non è quello che si potrebbe credere. Ed è la natura di questo discorso, alla ripetizione del quale vigila scrupolosamente la tribù, è la natura di questa parola autorevole, che ci indica il luogo reale del potere.

Che cosa dice il capo? Che cos’è una parola di capo? E’, anzitutto, un atto ritualizzato. Quasi sempre il leader si rivolge al gruppo quotidianamente, all’alba o al crepuscolo. Disteso sulla sua amaca, o seduto vicino al fuoco, egli pronuncia ad alta voce l’atteso discorso. E la sua voce ha certo bisogno di potenza, per riuscire a farsi intendere. Nessun raccoglimento infatti, quando parla il capo, nè silenzio, ma ciascuno continua tranquillamente, come se niente fosse, ad attendere alle sue occupazioni, La parola del capo non è detta per essere ascoltata. Paradossalmente, nessuno presta attenzione al discorso del capo; o meglio, si finge la disattenzione. Se il capo, come tale, deve sottostare all’obbligo di parlare, le persone a cui egli si rivolge non sono invece tenute che a far mostra di non ascoltarlo.

E, in certo senso, non vi perdono, se così si può dire, nulla. Perchè? perchè il capo, nella sua prolissità, non dice letteralmente nulla. Il suo discorso consiste, quanto all’essenziale, in una celebrazione ripetuta più volte, delle norme di vita tradizionali: “I nostri avi si trovarono bene vivendo come vivevano. Seguiamo il loro esempio e in questo modo condurremo insieme un’esistenza pacifica”. Ecco pressapoco a che cosa si riduce un discorso di capo. Si comprende allora come esso non susciti alcun interesse in coloro a cui è rivolto.

Che cosa significa in questo caso parlare? Perchè il capo della tribù deve parlare proprio per non dire nulla? A quale domanda della società primitiva risponde questa parola vuota, che emana dal luogo del potere visibile? Vuoto è il discorso del capo appunto perchè non è discorso di potere: il capo è separato dalla parola, perchè è separato dal potere. Nella società primitiva, nella società senza Stato, il potere non si trova presso il capo: perciò la sua parola non può essere parola di potere, d’autorità, di comando. Un ordine è proprio ciò che il capo non può impartire, il tipo di pienezza rifiutato alla sua parola. Di là dal rifiuto d’obbedienza, che seguirebbe immancabilmente a un tale tentativo da parte di un capo dimentico del proprio dovere, non tarderebbe a porsi il rifiuto di riconoscimento. Il capo così folle da pensare, non tanto di abusare di un potere che non possiede, quanto all’uso stesso del potere, il capo che vuole fare il capo, viene abbandonato: la società primitiva è il luogo del rifiuto di un potere separato, perchè essa stessa, e non il capo, è il luogo reale del potere.

La società primitiva sa, naturalmente, che la violenza è l’essenza del potere. E in questo suo sapere è radicata la preoccupazione di mantenere costantemente separati il potere e l’istituzione, il comando e il capo. Il campo stesso della parola assicura la demarcazione e traccia la linea di confine. Costringendo il capo a muoversi nell’elemento della parola, cioè nell’estremo opposto della violenza, la tribù si assicura che tutte le cose restino al loro posto, che l’asse del potere si volga sul corpo esclusivo della società, e che nessuno spostamento delle forze possa mai coinvolgere l’ordine sociale. Il dovere di parola del capo, quel flusso costante di parola vuota che egli deve alla tribù, è il suo debito infinito, la garanzia che impedisce all’uomo di parola di diventare uomo di potere.”

“Il Dovere di Parola” è un saggio scritto da Pierre Clastres, apparso inizialmente nell’autunno del 1973 in “Nouvelle revue de psychanalyse”.

I Fuegini della Terra del Fuoco – Tra Comunismo Primitivo, Evoluzionismo e Genocidio

La perfetta uguaglianza fra gli individui nelle tribù fuegiane, ritarderà per lungo tempo la loro civilizzazione…Nella Terra del Fuoco, fino a quando non verrà qualche capo con poteri sufficienti per assicurare qualsiasi vantaggio acquistato, come l’addomesticamento degli animali, sembra difficilmente possibile che la condizione politica del paese possa migliorare. Oggi, anche un pezzo di panno dato a un singolo individuo è diviso a brandelli e distribuito e nessuno diventa più ricco di un altro. D’altra parte, è difficile comprendere come possa sorgere un capo fino a quando non vi sia una proprietà di qualche genere, con la quale egli possa manifestare la sua superiorità e aumentare il suo potere. Credo che in questa parte estrema dell’America meridionale l’uomo viva in uno stato di civiltà inferiore a quella di qualsiasi altra parte del mondo

Questa è una delle tante descrizioni scritte con toni denigratori da Darwin intorno alla prima metà dell’800 in merito alle condizioni di vita degli indigeni della Terra del Fuoco. Una descrizione che rientra perfettamente nel contesto storico dell’epoca caratterizzato dall’egemonia del paradigma antropologico evoluzionista e dalla visione etnocentrica europea. Gli evoluzionisti partivano dal presupposto che la cultura umana fosse una sola e che si fosse sviluppata progressivamente nel tempo, seguendo la stessa sequenza di sviluppo presso tutte le popolazioni presenti sulla terra. L’idea che sta alla base del paradigma evoluzionista è quella secondo la quale i differenti popoli, nel loro cammino evolutivo, hanno percorso o stanno ancora percorrendo degli stadi culturali fissi, identici e comuni, che li avrebbero permesso di raggiungere lo stadio finale incarnato dalla civiltà rappresentata dalla società europea dell’800. In questo modo gli evoluzionisti, partendo dal concetto di progresso, poterono applicare la legge evolutiva (e qui si torna a Darwin) a tutte le culture umane, evidenziando il presunto stadio di arretratezza di tutti gli altri popoli rispetto alla civiltà europea e alla cultura occidentale, uno stadio di arretratezza e primordiale che la società occidentale aveva già da parecchio tempo superato.

Ma, come ci ha insegnato l’antropologia attraverso il paradigma del relativismo culturale, “in realtà ogni cultura è il prodotto di una storia particolare che deve essere ricostruita nella sua specificità” (citando direttamente l’antropologa Angela Biscaldi); quindi il riconoscimento della particolarità e della specificità delle culture, nonchè della loro pluralità, va a scontrarsi e a smentire inesorabilmente la teoria evoluzionista-etnocentrica fondata sull’ideologia del progresso (ideologia specifica della cultura occidentale) che oltre a non riconoscere la valenza delle differenze culturali, vedeva nelle altre culture solamente una testimonianza di stadi evolutivi che la società occidentale aveva già superato.

Dopo questo lungo excursus meramente tecnico sul paradigma antropologico evoluzionista, che mi permette di inserire la testimonianza sopracitata in un contesto storico-intellettuale ben preciso e che permette al lettore di comprendere l’approccio di Darwin verso gli indigeni, vorrei iniziare a parlare dell’argomento principale di questo articolo, ossia i Fuegini della Terra del Fuoco, prendendo come punto di partenza l’omonimo libro dello scrittore  Riccardo Ianniciello.

Tra i gruppi di cacciatori-raccoglitori di indigeni fuegini, che si stima fossero dodicimila all’inizio dell’Ottocento, si possono distinguere quattro etnie: gli Yamana e gli Alacaluf, definiti i fuegini marittimi poichè stanziati nelle isole occidentali della Terra del Fuoco; i Selknam (chiamati anche Ona) si dividevano in due grandi gruppi, quello settentrionale (i kojuka) e quello meridionale, ed erano sostanzialmente definiti fuegini pedestri dediti alla caccia; infine nella penisola Matre vivevano gli Haush. Come tutte le culture umane di cacciatori-raccoglitori, anche i fuegini hanno dovuto far i conti con l’invasione e la brutale civiltà dell’uomo bianco, anche se loro rispetto ad altri popoli primitivi hanno forse avuto una sorte peggiore, essendo stati vittime di un sanguinoso genocidio che ha decretato la scomparsa di questi popoli.

Oltre alle testimonianze, infarcite di inesattezze antropologiche e pregiudizi etnocentrici, lasciate da Darwin durante i suoi viaggi a bordo della Beagle verso l’estremo lembo del Sud America, ritengo importante riportare anche una testimonianza di un altro personaggio caro all’antropologia, James Cook, che nel gennaio 1769 incontra per la prima volta un gruppi di Haush. Cook parla di loro in questi termini: <<Non siamo riusciti a scoprire se avevano un capo o alcuna forma di governo… in una parola forse sono le creature più miserabili che vi siano oggi sulla terra>>. Ricorrono spesso nelle testimonianze e nelle descrizioni di Darwin e Cook, così come di altri, termini quali “creature abbiette”, “miserabili”, “vendicativi”, “menzogneri”, “irosi”, “razza mezza morta di fame”, tutti termini che danno un chiaro esempio dell’approccio evoluzionista ed etnocentrico sviscerato all’inizio di questo articolo.

Riprendiamo ora la testimonianza iniziale di Darwin; quest’ultimo, oltre a considerare i fuegini come esseri miserabili ed abbietti, accusa la loro perfetta uguaglianza sociale, che si tramuta in una forma di comunismo primordiale, di esser la causa dell’impossibilità della loro evoluzione verso la civiltà. La visione fortemente critica dell’estrema uguaglianza e dell’assenza di divisione gerarchica della società fuegina di Darwin è influenzata da tutti quei valori tipici della società e della cultura europea dell’epoca e che sono tutt’ora la base fondante dell’attuale concezione sociale, politica ed economica dell’Occidente, ossia l’accumulazione di beni, la proprietà privata, la divisione della società in classi, la gerarchia tra governanti e governati e lo sfruttamento. Questi presunti valori tipicamente occidentali erano però estranei alle comunità primitive, in particolare ai fuegini, i quali al contrario si dimostrarono capaci di sviluppare una reale uguaglianza interna alla comunità, base perfetta per la possibilità di una organizzazione sociale definibile senza troppi problemi come “comunismo primitivo”.

Avviandoci verso la conclusione di questo articolo, penso sia utile, per ricollegarmi alla condizione di estrema uguaglianza sociale delle società fuegine e alla concezione di “comunismo primitivo”, riprendere la tesi di Pierre Clastres secondo la quale le società selvagge e primitive non sono affatto società immature ed arretrate poichè caratterizzate dall’assenza di una autorità politica, di divisione e di una gerarchia sociale tra governanti e governati e di una entità statuale. Al contrario questi insiemi sociali indivisi, resistendo e opponendosi ad ogni possibile forma di accumulazione e di accentramento di potere nelle mani di uno o pochi individui che provocherebbe la disuguaglianza interna al corpo sociale, scelgono volontariamente in realtà non di essere senza ma contro lo Stato.

Per concludere, come già sottolineato sopra, le quattro differenti etnie in cui si suddividono gli indigeni fuegini della Terra del Fuoco sono state vittime di un brutale genocidio perpetuato ai loro danni dagli immigrati europei che giunsero in quella regione a partire dalla metà dell’Ottocento. I “miserabili” indigeni costituivano un ostacolo per gli interessi dei pionieri europei in quelle terre, perciò l’unica soluzione possibile agli occhi dell’uomo bianco era quella di perseguitarli e sterminarli. Citando direttamente la testimonianza di Gusinde, sacerdote famoso per le sue opere etnografiche riguardanti gli indigeni della Terra del Fuoco, si conclude questo articolo: <<La presa con la forza, il furto delle terre, prima invase e poi occupate dai civilizzatori, tolse agli aborigeni qualsiasi mezzo di sussistenza. L’indio patagonico indifeso fu cacciato dalla sua terra sulla quale aveva titoli legittimi. L’avidità e l’inumanità dell’uomo civilizzato arrivò ad un tale livello di bassezza tanto che le teste degli aborigeni costituirono per l’uomo bianco un articolo commerciale…>>. La tragica vicenda dello sterminio degli indigeni fuegini per mano dell’uomo “civilizzato” bianco rappresenta così una delle pagine più cruente scritte nella storia della colonizzazione e della civilizzazione forzata dei popoli primitivi di cacciatori-raccoglitori.

Resistenze Indigene – La Guerriglia dei Modoc

Con l’articolo in cui trattavo la Battaglia di Mactan ho deciso di dare inizio ad una nuova categoria di articoli che riguarderanno le numerose resistenze indigene contro le innumerevoli manifestazioni dell’oppressione e della violenza che hanno caratterizzato la storia del colonialismo e dell’imperialismo europeo nel continente americano, così come in Asia, in Africa e in Oceania. L’articolo scritto in merito alla morte di Magellano per mano del Raja indigeno Lapu Lapu segna così l’inizio di una serie di articoli che prenderà il nome di “Resistenze Indigene”; articoli che saranno volti a riscoprire il tentativo coraggioso dei differenti popoli indigeni di non sottomettersi e di mantenere la propria autonomia politica e culturale dinanzi alla progressiva conquista e all’oppressione europea.

Nell’articolo di oggi si parlerà di quella che è passata alla Storia come “La Guerra dei Modoc” e che riguarda il biennio 1872-1873 nel quale la tribù nativa americana dei Modoc riuscì, con non più di una cinquantina di uomini, a tener testa all’esercito americano e al suo ingente dispiego di uomini e armamenti. Come al solito andiamo con ordine.

I Modoc erano una tribù di nativi americani stanziata sulla costa del Pacifico, nell’Oregon lungo la frontiera caliorniana, territorio che condividevano con un altro popolo a loro culturalmente legato, i Klamaths. I Modoc erano una popolazione di cacciatori-raccoglitori che negli anni ’50 del 1800 iniziò a provare un forte sentimento di ostilità nei confronti degli europei, dopo che questi ultimi si erano macchiati di diversi attacchi di rappresaglia e di violenze contro villaggi Modoc innocenti uccidendo donne e bambini; per questo motivo i Modoc nella figura del loro capo più carismatico e famoso, Kintpuash (noto con il soprannome affibbiatogli dai bianchi di Captain Jack che io cercherò di non utilizzare in questo articolo), decisero di vendicarsi e cercare di fermare l’invasione europea attaccando ogni uomo bianco che si sarebbero addentrato nei loro territori con l’intento di occuparli. Le vendette dei Modoc non si fecero aspettare, infatti durante gli anni ’50 ci fu un escalation di attacchi alle carovane con la conseguente uccisione di coloni e di pionieri. Questi avvenimenti evidenziarono la volontà del popolo Modoc di non cedere e di non sottomettersi alla conquista europea senza combattere.

Intanto negli anni ’60, l’Ufficio per gli Affari Indiani decise che sia i Modoc che i Klamaths avrebbero dovuto abbandonare le loro terre per esser condotti e rinchiusi in una riserva stabilità dal governo americano. Questo provvedimento fu preso per tentare di placare il carattere riottoso e ostile del popolo Modoc e per cercare di piegare la loro volontà di autonomia e resistenza al dominio americano; i Modoc dimostrando per l’ennesima volta il loro atteggiamento ostile all’uomo bianco che tentava di sottometterli e di espropriarli delle terre e della libertà, rifiutarono il trasferimento nella riserve rifugiandosi lungo il fiume Lost, a nord della frontiera californiana.

il 28 novembre del 1872, il maggior generale giunse nei pressi del fiume Lost insieme a una quarantina di soldati per catturare Kintpuash e riportarlo alla riserva; la tensione sfociò in uno scontro armato che vide la morte di un soldato e di tre Modoc. A seguito di questo scontro i Modoc fuggirono nuovamente, questa volta in direzione del Lava Beds a sud del lago Tule nella California settentrionale, uccidendo al loro passaggio diciotto coloni ma risparmiando donne e bambini.

Il 16 gennaio del 1873, il generale maggiore Frank Wheaton, seguito da circa quattrocento uomini, mosse verso Lava Beds, diventata roccaforte dei ribelli Modoc, deciso a riportare l’ordine e a ripulire quella che lui definì “terra di nessuno”. Durante i primi giorni di questa campagna militare, i soldati stanziati in quella zona rocciosa e desertica caratterizzata da crepacci e caverne naturali, incontrarono solamente un ribelle Modoc; nonostante questo apparente immobilismo della campagna militare, i Modoc, che attuarono una vera e propria guerriglia sfruttando il territorio ostile e sconosciuto ai soldati americani, riuscirono in quei giorni a uccidere sedici soldati e a ferirne altri quarantaquattro.

Arrivati a questo punto, vedendo l’impossibilità di uno sviluppo e di una conclusione militare del conflitto contro i ribelli Modoc, una delegazione governativa americana intraprese dei negoziati con i rappresentanti della tribù, tra cui Kintpuash, che però sfociarono l’11 aprile in un vero e proprio massacro attuato dai Modoc ai danni dei rappresentanti governativi delle trattative di pace. La decisione di Kintpuash e degli altri rappresentanti della tribù di compiere il massacro era stata presa dopo che la commissione di pace propose nuovamente ai Modoc di trasferirsi in una riserva e sopratutto di processare i ribelli colpevoli dell’omicidio dei coloni.

Dopo questo fatto la repressione governativa dei ribelli Modoc si fece più dura; il 15 aprile infatti il maggiore Alvan C. Gillen si mise in marcia verso la regione di Lava Bends tagliando ai Modoc tutte le riserve d’acqua, in modo da indebolirli e portarli cosi a deporre le armi. I ribelli rimasero invisibili fino al 26 aprile, data in cui tennero un’imboscata al maggiore Evan Thomas nella quale furono uccisi due tenenti e diciotto soldati, mentre un’altra ventina di uomini rimase ferita. Successivamente a questo ennesima azione di guerriglia Modoc, il comando della campagna militare per sedare la resistenza dei ribelli passo nelle mani del generale Jefferson Davis, anche se fu il capitano Henry Hasbrouk a dirigere l’ultimo fase della guerra contro i Modoc.

Il 10 maggio 1973 i Modoc sferrarono la loro ultima offensiva contro il campo del capitano Hasbrouk situato nei pressi di Dry Lake. Nonostante fossero stati presi di sorpresa i soldati di Hansbrouk riuscirono a contrastare l’attacco dei ribelli, infliggendo ai Modoc la prima vera sconfitta dall’inizio della guerra. Al termine dello scontro i ribelli sopravvissuti, tra cui Kintpuash, furono catturati e scortati come prigionieri di guerra a Fort Klamath, dove in seguito ad un processo furono condannati a morte e quindi impiccati.

Termina così l’intensa resistenza Modoc e la Guerra contro i soldati americani. Resistenza che nonostante si sia dimostrata mossa dall’assoluta volontà dei ribelli Modoc di non privarsi della propria libertà e di non sottomettersi al dominio americano senza combattere, ha purtroppo decretato (come spesso accade nella Storia) la vittoria dell’esercito americano, proiezione del dominio europeo ed occidentale e del suo tentativo di egemonizzare qualsiasi popolazione considerata inferiore, primitiva e selvaggia. Nonostante tutto i “selvaggi” e “primitivi” Modoc riuscirono a infliggere gravi perdite all’esercito, resistendo per ben due anni alla superiorità militare americana grazie alla loro guerriglia rurale e sfruttando il territorio che conoscevano bene. Alla fine furono rinchiusi in una riserva e domati gli uomini, ma non lo spirito ribelle del popolo Modoc ostile a qualsiasi tentativo di sottomissione e privazione di autonomia.